Capitolo n. 58 – gold
Robert parcheggió nel vialetto della End House, prendendo la mano di Jude fra le sue, calde ed confortevoli – “Salutami Colin…”
“Ma… ma devi proprio andarci da questo fiscalista Rob?” – domandó con aria smarrita.
“Sí amore, dobbiamo fare… quadrare i conti…” – sorrise.
“Ok… ok, peró per pranzo ci raggiungi qui?”
“Ovviamente.” – e lo bació amorevole.
Jude scese, salutandolo con la mano ed avviandosi verso l’ingresso.
Le dita di Downey tremarono leggermente sul volante, ma poi lo afferró e ripartí, dirigendosi verso il lungo mare.
Aveva raccontato una balla a Jude, capitava di rado, praticamente mai, ma questa volta era necessario.
Sentiva che doveva lasciarlo da solo con Colin, per superare quei fantasmi del passato rendendosi utile in qualunque modo con l’amico in difficoltá.
La fragilitá e l’affetto che lo legava a Farrell, poteva farlo dubitare, ma quel piccolo spillo nel cuore non faceva cosí male.
Il compagno aveva mille occasioni per tradirlo, soprattutto con Colin, se solo lo avesse voluto davvero.
Il fatto restava che Robert fosse convinto dell’amore di Jude ad un punto estremo, che varcava l’umana razionalitá.
Si fermó a passeggiare sulla spiaggia vicina alla casa di Shannon e Tomo, senza neppure rendersene conto.
Il chitarrista dei Mars era poco distante da lui, lo riconobbe solo quando gli fu ad un passo, salutandolo.
“Ehi… ciao Tomo, come stai?”
“Robert…? Ciao, cosa ci fai tu qui?”
“Mi sgranchisco le gambe!” – e fece una piroetta delle sue, buffa a tale punto da suscitare una fragorosa risata in Tomo, nonostante il pessimo umore, che vestiva il suo volto.
“Come ti va la vita…? E Jude?”
“Jude è in visita a Versailles da sua maestá Colin, mentre io dovrei essere dal mio commercialista, ma hanno annullato il nostro incontro…Un contrattempo. Per pranzo vado alla End House, se vuoi unirti a noi…”
“No, mangio con Josh… Pizza, ho fatto una promessa…”
Robert si mise sulla sabbia, in posizione per fare meditazione.
“Ora ti insegno il controllo del respiro…” – disse solenne.
“Che ne dici di darmi le istruzioni per l’uso in amore?”
“In che senso?”
“Come riesci a fare funzionare le cose con Jude, dopo tanti anni?”
“Lasciandolo libero, con la consapevolezza di potere contare su di me, sempre, anche a costo della vita.” – replicó fissandolo, convinto e sereno.
“Per come lo dici… sembra semplice…”
“Non lo è affatto. Ma la vita è un grande bluff, devi sapere incantare la gelosia ed il sospetto. Quando Jude mi dice che andrá in un posto oppure torna e mi racconta che ha visto una persona, in me non nasce mai il dubbio che sia successo qualcosa, che vada contro il nostro legame… si chiama… fiducia!” – e strizzó l’occhiolino, battendo le mani in un unico colpo secco.
Tomo abbassó lo sguardo, scrollando le spalle – “Io … io non ci riesco piú… temo… temo che Shannon abbia un altro.” – gli costó parecchio ammetterlo, cosí come trattenere le lacrime, che alla fine gli bagnarono le guance abbronzate.
Downey gli accarezzó i capelli – “Ehi…cosa ti fa pensare che sia cosí?”
“Un … un sacco di cose…” – singhiozzó.
“Quali cose?” – gli domandó dolcemente, abbracciandolo.
“Lui…sparisce… poi torna…è strano… a volte piange e non per me… ne sono sicuro.”
“Forse stai fraintendendo Tomo…”
“No. E poi in montagna abbiamo fatto… lo abbiamo fatto in un modo che non mi è piaciuto affatto.” – arrossí, suscitando commozione nell’animo di Robert, che nella propria vita ne aveva viste di tutti i colori, superando momenti di violenza ed oblio pesanti ed incancellabili.
“Mi dispiace ragazzo…È ingiusto, per te, per vostro figlio.”
“Ne… ne volevo un altro, forse questa mia idea lo ha spaventato… allontanato…”
“Tomo non è un buon motivo per tradirti, ammesso sia cosí.”
“Io so… io so soltanto che è un vero disastro la mia vita ora e non so come uscirne. Non so come cazzo fare…”
Colin era immerso nel buio, dentro e fuori, ancora una volta.
La sua camera sapeva di chiuso, ma il suo lieve russare diede l’impressione a Jude che avesse preso di nuovo un sonnifero, ma non era cosí.
Arieggió un minimo, prendendo una sedia ed accostandosi al letto, sorrise, spostando un ciuffo dalla fronte di Colin, per poi posarci un bacio che lo sveglió.
“Ciao campione…”
“Jude… ti stavo… ti stavo sognando… mi prendevi a calci…”
“Sicuro fosse un sogno?” – risero, per poi stringersi l’uno all’altro.
Law tolse le scarpe e vestito si infiló sotto alle lenzuola, accogliendo sul suo cuore, quello ferito del suo migliore amico.
Jared si sveglió all’alba, restando per qualche minuto a fissare il sembiante addormentato di Glam.
Le medicine gli provocavano dei veri crolli, tanto che rimase immobile per tutta la notte, mentre il sonno di Jared fu agitato e doloroso, come il distacco che sentiva in Geffen, nei suoi confronti.
Tornó con la mente agli attimi in cui era entrato in quella casa, ritrovando tutto l’amore e la passione per Glam, che ora si era chiuso nella sua corazza, fatta di silenzi e disapprovazione.
La fedeltá che voleva dimostrare a Kevin aveva un peso insopportabile per Jared, consapevole di avere raggiunto punte di egoismo incredibili sia con lui, che con Colin, ma incapace di venirne fuori una volta per tutte.
“Ti amo Glam…” – disse sottovoce, prima di alzarsi ed andare in cucina a preparare la colazione.
Avrebbe voluto baciarlo, su quelle braccia forti, che gli aveva negato o meglio, non offerto.
Jared aveva paura di chiedere o di pretendere, il che sarebbe stato assurdo, ma cosí necessario.
Respiró a fondo, per riempirsi i polmoni di ossigeno, nel caso gli mancasse quando Geffen si fosse alzato ed avessero discusso.
Aveva voglia di litigarci, ma lo trovó cosí stupido, da prendere una fetta di crostata ed uscire, lasciando tutto pronto sulla tavola ed un biglietto § Sono di turno… Ci vediamo nel pomeriggio, se hai bisogno chiamami. J §
Inforcó la bicicletta e si diresse verso la fondazione, asciugando un pianto con la manica della camicia, che aveva rubato a Glam, respirando il suo profumo, accontentandosi di quel poco, dopo avere avuto cosí tanto.
martedì 8 febbraio 2011
lunedì 7 febbraio 2011
Capitolo n. 57 – gold
La lavanda gastrica fu tanto risolutiva quanto devastante per Colin, che supplicó i tre amici di non dire niente, soprattutto a Jared.
Simon annuí, tornando nel corridoio, mentre Jude e Robert, dopo avere promesso di tacere, se ne andarono in bagno a lavarsi i volti stravolti.
Law inizió a piangere, dando calci ai getta carte in metallo.
Downey lo lasció sfogare, poi, avvicinandosi con cautela, posó le mani sulle spalle del compagno, provando a calmarlo – “Colin non fará la fine di Gary…” – “Lo pensi davvero, Rob?!” – domandó esaurito e stanco.
Gary Bloom era un attore teatrale di enorme talento. Lui e Jude erano amici fraterni: si confidavano su tutto, soprattutto sulle rispettive vicende amorose.
Se per Law, le avventure in cui si cacciava erano lascive e divertenti, le emozioni di Gary erano a tratti penose: innamorato di un impresario londinese, che teneva alle apparenze, piú che a lui, senza risparmiargli umiliazioni a ripetizione, difendendo con ipocrisia il focolare domestico, una moglie e due figli infelici, che in realtá lo odiavano, ma assecondarlo aveva il proprio tornaconto.
Solo Gary lo adorava senza secondi fini, ma a quell’idiota non bastava mai.
La vigilia di un Natale fu l’occasione per tentare l’impossibile: Gary si presentó a casa dell’amante, ma fu insultato a tale punto da non riuscire a superare la notte, senza ubriacarsi e poi bucarsi.
Il ragazzo non era un eroinomane e cadde nelle fauci di un mostro senza scrupoli: roba tagliata male, con della stricnina, il sergente che informó Jude, arrivato per primo all’alloggio di Gary, in pena per il suo silenzio, sembrava pronunciare una tiritera incolore.
Law colse il disprezzo negli occhi del poliziotto, che scrutava le foto di Gary insieme al compagno, capendo la situazione, senza avere alcun rispetto di lui e di ció che non conosceva.
“Tesoro… andiamo a casa… sei a pezzi… Ti prego Jude.”
Lui si voltó di scatto, stringendolo forte.
“Sei… sei tutta la mia vita Rob… Ti amo cosí tanto…”
“Lo so piccolo… ora vieni via con me.”
Geffen fissava la gente giú in strada, presa in mille impegni giornalieri.
Aggrottó la fronte, massaggiandosi la gamba ferita.
Kevin stava arrivando, tenendo per mano Lula, che un’assistente gli aveva affidato.
Il bambino stava mangiando una merendina al cioccolato, sbrodolandosi con gioia.
Si fermarono sulla porta della stanza di Glam, che si giró, sorridente.
Kevin si inginocchió, sistemando al meglio il bimbo – “Ehi… guarda che pasticcio… papá non deve vederti cosí…” – disse allacciandogli le scarpe e stupendosi, come Lula, per quelle sue stesse parole, per le quali anche Glam ebbe un sussulto nel petto.
“Amore ciao… che sorpresa, c’è anche la nostra piccola peste…”
“Ciao daddy… eccoci qui… come stai?”
“Bene… e tu, fatta colazione cucciolo?” – disse prendendo in braccio Lula, tutto trepidante di raccontargli il concorso di disegno, che aveva vinto con un acquarello raffigurante i bimbi dell’asilo ed il loro benefattore.
“Ah sí… ecco il capolavoro del nostro… del nostro bambino…” – e mostró il foglio coloratissimo.
“Kevin… che sta succedendo…?” – gli mormoró incuriosito dal suo atteggiamento.
“Ti… ti dispiace Glam?”
“Affatto!... ne sono… felice…” – gli diede un bacio, senza farsi problemi per Lula, che lo stava coccolando con devozione.
Kevin li abbracció entrambi – “Mi mancherete… Nonno Antonio mi sta aspettando all’aeroporto, decolliamo tra mezz’ora… devo proprio andare…”
“Ne parliamo allora quando torni…”
“Sí daddy… sicuramente ne riparliamo… ora, peró devo chiederti un favore.”
Robert era paziente e comprensivo, ma non c’era mai nulla di sdolcinato nei suoi gesti.
Conservava da sempre un fascino incredibile, che alimentava una tensione amorevole od erotica, a seconda dei contesti in cui lui e Jude si muovevano.
I loro ricordi erano a piú sfumature, ma mai banali.
Jude lo aveva subito portato a letto, bisognoso di annullarsi in lui, abbandonandosi al suo possesso assoluto.
Robert non aveva mai smesso di baciarlo, con una dolcezza intrisa di voluttuose sensazioni, in un crescendo che lo portó con calma a varcare quella fessura calda e stretta del suo ragazzo inglese, innamorato come un collegiale alla prima cotta.
Jude si emozionava per tutto, era partecipe e disponibile, si apriva completamente a Robert, capace di raccogliere anche il minimo cambiamento di umore nell’altro.
Scivolando con le mani sino ai glutei di Jude, lo sistemó leggermente di lato, scorrendo poi tutta la sua schiena inarcata per il piacere imminente.
“Ecco… cosí, sei bravissimo…” – sussurró dissoluto ed avido delle labbra di Jude, che inizió ad ansimare maggiormente, ad ogni nuova spinta, da quel momento, sino al culmine, provando un orgasmo magnifico.
Jared andó ad aprire, dopo avere chiuso il portatile.
Stava scrivendo un’email al fratello, preoccupato per il suo strano atteggiamento durante una telefonata all’ora di pranzo.
“Glam… Dio ma ti hanno dimesso?!” – disse, aiutandolo ad entrare, incerto sulle stampelle.
“Come vedi si sono stancati presto di avermi intorno…Posso sedermi?”
“Certo… vieni, andiamo sul divano… Potevi telefonarmi.”
“Hai ragione, scusami, ma era una sorpresa… cioè una richiesta di… Kevin.”
“Non ti capisco…”
“Venti giorni di convalescenza, da te… Preferisce sapermi qui, piuttosto che con Pamela.”
“E tu cosa preferivi?” – domandó quasi provocatorio.
“Vorrei solo…” – esitó, poi con uno sforzo notevole, si rimise in piedi – “Forse Kevin non ha considerato una terza opzione. Il centro medico, dove ho il mio studio ed una stanza dove dormire.”
“Ma smettila di brontolare! Accidenti… bene arrivato…” – lo accolse tra le braccia, piangendo.
“Jay… Jared per favore...”
“Non ce l’hai con me, vero?”
“Direi di no. Ma…non ho cambiato idea…”
“Su di noi? So cosa è successo con Kevin…”
“Ma spiegami una cosa.” – sprofondó di nuovo tra i cuscini.
“Cosa Glam?”
“Come funziona questa alchimia tra te e Kevin?”
“Al… alchimia…?” – balbettó, prendendo da bere.
“Dormite insieme, complottate insieme…” – disse con simpatica ironia.
“Kevin ed io ci vogliamo bene ed amiamo… amiamo lo stesso uomo, ti sembra cosí strano?”
“Non è per polemizzare Jared, ma in frangenti simili io ho fatto a botte con l’avversario.” – ribatté fissandolo, ricambiato dallo sguardo blu, che si illuminó – “Ma noi siamo diversi e forse… forse ci siamo legati ad un uomo che è unico…” – abbassó il volto, incrociando le braccia.
“Qualunque cosa sia, a me sta bene, non voglio che vi scanniate, soprattutto a causa dei miei errori.”
Jared rise amaro – “Io sono uno di questi… errori?”
“Assolutamente no Jared, non dirlo neppure per scherzo.”
“Ok, finiamola adesso… scendo a fare la spesa.”
“Non serve, porteranno qui dei viveri tra poco… Grazie per l’ospitalitá Jared.”
“Ma questa è casa tua… sei tu ad ospitarmi e non ti ho mai ringraziato davvero Glam.”
“Figurati… dai siediti ed aggiornami… se ti va.”
“D’accordo…cosa vuoi sapere?”
Parlarono della mensa, dei figli e della fisioterapia, a cui Geffen doveva sottoporsi.
Jared sistemó le provviste e preparó la cena.
Guardarono un dvd, I ponti di Madison County, ma, mentre Glam si era ormai rilassato, Jared consumó mezza scatola di kleenex, commuovendosi per la trama drammatica e struggente.
