martedì 13 settembre 2016

NAKAMA - CAPITOLO N. 72

Capitolo n. 72 – nakama



Geffen aprì, con disinvoltura, la cassaforte, estraendone un paio di mazzette

“Ecco, dovrebbero esserci tutti, avevo dei pagamenti in scadenza anch’io, giù al campo base …”

“Se ti creo problemi, zio Glam” – Rovia si morse le labbra, in piedi e teso, oltre la scrivania dell’avvocato, che si voltò, sorridente.

“Sono secoli, che non mi chiami così”

“Mi viene spontaneo” – e rise nervoso – “… Comunque sono per l’attività, la sto riavviando, mi devo sempre procurare pezzi speciali, per accontentare i clienti, sai?” – spiegò in imbarazzo – “… poi sistemi tu, con il mio conto, li prelevi, ok?” – chiuse frettoloso.

“Ma certo … Una firma qui, sotto alla cifra, accanto alla mia: con questo mandato risolvo ogni cosa online, ok?” – spiegò calmo, accomodandosi in poltrona.

“Sì, sì, certo, ecco …” – il giovane siglò svelto quel foglietto, deglutendo a vuoto.

“Dai siediti, beviamo qualcosa … Stai bene, tesoro?” – domandò gentile l’uomo, continuando a fissarlo.

“Un po’ meglio, mi sono chiarito con Norman”

“Perfetto … Sai, noi vecchietti facciamo cazzate con le ex, ogni tanto” – e rise.

“Quel bacio mi ha offeso” – bissò secco, guardandolo, ora.

Geffen annuì, prendendo un respiro – “Fai attenzione con tutto questo contante, ok?”

“Promesso!” – e anche Rovia sorrise, ma senza convinzione, quindi sparì.

Glam ne seguì la discesa, attraverso le grandi vetrate, lungo la scala esterna; poi accese l’interfono.

“Vas?”

“Sì capo, la ascolto”

“Segui Paul: temo si stia mettendo nei guai.”




Chris spostò la ciocca ribelle, che non voleva saperne, di starsene oltre la fronte, del suo bellissimo sposo, dove il tenente non esitò a posare un bacio, con intensità, dopo l’ennesimo drink in spiaggia.

Erano volati alle Hawaii, per un breve viaggio di nozze, senza la loro bimba, che mancava a entrambi, finendo in ogni discorso della coppia.

“E comunque, con i cuginetti, Luna sta bene” – sospirò Tom, allungandosi meglio sul lettino prendisole, a bordo piscina.

Il resort a cinque stelle, era semi vuoto.

Il dono di Geffen, comunque, aveva fatto loro piacere, visto il recente periodo burrascoso e drammatico, trascorso in una Los Angeles quasi irriconoscibile, dopo il terremoto.
Il ritorno alla normalità, era molto lento.

Hemsworth addentò un salatino, a forma di stella – “A villa Meliti non le manca nulla, poi ci sono le zie, gli zii” – il biondo rise, tornando a guardare Hiddleston, un po’ smarrito, anche se fondamentalmente sereno, dopo il matrimonio.

“Forse le manca una sorellina … un fratellino” – azzardò il terapista, con aria simpatica.

Chris annuì – “Dovremmo deciderci, hai ragione amore”

“Wow … Sembri convinto”

“A sufficienza e poi mi hanno dato pure un aumento di stipendio, anche se” – e si morse le labbra, guardando altrove.

“Dai, non ricominciamo con la storia del nonno e di”

“Di Glam, che stacca assegni, come se”

Tom inarcò il sopracciglio sinistro.

“Ok, ok, la smetto subito, i munifici e magnifici decani del clan sono autorizzati a rendere felice anche la nostra principessa!” – e sorrise, abbracciando il consorte, subito tranquillizzato dall’affermazione dell’altro, che voleva fare funzionare le cose, tra loro.

Ad ogni costo.




Rovia si guardò intorno, dopo avere parcheggiato la sua HD, dietro ad un motel piuttosto dignitoso e pulito, senza sapere di avere seminato Vas, nel traffico cittadino, intasato ancora da imprese e volontari, addetti alla ricostruzione e ai soccorsi.

La camera 307 era laterale e lontana dalla portineria, dove un viscido proprietario occhialuto, faceva schizzare le sue iridi scure, da un giornaletto porno, al monitor di video sorveglianza, ogni tre secondi, quasi come un automa.