Rannicchiato come un bambino, provó a calmarsi, ma poi finí per rifugiarsi sotto alla doccia, chiudendosi dentro il bagno ed accendendo la radio, ma i suoi singhiozzi arrivavano a Geffen senza incertezze.
Una volta tornato, sembró calmo.
“Tutto a posto Jay?” – gli domandó con tenerezza.
"Dormiamo… dormiamo insieme?”
“Sí e spero di… di non disturbarti con questo tutore.”
“Non mi prenderai a calci spero…” – sorrise incerto.
“Per nulla al mondo ti farei del male.”
La lavanda gastrica fu tanto risolutiva quanto devastante per Colin, che supplicó i tre amici di non dire niente, soprattutto a Jared.
Simon annuí, tornando nel corridoio, mentre Jude e Robert, dopo avere promesso di tacere, se ne andarono in bagno a lavarsi i volti stravolti.
Law inizió a piangere, dando calci ai getta carte in metallo.
Downey lo lasció sfogare, poi, avvicinandosi con cautela, posó le mani sulle spalle del compagno, provando a calmarlo – “Colin non fará la fine di Gary…” – “Lo pensi davvero, Rob?!” – domandó esaurito e stanco.
Gary Bloom era un attore teatrale di enorme talento. Lui e Jude erano amici fraterni: si confidavano su tutto, soprattutto sulle rispettive vicende amorose.
Se per Law, le avventure in cui si cacciava erano lascive e divertenti, le emozioni di Gary erano a tratti penose: innamorato di un impresario londinese, che teneva alle apparenze, piú che a lui, senza risparmiargli umiliazioni a ripetizione, difendendo con ipocrisia il focolare domestico, una moglie e due figli infelici, che in realtá lo odiavano, ma assecondarlo aveva il proprio tornaconto.
Solo Gary lo adorava senza secondi fini, ma a quell’idiota non bastava mai.
La vigilia di un Natale fu l’occasione per tentare l’impossibile: Gary si presentó a casa dell’amante, ma fu insultato a tale punto da non riuscire a superare la notte, senza ubriacarsi e poi bucarsi.
Il ragazzo non era un eroinomane e cadde nelle fauci di un mostro senza scrupoli: roba tagliata male, con della stricnina, il sergente che informó Jude, arrivato per primo all’alloggio di Gary, in pena per il suo silenzio, sembrava pronunciare una tiritera incolore.
Law colse il disprezzo negli occhi del poliziotto, che scrutava le foto di Gary insieme al compagno, capendo la situazione, senza avere alcun rispetto di lui e di ció che non conosceva.
“Tesoro… andiamo a casa… sei a pezzi… Ti prego Jude.”
Lui si voltó di scatto, stringendolo forte.
“Sei… sei tutta la mia vita Rob… Ti amo cosí tanto…”
“Lo so piccolo… ora vieni via con me.”
Geffen fissava la gente giú in strada, presa in mille impegni giornalieri.
Aggrottó la fronte, massaggiandosi la gamba ferita.
Kevin stava arrivando, tenendo per mano Lula, che un’assistente gli aveva affidato.
Il bambino stava mangiando una merendina al cioccolato, sbrodolandosi con gioia.
Si fermarono sulla porta della stanza di Glam, che si giró, sorridente.
Kevin si inginocchió, sistemando al meglio il bimbo – “Ehi… guarda che pasticcio… papá non deve vederti cosí…” – disse allacciandogli le scarpe e stupendosi, come Lula, per quelle sue stesse parole, per le quali anche Glam ebbe un sussulto nel petto.
“Amore ciao… che sorpresa, c’è anche la nostra piccola peste…”
“Ciao daddy… eccoci qui… come stai?”
“Bene… e tu, fatta colazione cucciolo?” – disse prendendo in braccio Lula, tutto trepidante di raccontargli il concorso di disegno, che aveva vinto con un acquarello raffigurante i bimbi dell’asilo ed il loro benefattore.
“Ah sí… ecco il capolavoro del nostro… del nostro bambino…” – e mostró il foglio coloratissimo.
“Kevin… che sta succedendo…?” – gli mormoró incuriosito dal suo atteggiamento.
“Ti… ti dispiace Glam?”
“Affatto!... ne sono… felice…” – gli diede un bacio, senza farsi problemi per Lula, che lo stava coccolando con devozione.
Kevin li abbracció entrambi – “Mi mancherete… Nonno Antonio mi sta aspettando all’aeroporto, decolliamo tra mezz’ora… devo proprio andare…”
“Ne parliamo allora quando torni…”
“Sí daddy… sicuramente ne riparliamo… ora, peró devo chiederti un favore.”
Robert era paziente e comprensivo, ma non c’era mai nulla di sdolcinato nei suoi gesti.
Conservava da sempre un fascino incredibile, che alimentava una tensione amorevole od erotica, a seconda dei contesti in cui lui e Jude si muovevano.
I loro ricordi erano a piú sfumature, ma mai banali.
Jude lo aveva subito portato a letto, bisognoso di annullarsi in lui, abbandonandosi al suo possesso assoluto.
Robert non aveva mai smesso di baciarlo, con una dolcezza intrisa di voluttuose sensazioni, in un crescendo che lo portó con calma a varcare quella fessura calda e stretta del suo ragazzo inglese, innamorato come un collegiale alla prima cotta.
Jude si emozionava per tutto, era partecipe e disponibile, si apriva completamente a Robert, capace di raccogliere anche il minimo cambiamento di umore nell’altro.
Scivolando con le mani sino ai glutei di Jude, lo sistemó leggermente di lato, scorrendo poi tutta la sua schiena inarcata per il piacere imminente.
“Ecco… cosí, sei bravissimo…” – sussurró dissoluto ed avido delle labbra di Jude, che inizió ad ansimare maggiormente, ad ogni nuova spinta, da quel momento, sino al culmine, provando un orgasmo magnifico.
Jared andó ad aprire, dopo avere chiuso il portatile.
Stava scrivendo un’email al fratello, preoccupato per il suo strano atteggiamento durante una telefonata all’ora di pranzo.
“Glam… Dio ma ti hanno dimesso?!” – disse, aiutandolo ad entrare, incerto sulle stampelle.
“Come vedi si sono stancati presto di avermi intorno…Posso sedermi?”
“Certo… vieni, andiamo sul divano… Potevi telefonarmi.”
“Hai ragione, scusami, ma era una sorpresa… cioè una richiesta di… Kevin.”
“Non ti capisco…”
“Venti giorni di convalescenza, da te… Preferisce sapermi qui, piuttosto che con Pamela.”
“E tu cosa preferivi?” – domandó quasi provocatorio.
“Vorrei solo…” – esitó, poi con uno sforzo notevole, si rimise in piedi – “Forse Kevin non ha considerato una terza opzione. Il centro medico, dove ho il mio studio ed una stanza dove dormire.”
“Ma smettila di brontolare! Accidenti… bene arrivato…” – lo accolse tra le braccia, piangendo.
“Jay… Jared per favore...”
“Non ce l’hai con me, vero?”
“Direi di no. Ma…non ho cambiato idea…”
“Su di noi? So cosa è successo con Kevin…”
“Ma spiegami una cosa.” – sprofondó di nuovo tra i cuscini.
“Cosa Glam?”
“Come funziona questa alchimia tra te e Kevin?”
“Al… alchimia…?” – balbettó, prendendo da bere.
“Dormite insieme, complottate insieme…” – disse con simpatica ironia.
“Kevin ed io ci vogliamo bene ed amiamo… amiamo lo stesso uomo, ti sembra cosí strano?”
“Non è per polemizzare Jared, ma in frangenti simili io ho fatto a botte con l’avversario.” – ribatté fissandolo, ricambiato dallo sguardo blu, che si illuminó – “Ma noi siamo diversi e forse… forse ci siamo legati ad un uomo che è unico…” – abbassó il volto, incrociando le braccia.
“Qualunque cosa sia, a me sta bene, non voglio che vi scanniate, soprattutto a causa dei miei errori.”
Jared rise amaro – “Io sono uno di questi… errori?”
“Assolutamente no Jared, non dirlo neppure per scherzo.”
“Ok, finiamola adesso… scendo a fare la spesa.”
“Non serve, porteranno qui dei viveri tra poco… Grazie per l’ospitalitá Jared.”
“Ma questa è casa tua… sei tu ad ospitarmi e non ti ho mai ringraziato davvero Glam.”
“Figurati… dai siediti ed aggiornami… se ti va.”
“D’accordo…cosa vuoi sapere?”
Parlarono della mensa, dei figli e della fisioterapia, a cui Geffen doveva sottoporsi.
Jared sistemó le provviste e preparó la cena.
Guardarono un dvd, I ponti di Madison County, ma, mentre Glam si era ormai rilassato, Jared consumó mezza scatola di kleenex, commuovendosi per la trama drammatica e struggente.
Rannicchiato come un bambino, provó a calmarsi, ma poi finí per rifugiarsi sotto alla doccia, chiudendosi dentro il bagno ed accendendo la radio, ma i suoi singhiozzi arrivavano a Geffen senza incertezze.
Una volta tornato, sembró calmo.
“Tutto a posto Jay?” – gli domandó con tenerezza.
"Dormiamo… dormiamo insieme?”
“Sí e spero di… di non disturbarti con questo tutore.”
“Non mi prenderai a calci spero…” – sorrise incerto.
“Per nulla al mondo ti farei del male.”
ONE SHOT - A SPECIAL PLACE
One shot - A special place
Cast:
Colin Farrell > Colin
Jared Leto > Jared
New York……………marzo 2005
Jared ondeggiava sui piedi indolenziti, come le gambe asciutte e sempre piú magre.
Il turno all’autolavaggio era finito da mezz’ora e, per sua fortuna, era giorno di paga.
Barry lo fissava, quasi con disgusto.
“Dose doppia oggi, vero dolcezza?”
“Fanculo… ce l’hai o no?”
“Ma sí, sí ce l’ho… posso farti credito, comunque… parlo del resto del mese…” – sghignazzó.
I suoi occhi erano torvi, la pelle scura perfetta, i denti di un bianco assurdo, quasi infastidivano la retina sensibile di Jared, che non ne poteva piú.
“Credito? Non… non se ne parla…” – strinse i denti, alzando le spalle.
Il pusher gli allungó le bustine e lui ricambió con alcune banconote, salutandolo frettolosamente.
Voleva solo sniffare, accucciato in qualche vicolo, perché di tornare a casa non se ne parlava.
Il padre, custode di uno sfasciacarrozze del Bronx, era costantemente ubriaco, da quando la moglie era morta di cancro due anni prima.
Un periodo in cui lui ed il figlio si persero in abissi differenti, ma ugualmente deleteri.
Il problema era che si dimenticava spesso di fare la spesa, pagare le bollette, l’affitto, ma mai di picchiare Jared praticamente ogni sera.
A ventitre anni, lui se ne sentiva piú del doppio, da quando cercava di riempire i vuoti con quel veleno, senza trovare una vera soluzione.
Stava peggiorando.
“Dove cazzo vai, aspetta!” – esclamó Barry, prendendolo per un braccio.
“Ma cosa diavolo vuoi da me!?” – gli urló quasi.
“Solo dirti che per due settimane non mi troverai, vado in vacanza.”
“Co… cosa?! Ed io come faccio!?” – chiese con apprensione.
“Cristo questa cittá è piena di droga, qual è il tuo problema?!”
“La tua roba è sicura… tutto qui…”
“Su questo hai ragione Jared, ma ti mando da uno altrettanto affidabile.”
“E chi sarebbe?”
“Conosci il bar Grey Home?”
“Sí… sí so dov’é…” – replicó quasi rassicurato.
“Bene, chiedi di Colin, l’irlandese, è suo il locale ed è un ottimo fornitore… Ma non ti affezionare, torna poi da me, ok?”
“Sai cosa mi frega… basta che non mi vendiate della merda ed io corro dove volete…”
“Dai vai pure, lo vedo che sei al limite…”
“Ok… ciao, divertiti.” – e se ne andó, sotto lo sguardo commiserevole di Barry, che quasi si dispiaceva nel vedere un giovane cosí bello, che continuava a sbagliare tutto nella propria vita, rendendola inutile e sporca.
Colin si era chiuso a chiave nel proprio ufficio, a contare denaro contante e mettere al sicuro diversi orologi d’oro e bracciali, di notevole valore.
Sorrise, pensando a cosa erano disposte a fare certe persone per una dose.
Con lui non si poteva scendere a compromessi, non voleva sesso in cambio di certi favori.
I tossici gli facevano schifo, donne o uomini non c’era differenza.
Era solo da un pezzo, a parte una fidanzata che lo aveva mollato ed un amico con il quale non era andato oltre qualche bacio: la sua bisessualitá non gli aveva mai dato problemi e di impegnarsi con qualcuno non se ne parlava.
Colin aveva una sorella piú piccola, che morí in un incidente stradale, insieme ai loro genitori: uno stop non rispettato da un coglione bevuto fino al midollo, gli aveva spazzato via un mondo fatto di abitudini e tradizioni.
I parenti erano nella lontana Dublino ed a lui non erano mai andati a genio.
Colin voleva fare soldi in fretta, senza troppa fatica: vivere come un bravo ragazzo era deprimente e non voleva avere tra le palle qualcuno che lo giudicasse.
Ad ogni ingresso, un bip lo avvisava che un potenziale relitto umano si era infilato nel suo rifugio colorato e ben fornito di qualsiasi stupefacente.
Senza saperne il motivo, alzó lo sguardo all’ennesimo passaggio, scorgendo un ragazzo nuovo, molto attraente, ma vestito come uno straccione.
La moda grunge imponeva un aspetto trasandato chic, quei discorsi glieli faceva il barista, sezionando ogni cliente, raccontandolo a Colin, che ascoltava divertito, bevendo la solita scura.
Fece uno zoom sul volto dello sconosciuto, notando il blu dei suoi occhi lucidi e sofferenti.
Era troppo secco, chissá da quanto non faceva un pasto decente, ma poteva essere anche un poppante ribelle, uno di quei vegetariani convinti, finito lí per sbaglio: voleva assurdamente negare a sé stesso l’evidenza, senza decifrarne il motivo.
Decise di tornare in sala, per aiutarlo.
Jared si avvicinó al bancone, chiedendo di Colin.
“Sta arrivando, eccolo qui… Ciao capo, ti cercano...” – ed indicó Jared, che si stava soffiando il naso.
Poche gocce di sangue nel kleenex lo allarmarono.
“Ciao, sono Colin. Ehi, ma cosa ti prende?”
“Non lo so… c’è un bagno?”
“Certo, seguimi.”
Lo portó di sopra – “Questo è il mio, fai con comodo.”
“Grazie, troppo buono…” – disse assorto a tamponare quell’epistassi, dovuta all’infiammazione dei turbinati, segno tipico di chi stava esagerando con la cocaina.
Colin provó come un senso di rassegnazione, un altro predestinato, per una brutta fine.
Quando Jared tornó, lo fece accomodare sul divano, dove lui stava sorseggiando una tonica – “Ho una sete stasera… colpo dei tacos…” – disse come se si conoscessero, provando poi disagio davanti al silenzio del ragazzo, che voleva solo una cosa.
“Mi chiamo Jared… è Barry che mi manda, lui è partito… Dice che sei a posto…”
“Ah, capisco. Cosa hai fatto allo zigomo?”
Jared si ritrasse, infastidito da quella curiositá inconsueta – “Fai un’intervista a chi cerca una dose?”
Colin si alzó di scatto, aprendo un cassetto a caso, buttando sul tavolino pochi grammi – “Tieni, offre la casa, omaggio di benvenuto. Ora togliti dai coglioni, che ho da fare.”
Il suo tono divenne cosí sgarbato, da provocare una fitta allo stomaco a Jared, che non esitó a prendere quel dono inaspettato ed uscire senza voltarsi indietro da quel posto, che giá detestava.
La finestra affacciata su di una via discretamente elegante di New York, era dotata di un ampio davanzale, sopra al quale, tra un paio di cuscini, Colin si sistemó a fumare una sigaretta.
Quella notte non riusciva a dormire.
Provava una rabbia crescente.
§ Volevo fare solo due parole… una minima conversazione… cazzo! § - pensó, sentendosi usato.
Del resto era reciproco, il rapporto drogato – pusher era un dare avere, finché uno dei due non strippava e di certo non sarebbe stato lui.
Prese la giacca in pelle scura, rimise le Hogan, con l’intenzione di fare un giro in auto.
Capí subito che non era un semplice scarico di tensione, quel girovagare senza meta, visto che stava facendo qualcosa di preciso: cercava Jared.
Tanto illogico quanto impossibile trovarlo.
Eppure nel buio, qualcosa di inspiegabile accadde.
Inizió a piovere a dirotto e quel piccolo cencio di uomo era lí, proprio ad un passo da Colin, abbandonato su di una panchina, come se il destino si fosse dimenticato di lui.
Lo recuperó imprecando.
Jared si rannicchió sul sedile del passeggero, assaporando il tepore dell’abitacolo, la testa appoggiata al finestrino, il respiro spezzato dal freddo.
Era fradicio.
“Ehi sei qui con me Jared?”
“Sí… sí ci sono…” – balbettó tremante.
“Abbi pazienza un paio di minuti e siamo arrivati.”
“Arrivati dove… cosa vuoi?”
“Niente, solo … niente.”
“Allora fammi scendere.”
“Ti porto dove abiti allora, se non vuoi venire a casa mia…”
“A casa tua? Che cazzo vuoi!?” – sembró risvegliarsi da un torpore, reagendo come una furia all’affermazione di Colin, che stava per spazientirsi.
“Ma sei stronzo?? Cosa ti sei messo in testa? Volevo solo che ti asciugassi, prima di tornare dai tuoi!” – replicó furente.
“I… i miei?...” – rise piano.
“Cosa ci trovi di tanto divertente, eh?!”
“Nulla… ho solo… c’è mio padre… un bastardo come un altro, magari a quest’ora dorme, cosí mi risparmia…”
Colin accostó, girandosi per squadrarlo – “Risparmia da cosa?” – domandó con esitazione.
“Mi pesta…solo questo…”
“Perché ti fai?”
“No… lui è sovente in coma etilico…” – sorrise, quel modo di dire l’aveva sentito in tv.
“E se la prende con te?”
“Ovvio… per ragioni del cazzo, ma un motivo lo trova, cosí si sfoga e poi… si sentirá meglio, non lo so… Davvero. Non lo so Colin.”
“Mi… mi dispiace…” – mormoró, sfiorandogli i capelli.
Jared stranamente, viste le premesse, non reagí.
“Non importa… comunque grazie per la solidarietá.”
“Andiamo da me allora?”
“Come vuoi… sí, va bene.”
L’appartamento era accogliente, l’arredamento sobrio; a Jared sembró troppo elegante per un venditore di morte.
“Se vuoi farti una doccia, ti posso prestare dei vestiti, certo sei piú magro di me… Cosa ne dici di una tuta?” - sorrise, cercando nell’armadio.
“Quella va bene… Nike, bella…” – disse, tastando la stoffa di pregio, ammirandola come qualcosa di essenziale.
Colin capí che Jared non aveva mai avuto nulla di superfluo, come lui – “Puoi tenerla, se… se non ti offendi.”
“Ok… dici sul serio?” – chiese diffidente.
“Certo. Mangi qualcosa?”
“Hai un dolce…? Ho voglia di dolce…”
“Sí, torta gelato? Temo di avere solo quella…”
Colin ne andava pazzo, era capace di mangiarne piú di metá, per poi ammazzarsi di pesi in palestra per smaltire.
“Gelato…? Sí… la mangio volentieri.”
“Ti aspetto in cucina, fai con comodo.” – sorrise, passandogli anche un accappatoio e degli asciugamani.
“Nella cassettiera sotto al lavabo trovi anche boxer e vogatori nuovi, serviti pure…”
Jared non disse niente, a testa bassa si infiló nella stanza e chiuse a chiave.
Colin si grattó la testa, sconfortato dalla ritrosia, che leggeva in ogni espressione di Jared.
La penisola della cucina era di colore arancio, mentre il resto era in faggio chiaro, stile essenziale e pratico, gli accessori rossi ed allineati in un ordine maniacale.
Jared analizzava ogni dettaglio, mostrando curiositá.
“Carino questo posto…La tua fidanzata ha buon gusto Colin, ma ora dov’è?”
“Come scusa?... No, hai davanti a te un single incallito.” – tentó una battuta trita, ma Jared era piú preso a pregustare la sua porzione di saint honoré.
“La adoro…”
“Cosa Colin?”
“Questa schifezza carica di calorie, grassi, zuccheri…”
“Un pusher salutista… ecco cosa sei…” – Jared ridacchió, spegnendo subito la propria ilaritá, davanti alla smorfia di Colin.
“Scusami…scherzavo…”
“Sí, ovvio. Buon appetito.”
“Grazie Colin.” – prese il primo cucchiaio, socchiudendo le palpebre, compiaciuto – “Cazzo… è buona davvero…”
“Te lo avevo detto Jared.”
Lui tiró sú dal naso, spostandosi via i capelli dalla fronte.
Aveva un viso bellissimo e Colin non riusciva a smettere di guardarlo, sentendosi un coglione.
“Mia mamma… mia mamma a Natale faceva sempre una ciambella, farcita con crema… crema pasticcera, la preparava lei… e poi… poi faceva due parti, tagliando nel mezzo, con una lama sottile e lunghissima… ed io credevo sempre che sarebbe andata storta, invece non sbagliava… Non…non sbagliava mai…” – la voce di Jared divenne un sussurro assorto, quasi immerso nei ricordi, tanto che le sue iridi cobalto si illuminarono, come ispirate.
“Ha smesso di farla?” – chiese Colin, incantato da lui, come mai gli era accaduto prima.
“È andata via… un male incurabile…Papá ed io non ce l’abbiamo fatta senza di lei. Mi aveva lasciato dei risparmi e me li sono bruciati quasi tutti…almeno quelli che non si è bevuto il vecchio. Lui era un impiegato, assicurazioni…Io studiavo… tutto nel cesso…” – all’improvviso Jared sembrava un fiume in piena di notizie su di sé, un classico per chi sniffava, alterazioni caratteriali e sbalzi di umore inattesi.
“E adesso cosa fate?”
“Lui fa il doppio turno da Griffith… Io da Speed Wash...”
“Capisco, ci vado ogni tanto…”
“Non ti ho mai visto…”
“Neppure io, ma cosa importa Jared? Ne vuoi un’altra...?”
“Se non ti dispiace…” – sorrise.
“Credo che tu ne abbia piú bisogno di me… Posso prepararti anche qualcosa di caldo, ma forse è tardi…”
“Sí, troppo…” – guardó l’ora – “Dovrei rientrare…”
“Sei sicuro?”
“Francamente non c’è pericolo che quello mi cerchi… o si accorga della mia assenza…”
“Allora resta qui, ho un divano comodissimo.”
“Perché lo fai Colin?”
“Faccio cosa?”
“Perché sei gentile con me? Non ci sono abituato, cosa vuoi in cambio?”
“Ricominci con queste cazzate Jared?!” – si alteró, andando a lavare i piatti.
“No, ma ti ripeto, non ci sono abituato a tante smancerie.”
“Smancerie? … Ma che cazzo dici? Un amico ti tratta senza prenderti a calci in culo e tu le chiami smancerie?!”
“Amico…e… e da quando siamo amici?”- ribatté ironico.
Colin si fermó davanti a lui, pungendolo con lo sguardo ferito – “Sei insopportabile Jared.”
Lui fece mezzo passo indietro, come intimorito – “Lo so. Lo dice anche mio padre… non ti sopporto Jared… per via della somiglianza con mia madre… eppure l’amava, dovrebbe… lui dovrebbe amarmi, almeno un minimo…”
“Se fai cosí amarti diventa complicato.”
Quelle parole sembravano dette da qualcuno fuori scena, Colin si avvampó di vergogna, aveva abbassato tutte le difese possibili, le barriere che nessuno riusciva ad abbattere, con Jared si erano come annullate.
“Tu… tu invece sei facile da amare, Colin?”
Un quesito che lo colse impreparato, ma gli occhi di Jared sembravano pretendere una risposta.
“Hai vinto. Mi piaci, mi…” – Colin respiró forte – “Jared non so cosa cazzo mi abbia preso, ma non posso…”
“Non puoi cosa?” – sembró che l’ossigeno fosse venuto meno, in quell’incavo gradevole ed invitante.
Colin si strofinó la faccia, allontanandosi – “Dormo io in salotto, prenditi la mia stanza, ci vediamo a colazione, dormi bene.” – disse secco, chiudendosi lui, questa volta, in bagno.
Jared non se lo fece ripetere, approfittando di quel giaciglio immacolato.
Quando non era troppo stanco puliva sommariamente l’alloggio che divideva con il padre, che faceva del proprio meglio per renderlo un porcile.
Il covo di Colin era invece disposto secondo un criterio di disciplina, almeno all’apparenza.
Prese un piumino ed un guanciale dalla cassapanca, senza fare rumore, per poi sdraiarsi nudo sul Cester in pelle bianca.
Era nervoso, nudo ed impaziente di prendere sonno, per non pensare piú a quel ragazzo a pochi passi da lui.
Ripercorreva le scene di poco prima, soffermandosi sui toni migliori della loro conversazione.
Purtroppo, la sua attenzione si era concentrata anche sulle linee del corpo di Jared, sensuali ed attraenti in un modo che gli toglieva il fiato.
Si masturbó, senza venire, per poi mettersi a piangere, dandosi del cretino.
Il mattino dopo Jared era sparito.
Due notti.
Due albe.
“Basta! Basta cazzo!!!”
Colin diede un pugno allo schienale della poltrona, dove si era messo per leggere un giornale sportivo.
Doveva andare da Speed Wash, doveva ritrovare Jared, che aveva preferito rivolgersi a qualche altro pusher, almeno cosí credeva.
L’inserviente che prese in carico il suo suv non seppe dargli un’informazione risolutiva – “Jared? Era qui mezz’ora fa, ma credo se ne sia andato…Non stava bene.”
“Ti ringrazio… hai mica il suo indirizzo di casa?”
“No, mi dispiace… ma lei è un poliziotto?”
Colin tossí – “Si vede cosí tanto?”
“Parli con il titolare, lo trova sú negli uffici.”
Colin salí due rampe di scale, sentendo una voce tuonare in lontananza.
Un uomo massiccio, che dava le spalle alle vetrate dell’amministrazione, stava inveendo contro qualcuno.
Era Jared, coperto dalla sua stazza, che stava curvo, appoggiato alla parete, a sorbirsi un rimprovero prevedibile – “Sono stufo marcio della tua sbadataggine!!! Ma cosa fai, ti droghi Jared?? È la terza auto che mi righi questo mese, cazzo!! Sei licenziato!”
Lui non replicava, era in evidente astinenza.
Colin intervenne.
“E lei chi è?!”
“Salve… sono… sono un amico di Jared, sono venuto a prenderlo… Ci sono problemi?”
“Per me non piú! Se lo porti via, mi fa solo un favore!” – e cosí dicendo tiró una busta contro Jared, che la fece cadere.
C’era la sua liquidazione.
Colin la raccolse e lo trascinó fuori da quel posto.
L’assenza di dialogo tra loro era imbarazzante.
Girarono a vuoto per mezz’ora, finché Colin non si arrestó davanti a Central Park.
“Facciamo due passi Jared, vuoi?”
Lui in risposta frugó nelle tasche dei jeans estraendo la dose che Colin gli aveva regalato.
“Non… non mi sono piú fatto… sto … da cani…”
“Lo vedo Jared… senti, voglio aiutarti…Ti porto in ospedale?”
“No!!! No…” – da una foga disperata, ad un pianto sommesso.
Jared era a pezzi.
L’appartamento di Colin era l’unica destinazione accettabile per lui.
“Ok, per me non ci sono problemi, ma credevo che non volessi piú vedermi.”
Jared non diceva piú niente, era senza energie.
A fatica si nutrí di una porzione di lasagne surgelate, che Colin riscaldó nel microonde poco dopo essere arrivati.
“Sono buone?” – domandó con un sorriso, seduto sul bordo del letto, sul quale Jared era quasi svenuto.
Annuí, confermando anche la sua malnutrizione.
A chiunque avrebbe fatto pena, ma a Colin strappava qualcosa dentro al petto, la stessa sensazione che provó alla telefonata dell’ospedale, dove gli chiedevano di correre, perché era accaduta una disgrazia ai suoi familiari.
Trattenne a stento le lacrime, ma poi le lasció andare.
“Cos’hai Colin…?”
“Nulla… nulla Jared, dai mangia, devi… tu devi stare bene…”
Lui posó la vaschetta sul comodino e lo abbracció.
Stava sudando – “Ho… ho paura Colin…”
“Ne usciamo insieme da questo casino Jared…te lo giuro che ne usciamo.” – disse convinto.
Una settimana.
Il tempo si era dilatato, senza piú capire quando il sole sorgeva e poi tramontava, tra un temporale e l’altro di quella primavera fresca.
I primi tre giorni furono i peggiori.
Jared chiedeva disperatamente una dose, che Colin non gli avrebbe dato mai.
Nel buio gli incubi peggiori gli attanagliavano la mente, mentre in preda alle convulsioni si aggrappava al sembiante di Colin, che cercó di non lasciarlo mai solo.
Beveva litri di succo di arancia, urinando in continuazione, finché non riuscí ad arrivare alla tavoletta in tempo, facendosela addosso un paio di volte.
Colin cambió la biancheria a ripetizione, surriscaldando persino l’asciugatrice per i molteplici bucati.
Jared piagnucolava – “Mi vergogno… scusami Colin… scusami, scusami…” – sembrava un disco rotto, ma l’altro non mollava, sarebbe andato fino in fondo, voleva vederlo ridere senza l’aiuto di allucinogeni, voleva cambiare la sua esistenza, si sentiva utile per qualcuno, che non fosse sé stesso, finalmente.
Colin si fece persino portare la spesa a casa.
“Tu… tu non mi abbandonerai mai… vero Colin…?”- domandó flebile, ma sereno.