Paul bussò piano, dopo avere ricevuto le istruzioni da Morgan, su dove trovarlo, via sms.

Il pluriergastolano gli aprì svelto, afferrandolo per un braccio, affinché non perdesse tempo, lì, sulla soglia.

“Entra! Ma quanto ci hai messo, cazzo?!” – sbottò JD, buttandolo al centro di quell’ambiente, che sapeva di polvere e tabacco.
Quello di JD.

“Ho fatto prima che ho potuto!” – sbottò, addossandosi poi ad un muro, tappezzato di crepe e quadretti naif orrendi.

“Ok, ok …” – Morgan prese fiato, poi azzerò la distanza, iniziando a perquisirlo.

“Ma cosa fai, accidenti!” – Paul sgusciò via, prendendo qualcosa dalla tasca dei jeans.

Una chiave.

“E con quella cosa diavolo ci dovrei fare?!”

“Ci apri una cassetta alla stazione nord dei bus, ne prendi al volo uno e sparisci, maledizione!” – ribatté, vibrando come una corda di violino.

“I patti non erano questi” – sibilò JD, riavvicinandosi, pericolosamente.

“Non potevo andarci in giro, cerca di capirlo!”

“E se fosse una trappola?” – rise storto, riaddossandolo alla parete di prima.

“Ti giuro che non ti sto fregando, del resto ho interesse a fare l’esatto contrario, per liberarmi di te!” – gli replicò, fissandolo e con decisione.

Morgan schioccò le labbra, soppesando le sue parole, senza staccarsi ancora: lo aveva come catturato e, tra loro, finiva sempre così.

Un attimo dopo, la barba, più curata nel frattempo, di JD, iniziò a pungere il collo liscio di Rovia, che non sapeva come comportarsi, temendo di essere ammazzato, adesso che quel criminale, aveva avuto ciò che voleva.

La morsa, attorno ai suoi polsi, però, si allentò, così la pressione di quel corpo massiccio, contro al suo, che ne venne così avvolto, come in una carezza e poi un bacio, ad arroventare mille sensazioni, che, devastanti, confusero Paul ancora di più.

“Co cosa fai …?” – balbettò in un soffio di voce, riuscendo a distaccarsi appena da Morgan, che sorrise, gli occhi lucidi.

“Faccio quello, di cui hai bisogno, ragazzino …” – mormorò quasi con dolcezza, inusuale, ma non stridente, con quei gesti oltre modo calibrati, di passione e tenerezza.

Lui aveva bisogno di Norman, glielo avrebbe voluto gridare, ma non ci riuscì, ricambiando il suo abbraccio, tornando a baciarlo.
Fu infinito, sino al letto disfatto, come Rovia, dei suoi abiti un po’ larghi, sul corpo smagrito, ma perfetto.

JD lo stava come ammirando, toccandolo dappertutto, sentendolo e facendosi sentire, più avido, ora – “Mi sei mancato, sai?” – gli ruggì in bocca, afferrandogli la nuca, aprendosi un varco tra le sue gambe esili.
Caldissimo.
Esigente.

Morgan lo preparò, con una cura, che Paul non ricordava affatto.

In cella, nel buio e nel fumo, di quelle sigarette di importazione, i gesti di JD erano stati sporchi, spesso cattivi.

Adesso no.
Adesso quel che doveva essere un incubo, si trasformò in contemplazione pura, di come lui, non più riluttante, riusciva a fargli dimenticare tutto.
E tutti.

I fianchi forti, di JD, cominciarono a muoversi, capaci, instancabili.

Il giorno divenne notte, anche se il sole rimase alto.

Paul neppure si era accorto, delle tapparelle sigillate, così lo spegnersi della luce centrale, lasciò ogni dettaglio nell’oscurità, infranta dal ronzio del condizionatore, posizionato al massimo e dal cigolio della rete, sotto al materasso, ancora a molle.

JD gli sollevò i polpacci, portandoseli sulle spalle, aumentando il ritmo.
La testata cominciò a sbattere, contro la tappezzeria sbiadita.
Il loro sudore colava e si rimescolava, tra numerosi baci e ansiti, finché Rovia si ritrovò abbandonato e rivoltato, ridotto a carponi e ripreso, con foga.

Una foga assurdamente bella.

Le mani di JD lo tenevano per i capelli lunghi, poi per le spalle, quindi le dita del più vecchio, gli solcarono le labbra, già spalancate per l’orgasmo imminente.