“Mai te lo posso assicurare.” – disse allungandosi, per stringerlo sul cuore.
Jared affondó nel suo collo un sorriso radioso, rivelandolo dopo un istante a Colin, che inizió ad accarezzargli la fronte – “Il peggio è passato, vero Jared?...”
Lui lo bació.
Quel contatto arrivó improvviso e dolcissimo.
Colin stentava a crederci.
Il sapore di Jared, dentifricio alla menta, sarebbe rimasto impresso nella sua anima all’infinito, ma mai come la frase che ascoltó quando dolorosamente si staccó da lui – “Ti amo da morire… facciamo l’amore Colin?”
“Io… non l’ho…” – “Nemmeno io…” – sorrise ancora.
L’imbrunire raccolse i loro gemiti, mescolati ad altri baci, persi nella reciproca visione dei loro sensi, Colin tra le gambe di Jared, che si spingeva verso il suo sesso dolente – “Voglio appartenerti… Colin …non lasciarmi andare via…non permetterlo…”
“Amore… ti amo… ti amo…” – un urlo strozzato segnó la sua penetrazione, che inondó di piacere ogni centimetro di Colin, a cui sembró di impazzire.
Si fermó, asciugando al compagno, con un bacio, due lacrime perlescenti – “Jared se vuoi io…”
“Dio non fermarti…”
Da quel momento i suoi fianchi persero ogni controllo, arrivando a toccare le porzioni di carne e sangue di Jared piú sensibili, provocandogli orgasmi in continuazione.
Il suo membro si strofinava all’addome di Colin, che inizió ad accarezzarlo, dalla base alla punta, con esperienza ed ardore.
Si svuotarono insieme, gridando i loro nomi.
Fremente, Jared diede le spalle a Colin, avido di ulteriori attenzioni – “Ancora… ancora…”
Lui lo riprese, con colpi piú secchi, mentre lui afferrava le sbarre della testata, aprendo le gambe in modo osceno.
“Cazzo che bello scoparti… Jared…Jareddd!!!” – venne di nuovo, mordendogli la schiena e la nuca, dove non smetteva di leccarlo, come un cucciolo affamato di lui.
Scivolarono sul parquet, dove Jared si mise a cavalcioni sopra a Colin, continuando a baciarlo, le dita che tormentavano i suoi capelli corvini, ansimando frasi di amore e desiderio.
Colin strinse le mani attorno alla vita sottile di Jared, sollevandolo per portare il suo sesso alle proprie labbra – “Voglio… voglio farti venire con la bocca piccolo…” – e lo ingoió, fino a sentirlo in gola.
Jared strizzó le palpebre, inspirando intensamente – “Succhialo tutto… sei bravo… Colin sei un sogno…”
Pompava e leccava, sembrava nato per farlo.
Quando sentí lo sperma inondarlo, non volle separarsi da Jared: fu incredibile.
Lui si accasció, cercando di nuovo l’eccitazione di Colin.
Se lo portó dentro, in modo naturale, contorcendosi un minino.
Colin si preoccupó – “Tesoro non voglio farti male…”
“Ssssttt non… non dire niente…sapessi come ti sento… come… sei mio… ti adoro…” – facendo annegare una fitta nella bocca di Colin, iniziando a cavalcarlo forsennato e rapito da mille sensazioni appaganti.
Il barista del Grey home era perplesso: “Gestirlo io? Ma scherzi Colin?”
“Assolutamente, fanne ció che vuoi. Qui ci sono le chiavi della cassaforte, c’è una pistola ed il denaro per pagare i fornitori a fine mese. Poi saranno affari tuoi, comunque ho ripulito tutto.”
“Ok… io in certi traffici non voglio entrare.”
“E fai bene… Buona fortuna.”
“Anche a te Colin… ma dove diavolo te ne vai?”
“Dove serviró a qualcosa.” – sorrise, tornando al taxi dove Jared lo stava aspettando.
Seduti nella sala d’attesa dell’aeroporto, con i loro zaini pieni di scritte, erano in transito da un campo profughi in Sierra Leone ed un nuovo obiettivo.
“Quanto tempo è passato Cole?”
“Due anni… sei stanco Jay?” – sussurró, baciandogli la spalla.
“No… pensi che la Romania sará molto fredda?”
“Siamo a luglio, credo di no…” – rise, aprendo un pacchetto di cracker.
“Aids… Dio quanti bambini contagiati… guarda mi hanno mandato altre foto…” – disse, mostrandogli l’immagine sul visore del cellulare.
“Faremo il possibile, in un nuovo posto speciale… anche questa volta.” – lo bació, arridendo ai suoi zaffiri luminosi, con la stessa gioia iniziale, immutata e pura, come il loro domani.
THE END
Cast:
Colin Farrell > Colin
Jared Leto > Jared
New York……………marzo 2005
Jared ondeggiava sui piedi indolenziti, come le gambe asciutte e sempre piú magre.
Il turno all’autolavaggio era finito da mezz’ora e, per sua fortuna, era giorno di paga.
Barry lo fissava, quasi con disgusto.
“Dose doppia oggi, vero dolcezza?”
“Fanculo… ce l’hai o no?”
“Ma sí, sí ce l’ho… posso farti credito, comunque… parlo del resto del mese…” – sghignazzó.
I suoi occhi erano torvi, la pelle scura perfetta, i denti di un bianco assurdo, quasi infastidivano la retina sensibile di Jared, che non ne poteva piú.
“Credito? Non… non se ne parla…” – strinse i denti, alzando le spalle.
Il pusher gli allungó le bustine e lui ricambió con alcune banconote, salutandolo frettolosamente.
Voleva solo sniffare, accucciato in qualche vicolo, perché di tornare a casa non se ne parlava.
Il padre, custode di uno sfasciacarrozze del Bronx, era costantemente ubriaco, da quando la moglie era morta di cancro due anni prima.
Un periodo in cui lui ed il figlio si persero in abissi differenti, ma ugualmente deleteri.
Il problema era che si dimenticava spesso di fare la spesa, pagare le bollette, l’affitto, ma mai di picchiare Jared praticamente ogni sera.
A ventitre anni, lui se ne sentiva piú del doppio, da quando cercava di riempire i vuoti con quel veleno, senza trovare una vera soluzione.
Stava peggiorando.
“Dove cazzo vai, aspetta!” – esclamó Barry, prendendolo per un braccio.
“Ma cosa diavolo vuoi da me!?” – gli urló quasi.
“Solo dirti che per due settimane non mi troverai, vado in vacanza.”
“Co… cosa?! Ed io come faccio!?” – chiese con apprensione.
“Cristo questa cittá è piena di droga, qual è il tuo problema?!”
“La tua roba è sicura… tutto qui…”
“Su questo hai ragione Jared, ma ti mando da uno altrettanto affidabile.”
“E chi sarebbe?”
“Conosci il bar Grey Home?”
“Sí… sí so dov’é…” – replicó quasi rassicurato.
“Bene, chiedi di Colin, l’irlandese, è suo il locale ed è un ottimo fornitore… Ma non ti affezionare, torna poi da me, ok?”
“Sai cosa mi frega… basta che non mi vendiate della merda ed io corro dove volete…”
“Dai vai pure, lo vedo che sei al limite…”
“Ok… ciao, divertiti.” – e se ne andó, sotto lo sguardo commiserevole di Barry, che quasi si dispiaceva nel vedere un giovane cosí bello, che continuava a sbagliare tutto nella propria vita, rendendola inutile e sporca.
Colin si era chiuso a chiave nel proprio ufficio, a contare denaro contante e mettere al sicuro diversi orologi d’oro e bracciali, di notevole valore.
Sorrise, pensando a cosa erano disposte a fare certe persone per una dose.
Con lui non si poteva scendere a compromessi, non voleva sesso in cambio di certi favori.
I tossici gli facevano schifo, donne o uomini non c’era differenza.
Era solo da un pezzo, a parte una fidanzata che lo aveva mollato ed un amico con il quale non era andato oltre qualche bacio: la sua bisessualitá non gli aveva mai dato problemi e di impegnarsi con qualcuno non se ne parlava.
Colin aveva una sorella piú piccola, che morí in un incidente stradale, insieme ai loro genitori: uno stop non rispettato da un coglione bevuto fino al midollo, gli aveva spazzato via un mondo fatto di abitudini e tradizioni.
I parenti erano nella lontana Dublino ed a lui non erano mai andati a genio.
Colin voleva fare soldi in fretta, senza troppa fatica: vivere come un bravo ragazzo era deprimente e non voleva avere tra le palle qualcuno che lo giudicasse.
Ad ogni ingresso, un bip lo avvisava che un potenziale relitto umano si era infilato nel suo rifugio colorato e ben fornito di qualsiasi stupefacente.
Senza saperne il motivo, alzó lo sguardo all’ennesimo passaggio, scorgendo un ragazzo nuovo, molto attraente, ma vestito come uno straccione.
La moda grunge imponeva un aspetto trasandato chic, quei discorsi glieli faceva il barista, sezionando ogni cliente, raccontandolo a Colin, che ascoltava divertito, bevendo la solita scura.
Fece uno zoom sul volto dello sconosciuto, notando il blu dei suoi occhi lucidi e sofferenti.
Era troppo secco, chissá da quanto non faceva un pasto decente, ma poteva essere anche un poppante ribelle, uno di quei vegetariani convinti, finito lí per sbaglio: voleva assurdamente negare a sé stesso l’evidenza, senza decifrarne il motivo.
Decise di tornare in sala, per aiutarlo.
Jared si avvicinó al bancone, chiedendo di Colin.
“Sta arrivando, eccolo qui… Ciao capo, ti cercano...” – ed indicó Jared, che si stava soffiando il naso.
Poche gocce di sangue nel kleenex lo allarmarono.
“Ciao, sono Colin. Ehi, ma cosa ti prende?”
“Non lo so… c’è un bagno?”
“Certo, seguimi.”
Lo portó di sopra – “Questo è il mio, fai con comodo.”
“Grazie, troppo buono…” – disse assorto a tamponare quell’epistassi, dovuta all’infiammazione dei turbinati, segno tipico di chi stava esagerando con la cocaina.
Colin provó come un senso di rassegnazione, un altro predestinato, per una brutta fine.
Quando Jared tornó, lo fece accomodare sul divano, dove lui stava sorseggiando una tonica – “Ho una sete stasera… colpo dei tacos…” – disse come se si conoscessero, provando poi disagio davanti al silenzio del ragazzo, che voleva solo una cosa.
“Mi chiamo Jared… è Barry che mi manda, lui è partito… Dice che sei a posto…”
“Ah, capisco. Cosa hai fatto allo zigomo?”
Jared si ritrasse, infastidito da quella curiositá inconsueta – “Fai un’intervista a chi cerca una dose?”
Colin si alzó di scatto, aprendo un cassetto a caso, buttando sul tavolino pochi grammi – “Tieni, offre la casa, omaggio di benvenuto. Ora togliti dai coglioni, che ho da fare.”
Il suo tono divenne cosí sgarbato, da provocare una fitta allo stomaco a Jared, che non esitó a prendere quel dono inaspettato ed uscire senza voltarsi indietro da quel posto, che giá detestava.
La finestra affacciata su di una via discretamente elegante di New York, era dotata di un ampio davanzale, sopra al quale, tra un paio di cuscini, Colin si sistemó a fumare una sigaretta.
Quella notte non riusciva a dormire.
Provava una rabbia crescente.
§ Volevo fare solo due parole… una minima conversazione… cazzo! § - pensó, sentendosi usato.
Del resto era reciproco, il rapporto drogato – pusher era un dare avere, finché uno dei due non strippava e di certo non sarebbe stato lui.
Prese la giacca in pelle scura, rimise le Hogan, con l’intenzione di fare un giro in auto.
Capí subito che non era un semplice scarico di tensione, quel girovagare senza meta, visto che stava facendo qualcosa di preciso: cercava Jared.
Tanto illogico quanto impossibile trovarlo.
Eppure nel buio, qualcosa di inspiegabile accadde.
Inizió a piovere a dirotto e quel piccolo cencio di uomo era lí, proprio ad un passo da Colin, abbandonato su di una panchina, come se il destino si fosse dimenticato di lui.
Lo recuperó imprecando.
Jared si rannicchió sul sedile del passeggero, assaporando il tepore dell’abitacolo, la testa appoggiata al finestrino, il respiro spezzato dal freddo.
Era fradicio.
“Ehi sei qui con me Jared?”
“Sí… sí ci sono…” – balbettó tremante.
“Abbi pazienza un paio di minuti e siamo arrivati.”
“Arrivati dove… cosa vuoi?”
“Niente, solo … niente.”
“Allora fammi scendere.”
“Ti porto dove abiti allora, se non vuoi venire a casa mia…”
“A casa tua? Che cazzo vuoi!?” – sembró risvegliarsi da un torpore, reagendo come una furia all’affermazione di Colin, che stava per spazientirsi.
“Ma sei stronzo?? Cosa ti sei messo in testa? Volevo solo che ti asciugassi, prima di tornare dai tuoi!” – replicó furente.
“I… i miei?...” – rise piano.
“Cosa ci trovi di tanto divertente, eh?!”
“Nulla… ho solo… c’è mio padre… un bastardo come un altro, magari a quest’ora dorme, cosí mi risparmia…”
Colin accostó, girandosi per squadrarlo – “Risparmia da cosa?” – domandó con esitazione.
“Mi pesta…solo questo…”
“Perché ti fai?”
“No… lui è sovente in coma etilico…” – sorrise, quel modo di dire l’aveva sentito in tv.
“E se la prende con te?”
“Ovvio… per ragioni del cazzo, ma un motivo lo trova, cosí si sfoga e poi… si sentirá meglio, non lo so… Davvero. Non lo so Colin.”
“Mi… mi dispiace…” – mormoró, sfiorandogli i capelli.
Jared stranamente, viste le premesse, non reagí.
“Non importa… comunque grazie per la solidarietá.”
“Andiamo da me allora?”
“Come vuoi… sí, va bene.”
L’appartamento era accogliente, l’arredamento sobrio; a Jared sembró troppo elegante per un venditore di morte.
“Se vuoi farti una doccia, ti posso prestare dei vestiti, certo sei piú magro di me… Cosa ne dici di una tuta?” - sorrise, cercando nell’armadio.
“Quella va bene… Nike, bella…” – disse, tastando la stoffa di pregio, ammirandola come qualcosa di essenziale.
Colin capí che Jared non aveva mai avuto nulla di superfluo, come lui – “Puoi tenerla, se… se non ti offendi.”
“Ok… dici sul serio?” – chiese diffidente.
“Certo. Mangi qualcosa?”
“Hai un dolce…? Ho voglia di dolce…”
“Sí, torta gelato? Temo di avere solo quella…”
Colin ne andava pazzo, era capace di mangiarne piú di metá, per poi ammazzarsi di pesi in palestra per smaltire.
“Gelato…? Sí… la mangio volentieri.”
“Ti aspetto in cucina, fai con comodo.” – sorrise, passandogli anche un accappatoio e degli asciugamani.
“Nella cassettiera sotto al lavabo trovi anche boxer e vogatori nuovi, serviti pure…”
Jared non disse niente, a testa bassa si infiló nella stanza e chiuse a chiave.
Colin si grattó la testa, sconfortato dalla ritrosia, che leggeva in ogni espressione di Jared.
La penisola della cucina era di colore arancio, mentre il resto era in faggio chiaro, stile essenziale e pratico, gli accessori rossi ed allineati in un ordine maniacale.
Jared analizzava ogni dettaglio, mostrando curiositá.
“Carino questo posto…La tua fidanzata ha buon gusto Colin, ma ora dov’è?”
“Come scusa?... No, hai davanti a te un single incallito.” – tentó una battuta trita, ma Jared era piú preso a pregustare la sua porzione di saint honoré.
“La adoro…”
“Cosa Colin?”
“Questa schifezza carica di calorie, grassi, zuccheri…”
“Un pusher salutista… ecco cosa sei…” – Jared ridacchió, spegnendo subito la propria ilaritá, davanti alla smorfia di Colin.
“Scusami…scherzavo…”
“Sí, ovvio. Buon appetito.”
“Grazie Colin.” – prese il primo cucchiaio, socchiudendo le palpebre, compiaciuto – “Cazzo… è buona davvero…”
“Te lo avevo detto Jared.”
Lui tiró sú dal naso, spostandosi via i capelli dalla fronte.
Aveva un viso bellissimo e Colin non riusciva a smettere di guardarlo, sentendosi un coglione.
“Mia mamma… mia mamma a Natale faceva sempre una ciambella, farcita con crema… crema pasticcera, la preparava lei… e poi… poi faceva due parti, tagliando nel mezzo, con una lama sottile e lunghissima… ed io credevo sempre che sarebbe andata storta, invece non sbagliava… Non…non sbagliava mai…” – la voce di Jared divenne un sussurro assorto, quasi immerso nei ricordi, tanto che le sue iridi cobalto si illuminarono, come ispirate.
“Ha smesso di farla?” – chiese Colin, incantato da lui, come mai gli era accaduto prima.
“È andata via… un male incurabile…Papá ed io non ce l’abbiamo fatta senza di lei. Mi aveva lasciato dei risparmi e me li sono bruciati quasi tutti…almeno quelli che non si è bevuto il vecchio. Lui era un impiegato, assicurazioni…Io studiavo… tutto nel cesso…” – all’improvviso Jared sembrava un fiume in piena di notizie su di sé, un classico per chi sniffava, alterazioni caratteriali e sbalzi di umore inattesi.
“E adesso cosa fate?”
“Lui fa il doppio turno da Griffith… Io da Speed Wash...”
“Capisco, ci vado ogni tanto…”
“Non ti ho mai visto…”
“Neppure io, ma cosa importa Jared? Ne vuoi un’altra...?”
“Se non ti dispiace…” – sorrise.
“Credo che tu ne abbia piú bisogno di me… Posso prepararti anche qualcosa di caldo, ma forse è tardi…”
“Sí, troppo…” – guardó l’ora – “Dovrei rientrare…”
“Sei sicuro?”
“Francamente non c’è pericolo che quello mi cerchi… o si accorga della mia assenza…”
“Allora resta qui, ho un divano comodissimo.”
“Perché lo fai Colin?”
“Faccio cosa?”
“Perché sei gentile con me? Non ci sono abituato, cosa vuoi in cambio?”
“Ricominci con queste cazzate Jared?!” – si alteró, andando a lavare i piatti.
“No, ma ti ripeto, non ci sono abituato a tante smancerie.”
“Smancerie? … Ma che cazzo dici? Un amico ti tratta senza prenderti a calci in culo e tu le chiami smancerie?!”
“Amico…e… e da quando siamo amici?”- ribatté ironico.
Colin si fermó davanti a lui, pungendolo con lo sguardo ferito – “Sei insopportabile Jared.”
Lui fece mezzo passo indietro, come intimorito – “Lo so. Lo dice anche mio padre… non ti sopporto Jared… per via della somiglianza con mia madre… eppure l’amava, dovrebbe… lui dovrebbe amarmi, almeno un minimo…”
“Se fai cosí amarti diventa complicato.”
Quelle parole sembravano dette da qualcuno fuori scena, Colin si avvampó di vergogna, aveva abbassato tutte le difese possibili, le barriere che nessuno riusciva ad abbattere, con Jared si erano come annullate.
“Tu… tu invece sei facile da amare, Colin?”
Un quesito che lo colse impreparato, ma gli occhi di Jared sembravano pretendere una risposta.
“Hai vinto. Mi piaci, mi…” – Colin respiró forte – “Jared non so cosa cazzo mi abbia preso, ma non posso…”
“Non puoi cosa?” – sembró che l’ossigeno fosse venuto meno, in quell’incavo gradevole ed invitante.
Colin si strofinó la faccia, allontanandosi – “Dormo io in salotto, prenditi la mia stanza, ci vediamo a colazione, dormi bene.” – disse secco, chiudendosi lui, questa volta, in bagno.
Jared non se lo fece ripetere, approfittando di quel giaciglio immacolato.
Quando non era troppo stanco puliva sommariamente l’alloggio che divideva con il padre, che faceva del proprio meglio per renderlo un porcile.
Il covo di Colin era invece disposto secondo un criterio di disciplina, almeno all’apparenza.
Prese un piumino ed un guanciale dalla cassapanca, senza fare rumore, per poi sdraiarsi nudo sul Cester in pelle bianca.
Era nervoso, nudo ed impaziente di prendere sonno, per non pensare piú a quel ragazzo a pochi passi da lui.
Ripercorreva le scene di poco prima, soffermandosi sui toni migliori della loro conversazione.
Purtroppo, la sua attenzione si era concentrata anche sulle linee del corpo di Jared, sensuali ed attraenti in un modo che gli toglieva il fiato.
Si masturbó, senza venire, per poi mettersi a piangere, dandosi del cretino.
Il mattino dopo Jared era sparito.
Due notti.
Due albe.
“Basta! Basta cazzo!!!”
Colin diede un pugno allo schienale della poltrona, dove si era messo per leggere un giornale sportivo.
Doveva andare da Speed Wash, doveva ritrovare Jared, che aveva preferito rivolgersi a qualche altro pusher, almeno cosí credeva.
L’inserviente che prese in carico il suo suv non seppe dargli un’informazione risolutiva – “Jared? Era qui mezz’ora fa, ma credo se ne sia andato…Non stava bene.”
“Ti ringrazio… hai mica il suo indirizzo di casa?”
“No, mi dispiace… ma lei è un poliziotto?”
Colin tossí – “Si vede cosí tanto?”
“Parli con il titolare, lo trova sú negli uffici.”
Colin salí due rampe di scale, sentendo una voce tuonare in lontananza.
Un uomo massiccio, che dava le spalle alle vetrate dell’amministrazione, stava inveendo contro qualcuno.
Era Jared, coperto dalla sua stazza, che stava curvo, appoggiato alla parete, a sorbirsi un rimprovero prevedibile – “Sono stufo marcio della tua sbadataggine!!! Ma cosa fai, ti droghi Jared?? È la terza auto che mi righi questo mese, cazzo!! Sei licenziato!”
Lui non replicava, era in evidente astinenza.
Colin intervenne.
“E lei chi è?!”
“Salve… sono… sono un amico di Jared, sono venuto a prenderlo… Ci sono problemi?”
“Per me non piú! Se lo porti via, mi fa solo un favore!” – e cosí dicendo tiró una busta contro Jared, che la fece cadere.
C’era la sua liquidazione.
Colin la raccolse e lo trascinó fuori da quel posto.
L’assenza di dialogo tra loro era imbarazzante.
Girarono a vuoto per mezz’ora, finché Colin non si arrestó davanti a Central Park.
“Facciamo due passi Jared, vuoi?”
Lui in risposta frugó nelle tasche dei jeans estraendo la dose che Colin gli aveva regalato.
“Non… non mi sono piú fatto… sto … da cani…”
“Lo vedo Jared… senti, voglio aiutarti…Ti porto in ospedale?”
“No!!! No…” – da una foga disperata, ad un pianto sommesso.
Jared era a pezzi.
L’appartamento di Colin era l’unica destinazione accettabile per lui.
“Ok, per me non ci sono problemi, ma credevo che non volessi piú vedermi.”
Jared non diceva piú niente, era senza energie.
A fatica si nutrí di una porzione di lasagne surgelate, che Colin riscaldó nel microonde poco dopo essere arrivati.
“Sono buone?” – domandó con un sorriso, seduto sul bordo del letto, sul quale Jared era quasi svenuto.
Annuí, confermando anche la sua malnutrizione.
A chiunque avrebbe fatto pena, ma a Colin strappava qualcosa dentro al petto, la stessa sensazione che provó alla telefonata dell’ospedale, dove gli chiedevano di correre, perché era accaduta una disgrazia ai suoi familiari.
Trattenne a stento le lacrime, ma poi le lasció andare.
“Cos’hai Colin…?”
“Nulla… nulla Jared, dai mangia, devi… tu devi stare bene…”
Lui posó la vaschetta sul comodino e lo abbracció.
Stava sudando – “Ho… ho paura Colin…”
“Ne usciamo insieme da questo casino Jared…te lo giuro che ne usciamo.” – disse convinto.
Una settimana.
Il tempo si era dilatato, senza piú capire quando il sole sorgeva e poi tramontava, tra un temporale e l’altro di quella primavera fresca.
I primi tre giorni furono i peggiori.
Jared chiedeva disperatamente una dose, che Colin non gli avrebbe dato mai.
Nel buio gli incubi peggiori gli attanagliavano la mente, mentre in preda alle convulsioni si aggrappava al sembiante di Colin, che cercó di non lasciarlo mai solo.
Beveva litri di succo di arancia, urinando in continuazione, finché non riuscí ad arrivare alla tavoletta in tempo, facendosela addosso un paio di volte.
Colin cambió la biancheria a ripetizione, surriscaldando persino l’asciugatrice per i molteplici bucati.
Jared piagnucolava – “Mi vergogno… scusami Colin… scusami, scusami…” – sembrava un disco rotto, ma l’altro non mollava, sarebbe andato fino in fondo, voleva vederlo ridere senza l’aiuto di allucinogeni, voleva cambiare la sua esistenza, si sentiva utile per qualcuno, che non fosse sé stesso, finalmente.
Colin si fece persino portare la spesa a casa.
“Tu… tu non mi abbandonerai mai… vero Colin…?”- domandó flebile, ma sereno.
“Mai te lo posso assicurare.” – disse allungandosi, per stringerlo sul cuore.
Jared affondó nel suo collo un sorriso radioso, rivelandolo dopo un istante a Colin, che inizió ad accarezzargli la fronte – “Il peggio è passato, vero Jared?...”
Lui lo bació.
Quel contatto arrivó improvviso e dolcissimo.
Colin stentava a crederci.
Il sapore di Jared, dentifricio alla menta, sarebbe rimasto impresso nella sua anima all’infinito, ma mai come la frase che ascoltó quando dolorosamente si staccó da lui – “Ti amo da morire… facciamo l’amore Colin?”
“Io… non l’ho…” – “Nemmeno io…” – sorrise ancora.
L’imbrunire raccolse i loro gemiti, mescolati ad altri baci, persi nella reciproca visione dei loro sensi, Colin tra le gambe di Jared, che si spingeva verso il suo sesso dolente – “Voglio appartenerti… Colin …non lasciarmi andare via…non permetterlo…”
“Amore… ti amo… ti amo…” – un urlo strozzato segnó la sua penetrazione, che inondó di piacere ogni centimetro di Colin, a cui sembró di impazzire.
Si fermó, asciugando al compagno, con un bacio, due lacrime perlescenti – “Jared se vuoi io…”
“Dio non fermarti…”
Da quel momento i suoi fianchi persero ogni controllo, arrivando a toccare le porzioni di carne e sangue di Jared piú sensibili, provocandogli orgasmi in continuazione.
Il suo membro si strofinava all’addome di Colin, che inizió ad accarezzarlo, dalla base alla punta, con esperienza ed ardore.
Si svuotarono insieme, gridando i loro nomi.
Fremente, Jared diede le spalle a Colin, avido di ulteriori attenzioni – “Ancora… ancora…”
Lui lo riprese, con colpi piú secchi, mentre lui afferrava le sbarre della testata, aprendo le gambe in modo osceno.
“Cazzo che bello scoparti… Jared…Jareddd!!!” – venne di nuovo, mordendogli la schiena e la nuca, dove non smetteva di leccarlo, come un cucciolo affamato di lui.
Scivolarono sul parquet, dove Jared si mise a cavalcioni sopra a Colin, continuando a baciarlo, le dita che tormentavano i suoi capelli corvini, ansimando frasi di amore e desiderio.
Colin strinse le mani attorno alla vita sottile di Jared, sollevandolo per portare il suo sesso alle proprie labbra – “Voglio… voglio farti venire con la bocca piccolo…” – e lo ingoió, fino a sentirlo in gola.
Jared strizzó le palpebre, inspirando intensamente – “Succhialo tutto… sei bravo… Colin sei un sogno…”
Pompava e leccava, sembrava nato per farlo.
Quando sentí lo sperma inondarlo, non volle separarsi da Jared: fu incredibile.
Lui si accasció, cercando di nuovo l’eccitazione di Colin.
Se lo portó dentro, in modo naturale, contorcendosi un minino.
Colin si preoccupó – “Tesoro non voglio farti male…”
“Ssssttt non… non dire niente…sapessi come ti sento… come… sei mio… ti adoro…” – facendo annegare una fitta nella bocca di Colin, iniziando a cavalcarlo forsennato e rapito da mille sensazioni appaganti.
Il barista del Grey home era perplesso: “Gestirlo io? Ma scherzi Colin?”
“Assolutamente, fanne ció che vuoi. Qui ci sono le chiavi della cassaforte, c’è una pistola ed il denaro per pagare i fornitori a fine mese. Poi saranno affari tuoi, comunque ho ripulito tutto.”
“Ok… io in certi traffici non voglio entrare.”
“E fai bene… Buona fortuna.”
“Anche a te Colin… ma dove diavolo te ne vai?”
“Dove serviró a qualcosa.” – sorrise, tornando al taxi dove Jared lo stava aspettando.
Seduti nella sala d’attesa dell’aeroporto, con i loro zaini pieni di scritte, erano in transito da un campo profughi in Sierra Leone ed un nuovo obiettivo.
“Quanto tempo è passato Cole?”
“Due anni… sei stanco Jay?” – sussurró, baciandogli la spalla.
“No… pensi che la Romania sará molto fredda?”
“Siamo a luglio, credo di no…” – rise, aprendo un pacchetto di cracker.
“Aids… Dio quanti bambini contagiati… guarda mi hanno mandato altre foto…” – disse, mostrandogli l’immagine sul visore del cellulare.
“Faremo il possibile, in un nuovo posto speciale… anche questa volta.” – lo bació, arridendo ai suoi zaffiri luminosi, con la stessa gioia iniziale, immutata e pura, come il loro domani.
THE END
mercoledì 2 febbraio 2011
GOLD - Capitolo n. 56
Capitolo n. 56 – gold
Kevin si sollevó lentamente, guardando il sorriso di Geffen – “Ti amo daddy…” – gli bació il petto, stringendosi a lui ancora piú forte.