“Lui ti scopa così, eh?!” – ringhiò osceno, usando i polpastrelli umidi, per dilatarlo maggiormente, lì, dove lo stava possedendo, come un forsennato.

“Mioddio” – Paul non riuscì a dire altro, quasi svenendogli sotto.

Poi tornò la pace.

Il petto ampio e villoso di Morgan ad accoglierlo, a rammentargli un mantice, la sua pelle, il suo odore.

Rovia non aveva più energie: si sentiva sazio e svuotato, in pieno contrasto interiore.

Grondava di umori e il suo amante, torbido, aveva ricominciato ad esplorarlo, con quelle stesse falangi, che il ragazzo non si era sottratto e succhiare e leccare, assecondandolo in ogni richiesta.
In quella voglia, rovente, di lui, che Morgan aveva voluto vivere a pieno.

Paul scivolò sino al bordo, sedendosi, dopo essere venuto una seconda volta.

“Devo andare” – ed inspirò greve, come se non ci fosse più aria in quel tugurio.

“Andare dove? Dal tuo fidanzato?” – lo canzonò JD, senza badare alla stretta, improvvisa, allo stomaco.

“Io … io ti ho voluto bene, lo sapevi questo?” – e accese un faretto, che puntava sopra al comodino in radica finta.

La sua figura era come piegata, le gambe accavallate, le braccia strette sull’addome ancora sudicio dell’altro.

“Vuoi fumare? Ho dell’erba favolosa” – e rise, senza alcuna gioia.

“Sei uno stronzo, Morgan” – lo tagliò secco Paul, alzandosi di scatto – “Faccio una doccia e me ne vado, ok? Non rompermi più i coglioni, se non vuoi avere davvero dei guai: cogli l’occasione, ti è andata bene, non avrai una seconda possibilità” – e si chiuse a chiave in bagno, inseguito dalle proteste di JD.

“E da chi dovrei difendermi, da quel porco di Geffen?! Il tuo tutore, giusto, il tuo zietto preferito??! Ti sei fatto anche lui?!”

Era furioso.
Era sconfitto, come mai, prima di allora.




Vas fece rapporto, una volta recatosi a villa Meliti, in presenza sia di Antonio, che di Glam, riunitisi in biblioteca.

“C’era solo questa macchina, oltre alla moto di Paul: mi sono segnato la targa, ma è risultata rubata”

“Hai visto qualcuno?”

“No, sono arrivato mentre lui usciva dal parcheggio, non so da quale bungalow provenisse, è stato quasi un caso trovarlo, mi dispiace”

“Hai fatto un ottimo lavoro e lasciando uno dei nostri sul posto, prima o poi scopriremo qualcosa” – intervenne Meliti, accendendosi un sigaro, come d’abitudine.

“Forse dovremmo torchiare il gestore” – propose Geffen, aggrottando la fronte, mentre sorseggiava un aperitivo.

“Aspettate” – disse il patriarca, afferrando il telefono - ”… una chiamata … E’ Martin … Sì, dimmi tutto … Mmm ok … Una foto? Sul cellulare di Vas, d’accordo, ma pensi sia lui? Non mollarlo, vediamo cosa combina” – e riattaccò.

“Di chi si tratta?” – domandò impaziente l’avvocato.

“Per Martin è quasi sicuramente JD Morgan, hai presente?”

“Non è possibile … Dovrebbe essere dentro a vita e”

“Sarà evaso grazie al sisma” – dedusse il sovietico.

“Era in cella con Paul, lo tormentava, lo scoprii quasi per caso e riuscii a farlo trasferire” – raccontò Geffen.

“Non ci vuole un genio a capire che ha ricattato Paul, quei centomila dollari erano dunque per lui” – osservò Meliti.

“Dovremmo chiamare la polizia, capo …”

“Hai ragione Vas, però non subito: voglio mettere al sicuro Paul, dopo avergli parlato”

“Credi ci sia del marcio sotto?” – chiese schietto Antonio.

Glam non disse niente.










lunedì 29 agosto 2016

NAKAMA - CAPITOL.O N. 71

Capitolo n. 71 – nakama



“Quale è il problema? Quello vero, piccolo?”
Le dita di Reedus si muovevano lievi, tra i capelli di Rovia, così quelle parole, pronunciate a mezza voce, come se anche questa, potesse fargli male, in quel punto scoperto, ma nascosto, ancora da curare.