“Dio che disastro Kevin…Mi aiuti, vorrei fare una doccia…”
“Sí Glam…dimmi cosa devo fare e lo faró.”
“Grazie piccolo… prendi quella specie di cuffia per isolare il mio ginocchio…” – rise, indicandogli un vassoio dove c’era il necessario – “Poi le stampelle, stamattina ce l’ho fatta ad alzarmi, sai volevano mettere un catetere… Non sia mai ahhahah”
“È insopportabile hai ragione… ok andiamo, dobbiamo lavarci sul serio…” – disse scrutando i loro corpi, segnati dal reciproco piacere.
Glam si mise a sedere sulla seggiola apposita e Kevin aprí i getti, per poi lavarsi a vicenda.
“Ti amo tesoro… sei cosí premuroso…”
“Sei il mio uomo, ci siamo sempre assistiti, te lo sei dimenticato Glam?” – chiese sereno.
“Come potrei…? Vieni qui… vieni qui amore.”
Riprese a baciarlo, accarezzandolo tra le gambe, facendolo girare affinché si appoggiasse al muro, penetrandolo in tutti i modi, infervorato da un desiderio sconcertante.
“Daddy… daddy fermati… non devi… non devi stancarti cosí tanto…”
“Lasciami fare… mi sei mancato Kevin…” – ansimó, masturbandolo con le mani, scopandolo con la lingua, sembrava non conoscere limiti.
Jude si bloccó contro la parete del soggiorno, perso ad osservare Robert, che stava montando una lampada alogena.
Downey era cosí preso dalla loro nuova casa, si entusiasmava per ogni piccola cosa.
Law temeva che tutto potesse finire da un momento all’altro.
Il compagno evitava di parlarne, ma lui sapeva benissimo che il legale della moglie Susan era sul piede di guerra, per usare un eufemismo.
Voleva rovinarlo, come era successo a Law dopo il primo matrimonio.
Il gossip si stava occupando di loro in modo superficiale, del resto la stampa era abituata a vederli insieme, ma la voce delle loro separazioni aveva alimentato qualche discussione on line su blog e social network, tra plausi e disprezzo in parti eque.
L’opinione pubblica aveva digerito storie come quella tra Farrell e Leto, con pareri contrastanti, ma Jude non voleva esporsi piú di tanto, per tutelare i figli, affidati comunque alle madri.
Robert era tornato sull’argomento adozione timidamente, viste le reticenze del compagno, forse era ancora presto.
“Fatto! Non sono un genio!?” – disse facendo un saltello, che provocó una vibrazione sul parquet ed il conseguente distacco di un pezzo del suo capolavoro.
Jude scoppió a ridere, poi lo soccorse, consolandolo, mentre l’altro si stava arrabbiando come un bimbo.
Finirono sul tappeto dietro di loro – “Lascia stare questa roba Downey…occupati di me…” – gemette nel suo collo, mordendolo.
Il cellulare li interruppe.
Rob sbirció il visore – “Tesoro è il tuo… è Colin…”
“Come scusa? Lo richiameró…” – disse, senza smettere di baciarlo.
In effetti gli squilli cessarono, ma iniziarono a diffondersi nella stanza quelli dell’apparecchio interno, collegato ad una vecchia segreteria degli anni ottanta, comprata in un negozio di modernariato, con il viva voce sempre inserito.
Era di nuovo Farrell.
“Jude… stavo guardando delle foto…” – la sua voce era strana, rotta da un pianto latente.
“Cazzo… cosa gli succede?” – esclamó Robert, tirandosi sú insieme a Jude, che provó a rispondergli direttamente, ma Colin aveva giá riattaccato.
“Andiamo da lui?” – domandó in preda all’agitazione.
“Sí Jude, andiamo…”
Faticarono a trovarlo, poi Jude si ricordó di quella stanza, dove Colin si isolava.
Era proprio lí, seduto sulle ginocchia, le spalle rivolte all’ingresso, sul quale i due si fermarono.
Sul pavimento c’erano decine di foto, di Jared, di loro, dei bambini, molte in bianco e nero.
“Colin… Colin siamo qui…” – gli andó vicino, prendendolo per le spalle, mentre Robert raccolse un tubetto di psicofarmaci vuoto – “Cristo quante ne avrá presi?!”
“Colin guardami! Hai preso questa roba?”
Il suo sguardo era allucinato, il volto stravolto, diceva frasi sconnesse.
“Jude facciamolo vomitare!”
“No aspetta, portiamolo in ospedale, telefona a Simon, digli di darci una mano, in modo che i bambini non si accorgano di nulla!”
“Ok…gli dico di portare l’auto sul retro.”
Kevin e Jared erano distesi sul letto, tenendosi per mano, a guardare il soffitto, senza riuscire a dormire.
“Perché vedi, lei arriva con quelle sue due cose…”
“Quali cose Kevin?”
“Quelle robe qui sul davanti…”
Jared si giró a guardarlo per un istante – “Si chiamano tette Kevin!” – “Sí quelle… appunto…”
Risero – “Ok, lei ha quelle due cose che a Glam piacciono tanto… A te piacciono?”
“Mmmm insomma…ad essere sincero non mi dispiacciono poi cosí tanto…”
“Oh sí Jay, mi ricordo, quel tuo video, dove toccavi le tette a quella ragazza… come si chiamava?”
“Ma chi la ragazza?”
“No il pezzo… Hurricane!”
“Ah sí… è passato un secolo…Era scoppiato un mezzo casino…”
“Bei tempi… Ti manca Colin?”
“Sí…anche fisicamente…in tutti i modi, peró provo ancora angoscia al pensiero di tornare a casa…”
“Ami Glam?”
Jared fece un respiro intenso – “Sí lo amo…ed ho… io ho come bisogno di lui nel senso che…È come un mosaico, senza Glam, un pezzo fondamentale, mi sento incompleto… E dovró rassegnarmi all’idea, perché tra lui e me non ha mai funzionato.”
“Da quello che so voi due funzionate benissimo…” – sorrise, con un tono simpatico.
“Abbiamo avuto dei bei momenti, ma non è bastato…Con Colin invece il nostro legame lo vedo come un dipinto… lui è la tela ed io i colori o viceversa… diamo un senso l’uno all’altro solo esistendo insieme, perché lui non rappresenterebbe niente senza di me ed io, senza una base su cui vivere, rimarrei qualcosa di incompiuto…”
“Forse Jared li amiamo troppo…”
“O troppo poco, ma parlo solo di me sia chiaro!” – rise.
“Oggi… abbiamo fatto l’amore…” – glielo confessó quasi con imbarazzo.
Jared rimase in silenzio per qualche minuto.
“Ma… non avevate paura che qualcuno vi beccasse?”
“No… ho chiuso la porta a chiave…Sí, è vero, siamo dei pazzi, ma Glam…Era da quando sono partito che non è piú successo ed io non cedo alle tentazioni, tipo Chris…”
“Chris ti rompe le palle, ci scommetto…”
“Sí, poi me lo ha detto chiaro e tondo che gli piaccio, che mi farebbe di tutto e che lui è meglio di un ultra cinquantenne…”
“Che stronzo!”
“Gli piace insultare il mio daddy, ma mi fa solo incazzare.”
“Parti davvero domani con Antonio?”
“Sí, torno in Belgio, dobbiamo recuperare un paio di concerti…”
“Perché non resti Kevin?”
“Ho degli impegni da rispettare, ho fatto una scelta, torneró quando sará il momento e qualunque cosa dovessi fare, la decideró insieme a Glam… che lascio in buone mani, vero Jared?”
Kevin si sollevó lentamente, guardando il sorriso di Geffen – “Ti amo daddy…” – gli bació il petto, stringendosi a lui ancora piú forte.
“Dio che disastro Kevin…Mi aiuti, vorrei fare una doccia…”
“Sí Glam…dimmi cosa devo fare e lo faró.”
“Grazie piccolo… prendi quella specie di cuffia per isolare il mio ginocchio…” – rise, indicandogli un vassoio dove c’era il necessario – “Poi le stampelle, stamattina ce l’ho fatta ad alzarmi, sai volevano mettere un catetere… Non sia mai ahhahah”
“È insopportabile hai ragione… ok andiamo, dobbiamo lavarci sul serio…” – disse scrutando i loro corpi, segnati dal reciproco piacere.
Glam si mise a sedere sulla seggiola apposita e Kevin aprí i getti, per poi lavarsi a vicenda.
“Ti amo tesoro… sei cosí premuroso…”
“Sei il mio uomo, ci siamo sempre assistiti, te lo sei dimenticato Glam?” – chiese sereno.
“Come potrei…? Vieni qui… vieni qui amore.”
Riprese a baciarlo, accarezzandolo tra le gambe, facendolo girare affinché si appoggiasse al muro, penetrandolo in tutti i modi, infervorato da un desiderio sconcertante.
“Daddy… daddy fermati… non devi… non devi stancarti cosí tanto…”
“Lasciami fare… mi sei mancato Kevin…” – ansimó, masturbandolo con le mani, scopandolo con la lingua, sembrava non conoscere limiti.
Jude si bloccó contro la parete del soggiorno, perso ad osservare Robert, che stava montando una lampada alogena.
Downey era cosí preso dalla loro nuova casa, si entusiasmava per ogni piccola cosa.
Law temeva che tutto potesse finire da un momento all’altro.
Il compagno evitava di parlarne, ma lui sapeva benissimo che il legale della moglie Susan era sul piede di guerra, per usare un eufemismo.
Voleva rovinarlo, come era successo a Law dopo il primo matrimonio.
Il gossip si stava occupando di loro in modo superficiale, del resto la stampa era abituata a vederli insieme, ma la voce delle loro separazioni aveva alimentato qualche discussione on line su blog e social network, tra plausi e disprezzo in parti eque.
L’opinione pubblica aveva digerito storie come quella tra Farrell e Leto, con pareri contrastanti, ma Jude non voleva esporsi piú di tanto, per tutelare i figli, affidati comunque alle madri.
Robert era tornato sull’argomento adozione timidamente, viste le reticenze del compagno, forse era ancora presto.
“Fatto! Non sono un genio!?” – disse facendo un saltello, che provocó una vibrazione sul parquet ed il conseguente distacco di un pezzo del suo capolavoro.
Jude scoppió a ridere, poi lo soccorse, consolandolo, mentre l’altro si stava arrabbiando come un bimbo.
Finirono sul tappeto dietro di loro – “Lascia stare questa roba Downey…occupati di me…” – gemette nel suo collo, mordendolo.
Il cellulare li interruppe.
Rob sbirció il visore – “Tesoro è il tuo… è Colin…”
“Come scusa? Lo richiameró…” – disse, senza smettere di baciarlo.
In effetti gli squilli cessarono, ma iniziarono a diffondersi nella stanza quelli dell’apparecchio interno, collegato ad una vecchia segreteria degli anni ottanta, comprata in un negozio di modernariato, con il viva voce sempre inserito.
Era di nuovo Farrell.
“Jude… stavo guardando delle foto…” – la sua voce era strana, rotta da un pianto latente.
“Cazzo… cosa gli succede?” – esclamó Robert, tirandosi sú insieme a Jude, che provó a rispondergli direttamente, ma Colin aveva giá riattaccato.
“Andiamo da lui?” – domandó in preda all’agitazione.
“Sí Jude, andiamo…”
Faticarono a trovarlo, poi Jude si ricordó di quella stanza, dove Colin si isolava.
Era proprio lí, seduto sulle ginocchia, le spalle rivolte all’ingresso, sul quale i due si fermarono.
Sul pavimento c’erano decine di foto, di Jared, di loro, dei bambini, molte in bianco e nero.
“Colin… Colin siamo qui…” – gli andó vicino, prendendolo per le spalle, mentre Robert raccolse un tubetto di psicofarmaci vuoto – “Cristo quante ne avrá presi?!”
“Colin guardami! Hai preso questa roba?”
Il suo sguardo era allucinato, il volto stravolto, diceva frasi sconnesse.
“Jude facciamolo vomitare!”
“No aspetta, portiamolo in ospedale, telefona a Simon, digli di darci una mano, in modo che i bambini non si accorgano di nulla!”
“Ok…gli dico di portare l’auto sul retro.”
Kevin e Jared erano distesi sul letto, tenendosi per mano, a guardare il soffitto, senza riuscire a dormire.
“Perché vedi, lei arriva con quelle sue due cose…”
“Quali cose Kevin?”
“Quelle robe qui sul davanti…”
Jared si giró a guardarlo per un istante – “Si chiamano tette Kevin!” – “Sí quelle… appunto…”
Risero – “Ok, lei ha quelle due cose che a Glam piacciono tanto… A te piacciono?”
“Mmmm insomma…ad essere sincero non mi dispiacciono poi cosí tanto…”
“Oh sí Jay, mi ricordo, quel tuo video, dove toccavi le tette a quella ragazza… come si chiamava?”
“Ma chi la ragazza?”
“No il pezzo… Hurricane!”
“Ah sí… è passato un secolo…Era scoppiato un mezzo casino…”
“Bei tempi… Ti manca Colin?”
“Sí…anche fisicamente…in tutti i modi, peró provo ancora angoscia al pensiero di tornare a casa…”
“Ami Glam?”
Jared fece un respiro intenso – “Sí lo amo…ed ho… io ho come bisogno di lui nel senso che…È come un mosaico, senza Glam, un pezzo fondamentale, mi sento incompleto… E dovró rassegnarmi all’idea, perché tra lui e me non ha mai funzionato.”
“Da quello che so voi due funzionate benissimo…” – sorrise, con un tono simpatico.
“Abbiamo avuto dei bei momenti, ma non è bastato…Con Colin invece il nostro legame lo vedo come un dipinto… lui è la tela ed io i colori o viceversa… diamo un senso l’uno all’altro solo esistendo insieme, perché lui non rappresenterebbe niente senza di me ed io, senza una base su cui vivere, rimarrei qualcosa di incompiuto…”
“Forse Jared li amiamo troppo…”
“O troppo poco, ma parlo solo di me sia chiaro!” – rise.
“Oggi… abbiamo fatto l’amore…” – glielo confessó quasi con imbarazzo.
Jared rimase in silenzio per qualche minuto.
“Ma… non avevate paura che qualcuno vi beccasse?”
“No… ho chiuso la porta a chiave…Sí, è vero, siamo dei pazzi, ma Glam…Era da quando sono partito che non è piú successo ed io non cedo alle tentazioni, tipo Chris…”
“Chris ti rompe le palle, ci scommetto…”
“Sí, poi me lo ha detto chiaro e tondo che gli piaccio, che mi farebbe di tutto e che lui è meglio di un ultra cinquantenne…”
“Che stronzo!”
“Gli piace insultare il mio daddy, ma mi fa solo incazzare.”
“Parti davvero domani con Antonio?”
“Sí, torno in Belgio, dobbiamo recuperare un paio di concerti…”
“Perché non resti Kevin?”
“Ho degli impegni da rispettare, ho fatto una scelta, torneró quando sará il momento e qualunque cosa dovessi fare, la decideró insieme a Glam… che lascio in buone mani, vero Jared?”
Il covo - the cast
L'amore è un covo di assassini > IL COVO
THE CREW AND THE CAST
COLIN FARRELL himself
JARED LETO is himself
TOMO E SHANNON
CHRIS MELONI is GLAM GEFFEN
RYAN PHILIPPE is KEVIN
KEANU REEVES is KURT
GARY SINISE is BRANDON
RICHARD GERE is CRANE
PETER russian blonde
VASSILY russian black
Julian McMahon-BRODY KELLER
Jake Gillenghall is LEE SUGAR COLEMAN
Alicja Curus is herself
Jake Nicholson is ANTONIO MELITI
THE CREW AND THE CAST
COLIN FARRELL himself
JARED LETO is himself
TOMO E SHANNON
CHRIS MELONI is GLAM GEFFEN
RYAN PHILIPPE is KEVIN
KEANU REEVES is KURT
GARY SINISE is BRANDON
RICHARD GERE is CRANE
PETER russian blonde
VASSILY russian black
Julian McMahon-BRODY KELLER
Jake Gillenghall is LEE SUGAR COLEMAN
Alicja Curus is herself
Jake Nicholson is ANTONIO MELITI
martedì 1 febbraio 2011
GOLD - Capitolo n. 55
Capitolo n. 55 – gold
Colin accarezzava i capelli a Violet, accucciolata sul suo cuore.
Ad ogni minimo bip proveniente dal portatile la bambina alzava il visino, in direzione del monitor, finché non arrivó il jingle giusto dal messenger.
“Papiii!!!” – esclamó, balzando giú dal letto felice.
Farrell la seguí, riprendendola in braccio, mentre si sedeva sulla poltroncina, davanti alla scrivania.
“Aspetta tesoro… ecco, clicchiamo qui… a posto, guarda, saluta papi…” – disse, con gli occhi gioiosi.
“Ciao Cole, tutto bene? Ciao principessa…”
“Buongiorno amore… siamo rimasti bloccati dalla neve un giorno in piú, ma siamo andati a pattinare nel palazzetto dei mondiali, vero Violet?”
Lei annuí, mostrando un tattoo temporaneo – “Papi guarda! Ti piace?”
“Sí angelo mio… ti sei divertita in montagna?”
“Mmmm sí! Peró la prossima volta vieni anche tu, come gli altri anni, vero papi?”
“Sí…promesso…” – sorrise, mentre Colin sentí lo stomaco leggero.
“Jared come sta Glam?”
“Meglio, è arrivato anche Kevin, poi nonno Antonio…”
“Antonio? Accidenti lui prende il suo aereo e vola per il mondo…”
“Dove sono gli altri Colin?”
“Yari oggi aveva una pre gara di nuoto, per il torneo della settimana prossima, Josh è andato con lui e Becki ha un po’ di febbre, sta dormendo, nulla di preoccupante…”
“Le viene sempre quando torniamo dal Colorado…” – replicó soprappensiero.
“Sí amore… quando torniamo dai viaggi la nostra bambina si ammala quasi sempre… lo fa apposta per la scuola secondo te?” – chiese fissandolo con dolcezza.
“Sí Colin, secondo me, sí…” – nei suoi occhi c’era un cielo costellato di domande irrisolte.
Kevin era rimasto solo con Glam, che gli aveva fatto posto – “È un giaciglio ospitale, forse non come quello di Jared…” – disse facendogli il solletico sotto alla maglietta.
“Daddy sei geloso…?!” – domandó scherzosamente.
“Ovvio che sí…sei dimagrito?”
“Faccio molta palestra… per scaricare… gli ormoni…” – rispose girandosi su di un fianco, per sistemarsi meglio.
“Sei bellissimo…” – mormoró iniziando a baciarlo.
Kevin non chiedeva di meglio.
Aveva azzerato tutta l’angoscia nel saperlo insieme a Jared nelle settimane precedenti, consapevole che quella scelta di non stare piú con lui non sarebbe durata.
Era stato rassicurato piú volte in passato dal compagno, si era affidato con fiducia a lui, maturo e finalmente deciso a chiudere un capitolo, che in veritá non aveva mai vissuto.
Nel dubbio sul suo ritorno, Glam era stato influenzato nel buttarsi nella storia con Jared? Teoria sbagliata: Kevin ci aveva rimuginato per grande parte della notte precedente, senza mai provare rancore verso Jared stesso, che dormiva agitandosi e chiamando il nome di Colin.
“Chiudi la porta a chiave Kevin…”
“Co… cosa?”
“Fallo e basta.” – sussurró perentorio, mentre la stanza veniva investita dai raggi del tramonto.
Glam si muoveva abbastanza per azionare lo schienale del letto, sollevandosi un minimo – “Togli queste lenzuola, non servono…”
“Sí daddy…” – disse piano, sentendo il respiro aumentare.
Lo fece salire scalzo sulle proprie gambe, sfilandogli la t-shirt e slacciando i jeans scoloriti, che Kevin fece volare con i boxer sulla sedia.
Glam si tolse la casacca sterile, rivelando che non indossava altro; Kevin si mise carponi, ricominciando a baciarlo con molta passione.
Le loro mani correvano reciprocamente sul petto, sulla schiena, sull’addome e poi sui sessi eccitati e pronti a donarsi un piacere agognato.
Glam si sporse, prendendo una pomata dal ripiano del comodino.
Aprí il barattolo verde mela, dove Kevin intinse quanto sufficiente a lubrificare il compagno, che a propria volta lo stava preparando con carezze sempre piú audaci.
“Daddy… Dio…mio…oddiooo!” – gemette forte quando Geffen lo fece scendere, prendendolo con decisione – “Tieni piccolo… sentilo fino in fondo…” – aiutandolo con le mani, strette intorno ai glutei sodi e perfetti.
Tenendosi alle sue spalle, Kevin inizió a cavalcare Glam con un ardore virile e sconvolgente, tempestato dalle calde lacrime che rigavano il suo volto incantevole, mescolandosi al sudore di entrambi.
Si perdevano l’uno nell’altro, le iridi che sembrarono a tratti incandescenti, come tutto intorno.
Kevin inizió anche a masturbarsi, per venire insieme a Glam, che schiuse le labbra, nell’ammirarlo – “Sei magnifico…” – ansimó, quasi quanto Kevin, che sentí il membro dell’altro ingrossarsi nell’assistere al suo amplesso.
Con l’altra mano andó a toccarsi nel punto dove si incontravano splendidamente, acuendo i singulti, fino allo spasimo.
Glam esplose, non potendo resistere oltre – “Riempimi di te… riempimi daddy…” – e cosí dicendo lo bagnó con il proprio sperma, come in segno di gratitudine.
Tremanti si riabbracciarono, suggellando i corpi e le bocche, sconvolti, ma appagati.
KEVIN
Colin accarezzava i capelli a Violet, accucciolata sul suo cuore.
Ad ogni minimo bip proveniente dal portatile la bambina alzava il visino, in direzione del monitor, finché non arrivó il jingle giusto dal messenger.
“Papiii!!!” – esclamó, balzando giú dal letto felice.
Farrell la seguí, riprendendola in braccio, mentre si sedeva sulla poltroncina, davanti alla scrivania.
“Aspetta tesoro… ecco, clicchiamo qui… a posto, guarda, saluta papi…” – disse, con gli occhi gioiosi.
“Ciao Cole, tutto bene? Ciao principessa…”
“Buongiorno amore… siamo rimasti bloccati dalla neve un giorno in piú, ma siamo andati a pattinare nel palazzetto dei mondiali, vero Violet?”
Lei annuí, mostrando un tattoo temporaneo – “Papi guarda! Ti piace?”
“Sí angelo mio… ti sei divertita in montagna?”
“Mmmm sí! Peró la prossima volta vieni anche tu, come gli altri anni, vero papi?”
“Sí…promesso…” – sorrise, mentre Colin sentí lo stomaco leggero.
“Jared come sta Glam?”
“Meglio, è arrivato anche Kevin, poi nonno Antonio…”
“Antonio? Accidenti lui prende il suo aereo e vola per il mondo…”
“Dove sono gli altri Colin?”
“Yari oggi aveva una pre gara di nuoto, per il torneo della settimana prossima, Josh è andato con lui e Becki ha un po’ di febbre, sta dormendo, nulla di preoccupante…”
“Le viene sempre quando torniamo dal Colorado…” – replicó soprappensiero.
“Sí amore… quando torniamo dai viaggi la nostra bambina si ammala quasi sempre… lo fa apposta per la scuola secondo te?” – chiese fissandolo con dolcezza.
“Sí Colin, secondo me, sí…” – nei suoi occhi c’era un cielo costellato di domande irrisolte.
Kevin era rimasto solo con Glam, che gli aveva fatto posto – “È un giaciglio ospitale, forse non come quello di Jared…” – disse facendogli il solletico sotto alla maglietta.
“Daddy sei geloso…?!” – domandó scherzosamente.
“Ovvio che sí…sei dimagrito?”
“Faccio molta palestra… per scaricare… gli ormoni…” – rispose girandosi su di un fianco, per sistemarsi meglio.
“Sei bellissimo…” – mormoró iniziando a baciarlo.
Kevin non chiedeva di meglio.
Aveva azzerato tutta l’angoscia nel saperlo insieme a Jared nelle settimane precedenti, consapevole che quella scelta di non stare piú con lui non sarebbe durata.
Era stato rassicurato piú volte in passato dal compagno, si era affidato con fiducia a lui, maturo e finalmente deciso a chiudere un capitolo, che in veritá non aveva mai vissuto.
Nel dubbio sul suo ritorno, Glam era stato influenzato nel buttarsi nella storia con Jared? Teoria sbagliata: Kevin ci aveva rimuginato per grande parte della notte precedente, senza mai provare rancore verso Jared stesso, che dormiva agitandosi e chiamando il nome di Colin.
“Chiudi la porta a chiave Kevin…”
“Co… cosa?”
“Fallo e basta.” – sussurró perentorio, mentre la stanza veniva investita dai raggi del tramonto.
Glam si muoveva abbastanza per azionare lo schienale del letto, sollevandosi un minimo – “Togli queste lenzuola, non servono…”
“Sí daddy…” – disse piano, sentendo il respiro aumentare.
Lo fece salire scalzo sulle proprie gambe, sfilandogli la t-shirt e slacciando i jeans scoloriti, che Kevin fece volare con i boxer sulla sedia.
Glam si tolse la casacca sterile, rivelando che non indossava altro; Kevin si mise carponi, ricominciando a baciarlo con molta passione.
Le loro mani correvano reciprocamente sul petto, sulla schiena, sull’addome e poi sui sessi eccitati e pronti a donarsi un piacere agognato.
Glam si sporse, prendendo una pomata dal ripiano del comodino.
Aprí il barattolo verde mela, dove Kevin intinse quanto sufficiente a lubrificare il compagno, che a propria volta lo stava preparando con carezze sempre piú audaci.
“Daddy… Dio…mio…oddiooo!” – gemette forte quando Geffen lo fece scendere, prendendolo con decisione – “Tieni piccolo… sentilo fino in fondo…” – aiutandolo con le mani, strette intorno ai glutei sodi e perfetti.
Tenendosi alle sue spalle, Kevin inizió a cavalcare Glam con un ardore virile e sconvolgente, tempestato dalle calde lacrime che rigavano il suo volto incantevole, mescolandosi al sudore di entrambi.
Si perdevano l’uno nell’altro, le iridi che sembrarono a tratti incandescenti, come tutto intorno.
Kevin inizió anche a masturbarsi, per venire insieme a Glam, che schiuse le labbra, nell’ammirarlo – “Sei magnifico…” – ansimó, quasi quanto Kevin, che sentí il membro dell’altro ingrossarsi nell’assistere al suo amplesso.
Con l’altra mano andó a toccarsi nel punto dove si incontravano splendidamente, acuendo i singulti, fino allo spasimo.
Glam esplose, non potendo resistere oltre – “Riempimi di te… riempimi daddy…” – e cosí dicendo lo bagnó con il proprio sperma, come in segno di gratitudine.
Tremanti si riabbracciarono, suggellando i corpi e le bocche, sconvolti, ma appagati.
KEVIN
GOLD - Capitolo n. 54
Capitolo n. 54 – gold
Jared e Kevin presero due sedie e le sistemarono ai lati opposti del letto di Glam, che li salutó entrambi con un bacio, sulla guancia al primo e sulla bocca al secondo, incontrando i loro sorrisi.
Strinse le loro mani, fissandoli – “Dormito bene?”
“Sí, il letto di Jared è molto comodo…” – replicó Kevin sorridendo.
“Ah capisco, state sempre a fare il campeggio voi due…”
Anni prima, alla End House, Jared aveva allestito nel parco un vero e proprio accampamento pellerossa.
Shannon ebbe la brillante idea di preparare sangria soft per i piccoli ed hot per gli adulti, iniziativa che ebbe molto successo.
Kevin e Jared sembravano esserci caduti dentro, con tutte le scarpe; dormirono per due giorni abbracciati sotto alla tenda del grande capo, senza piú dare retta al resto della tribú.
Quel ricordo fece ridere anche Pamela, arrivata da poco.
Salutó educatamente Kevin, che mantenne una composta freddezza, senza alzarsi, come fece invece Jared, per lasciarle il posto.
“Ah vado via subito, sono passata solo a portare un cambio, c’è anche Syria, sta facendo il solito controllo da mio fratello…”
“Grazie Pam… È tutto a posto?”
“Sí Glam… è un tantino anemica, lo sai…eccola, ciao ciqua!” – sorrise all’ingresso della ragazza, per la quale Kevin si sollevó, finalmente dal proprio posto, per andarla a conoscere.
Jared fece le presentazioni e lei fu come sempre gentile.
Il suo sguardo cercava quello di Geffen, per essere rassicurata sul suo stato di salute.
“Ehi piccola, cosa mi racconti oggi?”
“Ciao Glam… ti ho portato i biscotti di Lula…”
“Oddio si è messo di nuovo a cucinare il cucciolo ahahahh…”
Kevin seguiva ogni loro espressione, soffermandosi sulle due donne, molto affettuose con Glam, che sembrava estremamente rilassato.
“Sebastian mi ha dato una pastiglia strana stamattina…Non sento dolore, ma credo di essere rincoglionito piú del solito… Kevin vieni qui per favore…”
“Certo… hai sete?”
“Sí… mi hai letto nel pensiero. Grazie…Vuoi un dolcino di Lula?”
“Ho giá fatto colazione, comunque sentiamo questa specialitá…” – abbozzó un sorriso, palesemente infastidito da tutta quella confusione.
“Orrendo vero?”
“Cazzo, é… una pietra con lo zucchero! Ahahah”
“Sei bello quando ridi…”
“Anche tu daddy…”
“Ma quanta bella gente! Ehi Glam ti sei ripreso!?” – la voce alle loro spalle aveva un non so che di irritante.
Glam si erse di poco, sporgendosi per vedere se era proprio chi pensava – “Dimitri… cosa diavolo di fai qui?”
“Sono venuto a curare i miei interessi! Come ti senti?”