L’ex poliziotto lo teneva a sé, come faceva con le proprie bimbe, dopo un brutto sogno ed un risveglio agitato.

Il cuore di Paul, era in affanno, nello stesso, identico modo.

“Non voglio parlarne … Non adesso”
I suoi occhi azzurri, erano, a dire poco, supplichevoli.

Norman annuì, per non forzarlo, perché era la costrizione, ad avere rovinato l’animo pulito di Paul, tanti anni prima; ne era certo.




L’alba del giorno dopo, avvolse Los Angeles di un tepore settembrino, carico di profumi e aspettative.
Soprattutto per Chris e Tom, pronti a salire sull’altare improvvisato al centro della spiaggia di Palm Springs, da una comitiva di amici veri, pronti a celebrare la loro unione, senza più ostacoli e riserve.

Le iridi di Hiddleston si illuminarono, appena colsero, a breve distanza, il medesimo splendore, in quelle di Hemsworth, teso, quanto affascinante, sotto al gazebo, al cospetto del pastore e dei testimoni, Jared e Colin.

La madre di Tommy, accompagnò questi dal suo futuro sposo, orgogliosa di entrambi, almeno quanto il padre del fisiatra.

Un momento toccante, sottolineato da un applauso spontaneo e dall’allegria dei bimbi, prima su tutte la loro Luna, splendida in un abito rosa e fiera di portare il cuscino e le fedi, che avrebbero sancito un matrimonio, a lungo rimandato.

Geffen se ne stava in disparte, conscio di come il suo sguardo emozionasse Hiddleston, senza alcune malizia, peraltro.

Il loro rapporto si era consolidato in un’amicizia sincera, come poche, in quel clan di adorabili disgraziati.

Così li definì Hugh, quasi commuovendosi, in ultima fila, appiccicato al suo Jim.

Mason inarcò il sopracciglio destro, bisbigliandogli tenero – “Non ti riconosco più, doc”

“E’ che queste situazioni mi commuovono” – e si soffiò sonoramente il naso, facendo sobbalzare Pam e Antonio, tre fila avanti la loro.

Gli altri risero.

Era un giorno di gioia.

“Amore …” – Chris esordì avvampando, il fiato spezzato, ma felice – “… mi hanno donato un cuore nuovo, sai? Ho avuto una seconda possibilità, però tu me ne hai concesse molte di più, lo dico per chi non lo sapesse … Per chi, seppure volendoti bene, praticamente tutti” – e sorrise innamorato – “… per chi si fosse distratto un attimo, dal tuo immenso valore di essere umano: hai sempre un sorriso, una parola di conforto, non ti risparmi mai e, in questo ultimo periodo, hai confermato il tuo altruismo, la tua abnegazione … Tu mi hai salvato, anche da me stesso” – e divenne più serio, lucido – “… per questo ti sposerò, ogni minuto della nostra vita insieme, te lo prometto” – e gli infilò la fede in oro giallo, all’anulare sinistro, per poi baciarne la pelle profumata, con intensità ed appartenenza.


Tom si schiarì la gola, ma Lula, attento e scattante, gli porse un bicchiere d’acqua fresca, facendogli un occhiolino simpatico.

“Grazie soldino …” – sussurrò il terapista, poi si riprese, da quell’attimo di estreme emozione – “… Chris, tu e io ne abbiamo passate tante, però siamo ancora qui, a volerci bene, a tenerci per mano, in un cammino spesso complicato, dalla sorte, dal nostro temperamento … Ciò nonostante, niente e nessuno, è riuscito nell’impresa di separarci, anzi, è avvenuto l’esatto contrario” – e arrise alla reciproca soddisfazione, mentre Hemsworth annuiva convinto – “… Sono onorato di sposarti, sono fiero che tu sia il mio uomo, la mia roccia e non smetterò mai di ringraziare chi ha permesso questo” – e rivolse un’occhiata veloce a Will e Mads, accomodatisi poco distante, quindi cercò anche i turchesi di Geffen, con pieno successo – “… e chi mi ha confortato, rispettando il nostro amore” – e la vera trovò il proprio posto, tra le falangi massicce del tenente, che abbracciò forte il suo ragazzo, tra migliaia di coriandoli dorati e petali bianchi, che all’improvviso esplosero tutti intorno, come una nuvola festosa, tra acclamazioni e risa, anche liberatorie, dopo settimane da incubo, a causa del sisma.