Geffen lo guardó in malamente, mentre questo tizio sui quarant’anni avanzó sicuro, biondiccio, ghigno da canaglia, alto e ben piazzato, un volto particolare, affascinante, ma che dava una certa inquietudine, con quelle pupille saettanti, che stavano scannerizzando i presenti.
“Sono… i tuoi figli…? Tua moglie, la tua… amante?”
“Fottiti Dimitri, queste persone sono la mia famiglia ed ora, giá che sei qui, facciamo un discorso. Ti pago profumatamente perché non accadano questi casini!” – alzó la voce.
L’altro digrignó dapprima i denti, poi sghignazzando afferró la testata del letto – “Non scaldarti, poi la pressione sale… Tu continui a fare attraccare i tuoi cargo del cazzo al molo dove Ortega spaccia, come se non lo sapessi!”
“Vorrá dire che d’ora in poi tratteró con Ortega, pagandogli il pedaggio…” – sibiló in modo provocatorio.
Dimitri fece spallucce, andandosi a prendere un bicchiere d’acqua – “Quello ti ammazza, lo sai, anche se tu sembri… immortale… Mmmm ok, vi ho riconosciuti, non siete due… cantanti voi?”
“A te non deve interessare, ora dammi qualche garanzia, altrimenti appena saró in piedi imparerai che farmi incazzare non è proprio il massimo…”
“Ssssttt spaventi queste bellissime ragazze…Ora piantiamola Glam, a me dispiace per questo inconveniente…”
“Non fare l’agnellino, non me la bevo, organizzami un incontro con Ortega.”
“Ma tu sei pazzo!”
“Allora lo faró io.” – ribatté risoluto, mentre tutti si scambiavano occhiate cariche di ansia, restando in silenzio, ammutoliti.
“Glam tu pensa a guarire…” – un’altra visita interruppe la loro discussione – “Nonno Antonio!” – esclamarono Kevin e Jared, andando ad abbracciarlo.
Dimitri alzó gli occhi al soffitto – “Oh cazzo, ci mancava la mafia italiana qui ad Haiti…”
Meliti avanzó aiutandosi con il bastone di ebano, puntandolo poi al petto del mercenario – “Ti hanno fatto strisciare via da Los Angeles e guarda dove sei arrivato… Dimitri Tobaski, non ricordo neppure di che razza sei… croato, polacco, ceco?...”
“Russo, prego… Antonio Meliti, ma che diavolo ci fa lei qui?” – domandó stupito.
“Sono venuto a trovare i miei… ragazzi. Ho parlato anche con Ortega, siamo amici da anni, è davvero dispiaciuto per quei soldati, penserá lui ai parenti... Certo non potrá rimandarli a casa…” – disse amareggiato.
Dimitri si allontanó – “Ok boss, vi saluto con molto… rispetto!” – mormoró, con un inchino – “Sparisci dalla mia vista, un altro di questi incidenti e ti passerá la voglia di fare lo spiritoso.” – ringhió Meliti, andandosi a sedere accanto a Glam.
Colin e gli altri rientrarono a casa nel primo pomeriggio, di quella giornata uggiosa e grigia.
Robert e Jude erano tutti presi dagli arredi del nuovo attico, per i quali provarono a coinvolgere Farrell, che preferí restare con i figli, aspettando la chiamata di Jared, che non aveva specificato un orario preciso.
Tomo e Josh avevano appuntamento dal dentista e Shannon si defiló inventandosi un appuntamento di lavoro.
Owen lo stava aspettando a Los Feliz, trepidante come un sedicenne.
Si diede mentalmente del cretino, non poteva dipendere cosí tanto da lui: non era semplicemente amore, era una connessione di sensi, di pensieri costanti l’uno verso l’altro, ormai per Rice nulla aveva piú importanza.
Continuava a sperare di fare conoscere Shan ai suoi, sarebbe stato fondamentale, per un nuovo domani insieme. Fantasticava sull’andarsene dalla California, trasferendosi con lui in Spagna, al caldo, adottando magari a loro volta un bambino, un fratellino per Josh, non era poi un’utopia.
“Dio… mi è mancato il tuo profumo…muoio senza di te Shan…” – non sapeva piú dove toccarlo, mentre ansimava, tra baci e carezze, distribuite ovunque sul corpo smagrito e muscoloso di Shan, che traboccava di gioia, nel ritrovarlo.
Finirono sul tappeto davanti al caminetto acceso, pronti a sbranarsi, tanto era irruente il bisogno di appartenersi.
A sorpresa si calmarono, provando a viversi con meno foga e piú tenerezza.
Ne avevano bisogno, piú di qualsiasi straordinaria scopata, era necessario fare l’amore, ripercorrendo i momenti in cui si resero conto che quello stupido gioco delle parti, spietato e cinico, non poteva far parte del loro codice genetico.
“Vieni amore… andiamo in camera…”
Cingendo i suoi polsi, Owen lo fece aderire a sé, per poi arrivare sul letto, dove ebbe cura di baciare ogni centimetro di Shan, facendolo impazzire nell’attesa di lui.
Con molta calma Rice si soffermó tra le gambe di Shannon, lubrificandolo al meglio, penetrandolo con le dite frementi, poi con la lingua ingorda, almeno quanto le membra dell’amante, che non voleva rimandare oltre – “Prendimi Owen…fallo ti prego… io… io… ahhh” – “Eccomi…ti sono mancato…?” – sorrise dispettoso, mordendogli il mento, mentre Shan si avvinghiava a lui in tutti i modi.
“Ti amo Owen… ti amo… ti amo…” – inarcó la schiena, esaltando ancora di piú l’altro, che inizió a spingersi a fondo con colpi decisi – “Ti… ti sento cosí tanto… Shan… Shan…” – i loro corpi erano in fusione pura ed estatica, il sesso di Shan era libero da attenzioni, cosí lui stesso lo ghermí smanioso, ma Owen gli diede una sberla leggera e si sostituí a lui, in quella masturbazione appassionata, che lo portó ad un orgasmo lacerante.
Fumarono dell’erba e bevvero tequila, scopando per il resto del giorno, incuranti di cosa il mondo là fuori potesse pensare di loro, ormai fuggiti dalla realtá.
ADD CAST: DIMITRI is VIGGO MORTENSEN
Jared e Kevin presero due sedie e le sistemarono ai lati opposti del letto di Glam, che li salutó entrambi con un bacio, sulla guancia al primo e sulla bocca al secondo, incontrando i loro sorrisi.
Strinse le loro mani, fissandoli – “Dormito bene?”
“Sí, il letto di Jared è molto comodo…” – replicó Kevin sorridendo.
“Ah capisco, state sempre a fare il campeggio voi due…”
Anni prima, alla End House, Jared aveva allestito nel parco un vero e proprio accampamento pellerossa.
Shannon ebbe la brillante idea di preparare sangria soft per i piccoli ed hot per gli adulti, iniziativa che ebbe molto successo.
Kevin e Jared sembravano esserci caduti dentro, con tutte le scarpe; dormirono per due giorni abbracciati sotto alla tenda del grande capo, senza piú dare retta al resto della tribú.
Quel ricordo fece ridere anche Pamela, arrivata da poco.
Salutó educatamente Kevin, che mantenne una composta freddezza, senza alzarsi, come fece invece Jared, per lasciarle il posto.
“Ah vado via subito, sono passata solo a portare un cambio, c’è anche Syria, sta facendo il solito controllo da mio fratello…”
“Grazie Pam… È tutto a posto?”
“Sí Glam… è un tantino anemica, lo sai…eccola, ciao ciqua!” – sorrise all’ingresso della ragazza, per la quale Kevin si sollevó, finalmente dal proprio posto, per andarla a conoscere.
Jared fece le presentazioni e lei fu come sempre gentile.
Il suo sguardo cercava quello di Geffen, per essere rassicurata sul suo stato di salute.
“Ehi piccola, cosa mi racconti oggi?”
“Ciao Glam… ti ho portato i biscotti di Lula…”
“Oddio si è messo di nuovo a cucinare il cucciolo ahahahh…”
Kevin seguiva ogni loro espressione, soffermandosi sulle due donne, molto affettuose con Glam, che sembrava estremamente rilassato.
“Sebastian mi ha dato una pastiglia strana stamattina…Non sento dolore, ma credo di essere rincoglionito piú del solito… Kevin vieni qui per favore…”
“Certo… hai sete?”
“Sí… mi hai letto nel pensiero. Grazie…Vuoi un dolcino di Lula?”
“Ho giá fatto colazione, comunque sentiamo questa specialitá…” – abbozzó un sorriso, palesemente infastidito da tutta quella confusione.
“Orrendo vero?”
“Cazzo, é… una pietra con lo zucchero! Ahahah”
“Sei bello quando ridi…”
“Anche tu daddy…”
“Ma quanta bella gente! Ehi Glam ti sei ripreso!?” – la voce alle loro spalle aveva un non so che di irritante.
Glam si erse di poco, sporgendosi per vedere se era proprio chi pensava – “Dimitri… cosa diavolo di fai qui?”
“Sono venuto a curare i miei interessi! Come ti senti?”
Geffen lo guardó in malamente, mentre questo tizio sui quarant’anni avanzó sicuro, biondiccio, ghigno da canaglia, alto e ben piazzato, un volto particolare, affascinante, ma che dava una certa inquietudine, con quelle pupille saettanti, che stavano scannerizzando i presenti.
“Sono… i tuoi figli…? Tua moglie, la tua… amante?”
“Fottiti Dimitri, queste persone sono la mia famiglia ed ora, giá che sei qui, facciamo un discorso. Ti pago profumatamente perché non accadano questi casini!” – alzó la voce.
L’altro digrignó dapprima i denti, poi sghignazzando afferró la testata del letto – “Non scaldarti, poi la pressione sale… Tu continui a fare attraccare i tuoi cargo del cazzo al molo dove Ortega spaccia, come se non lo sapessi!”
“Vorrá dire che d’ora in poi tratteró con Ortega, pagandogli il pedaggio…” – sibiló in modo provocatorio.
Dimitri fece spallucce, andandosi a prendere un bicchiere d’acqua – “Quello ti ammazza, lo sai, anche se tu sembri… immortale… Mmmm ok, vi ho riconosciuti, non siete due… cantanti voi?”
“A te non deve interessare, ora dammi qualche garanzia, altrimenti appena saró in piedi imparerai che farmi incazzare non è proprio il massimo…”
“Ssssttt spaventi queste bellissime ragazze…Ora piantiamola Glam, a me dispiace per questo inconveniente…”
“Non fare l’agnellino, non me la bevo, organizzami un incontro con Ortega.”
“Ma tu sei pazzo!”
“Allora lo faró io.” – ribatté risoluto, mentre tutti si scambiavano occhiate cariche di ansia, restando in silenzio, ammutoliti.
“Glam tu pensa a guarire…” – un’altra visita interruppe la loro discussione – “Nonno Antonio!” – esclamarono Kevin e Jared, andando ad abbracciarlo.
Dimitri alzó gli occhi al soffitto – “Oh cazzo, ci mancava la mafia italiana qui ad Haiti…”
Meliti avanzó aiutandosi con il bastone di ebano, puntandolo poi al petto del mercenario – “Ti hanno fatto strisciare via da Los Angeles e guarda dove sei arrivato… Dimitri Tobaski, non ricordo neppure di che razza sei… croato, polacco, ceco?...”
“Russo, prego… Antonio Meliti, ma che diavolo ci fa lei qui?” – domandó stupito.
“Sono venuto a trovare i miei… ragazzi. Ho parlato anche con Ortega, siamo amici da anni, è davvero dispiaciuto per quei soldati, penserá lui ai parenti... Certo non potrá rimandarli a casa…” – disse amareggiato.
Dimitri si allontanó – “Ok boss, vi saluto con molto… rispetto!” – mormoró, con un inchino – “Sparisci dalla mia vista, un altro di questi incidenti e ti passerá la voglia di fare lo spiritoso.” – ringhió Meliti, andandosi a sedere accanto a Glam.
Colin e gli altri rientrarono a casa nel primo pomeriggio, di quella giornata uggiosa e grigia.
Robert e Jude erano tutti presi dagli arredi del nuovo attico, per i quali provarono a coinvolgere Farrell, che preferí restare con i figli, aspettando la chiamata di Jared, che non aveva specificato un orario preciso.
Tomo e Josh avevano appuntamento dal dentista e Shannon si defiló inventandosi un appuntamento di lavoro.
Owen lo stava aspettando a Los Feliz, trepidante come un sedicenne.
Si diede mentalmente del cretino, non poteva dipendere cosí tanto da lui: non era semplicemente amore, era una connessione di sensi, di pensieri costanti l’uno verso l’altro, ormai per Rice nulla aveva piú importanza.
Continuava a sperare di fare conoscere Shan ai suoi, sarebbe stato fondamentale, per un nuovo domani insieme. Fantasticava sull’andarsene dalla California, trasferendosi con lui in Spagna, al caldo, adottando magari a loro volta un bambino, un fratellino per Josh, non era poi un’utopia.
“Dio… mi è mancato il tuo profumo…muoio senza di te Shan…” – non sapeva piú dove toccarlo, mentre ansimava, tra baci e carezze, distribuite ovunque sul corpo smagrito e muscoloso di Shan, che traboccava di gioia, nel ritrovarlo.
Finirono sul tappeto davanti al caminetto acceso, pronti a sbranarsi, tanto era irruente il bisogno di appartenersi.
A sorpresa si calmarono, provando a viversi con meno foga e piú tenerezza.
Ne avevano bisogno, piú di qualsiasi straordinaria scopata, era necessario fare l’amore, ripercorrendo i momenti in cui si resero conto che quello stupido gioco delle parti, spietato e cinico, non poteva far parte del loro codice genetico.
“Vieni amore… andiamo in camera…”
Cingendo i suoi polsi, Owen lo fece aderire a sé, per poi arrivare sul letto, dove ebbe cura di baciare ogni centimetro di Shan, facendolo impazzire nell’attesa di lui.
Con molta calma Rice si soffermó tra le gambe di Shannon, lubrificandolo al meglio, penetrandolo con le dite frementi, poi con la lingua ingorda, almeno quanto le membra dell’amante, che non voleva rimandare oltre – “Prendimi Owen…fallo ti prego… io… io… ahhh” – “Eccomi…ti sono mancato…?” – sorrise dispettoso, mordendogli il mento, mentre Shan si avvinghiava a lui in tutti i modi.
“Ti amo Owen… ti amo… ti amo…” – inarcó la schiena, esaltando ancora di piú l’altro, che inizió a spingersi a fondo con colpi decisi – “Ti… ti sento cosí tanto… Shan… Shan…” – i loro corpi erano in fusione pura ed estatica, il sesso di Shan era libero da attenzioni, cosí lui stesso lo ghermí smanioso, ma Owen gli diede una sberla leggera e si sostituí a lui, in quella masturbazione appassionata, che lo portó ad un orgasmo lacerante.
Fumarono dell’erba e bevvero tequila, scopando per il resto del giorno, incuranti di cosa il mondo là fuori potesse pensare di loro, ormai fuggiti dalla realtá.
ADD CAST: DIMITRI is VIGGO MORTENSEN
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