Paul prese un lungo respiro, affacciandosi al balcone principale dell’edificio – “Vorresti esserci tu, al posto di Tom? Ci hai mai pensato o … creduto?” – domandò assorto, mentre Norman lo avvolgeva alle spalle, perdendo poi un battito, su quel quesito scomodo.

“Nessuno scalzerà mai Tom, dal cuore di Chris” – replicò asciutto, distaccandosi lento, mentre l’altro guardava il palmare, che aveva appena vibrato, come la voce del suo compagno.

“Scusa” – disse Rovia, fissando lo schermo, distratto.

“Che succede?”

“Nulla, è solo un sms pubblicitario … E poi non volevo offenderti Norman” – spiegò, quasi frettoloso.

“Forse non abbiamo mai parlato abbastanza di Chris e del resto, forse sarebbe il momento di farlo, Paul” – propose, esaurendo parte della sua pazienza.

“Hai ragione, ne hai … pieno diritto, ma io ho voglia unicamente di fare due passi e di ubriacarmi alla festa con te, se sei d’accordo”

Le figlie di Reedus, richiamarono la sua attenzione – “Ehi, sì arrivo! … Scendi anche tu?” – ed inspirò, provando a calmarsi.

“Tra dieci minuti, ok? Faccio quella passeggiata, mi … mi schiarisco le idee Norman … Perdonami”

§ Ma per cosa? § - pensò il più anziano, restando pieno di dubbi.
E angoscia.




Glam le diede l’ennesimo buffetto, tenendola sul petto, mentre si muoveva lento, su di una sedia a dondolo, ricordo di sua nonna paterna.

Un cimelio, sul quale Geffen, si era sistemato con Syria, intenta a giocare con la sua barba ben curata.

“Ehi ti stai perdendo il party”

“Ciao Colin” – Glam lo accolse con un sorriso – “… preferisco rimanere qui, con la mia cucciola”

L’irlandese ricambiò il sorriso – “Sì lo vedo … Siete bellissimi” – esordì sincero.

“Ti ringrazio … Anche tu, stai perdendo i brindisi, temo” – bissò pacato.

“”Oh non importa, non finiranno tanto presto” – e si piazzò su di un divanetto, di fronte allo storico rivale.

“Jay in compenso non perde un ballo” – e il legale lo indicò con un cenno, senza riuscire a celare la propria innata ammirazione per il leader dei Mars.

“E’ felice per Tommy, lo siamo tutti” – sospirò l’attore, accendendosi una sigaretta – “… poi non mi deve beccare, lo sai”

“Sì, lo so Colin” – e rise più sonoro, facendo battere le manine a Syria, che lo fissava dal principio.

“E’ cotta di te”

“E’ la mia stella”

“Che non ti farà più perdere la giusta rotta, Glam?” – ribatté, con un filo di provocazione, ma amichevole.

“Ah su questo non contarci” – ammiccò gradevole, passandogli la neonata – “Tu sei il suo zio preferito, comunque”

“E lei è così speciale … E’ parte di Jay”

“Come ognuno di noi, credo … Forse un domani, potremo vivere questa semplice verità, senza più astio, sai?”

Farrell lo scrutò, notando qualche ruga in più sul volto del suo interlocutore, nonostante l’abbronzatura e l’espressione rilassata – “Aspettiamolo, allora, questo domani Glam … Con fiducia.”






Come ci fosse riuscito, Jeffrey Dean Morgan, ad avere il suo numero, Paul non lo avrebbe mai scoperto.

JDM, semplicemente JD, per lui.
E per Morgan, il giovane era Rovia.
Punto.
Quel nome da finocchio, Paul, non lo avrebbe pronunciato mai.
Forse.

La Mustang nera, impolverata ed un po’ ammaccata, come JD, era parcheggiata all’altro capo della strada.

Paul corse veloce, incredulo.
Morgan doveva scontare quattro ergastoli, per omicidio e rapina a mano armata.
Il terremoto, però, permise a parecchi detenuti di fuggire, nel caos totale di quella tragedia.

Qualche contatto, l’occasione di nascondersi, in una città, dove la polizia sembrava essersi dimenticata di lui e JD l’aveva fatta franca.
Anche se la pacchia, non sarebbe durata in eterno, quindi occorreva agire e subito, per assicurarsi un futuro migliore e lontano da Los Angeles.


“Sali” – gli intimò roco l’uomo e Rovia ubbidì, lo stomaco sottosopra.
L’auto partì, sgommando, ma il tratto che Morgan percorse, fu breve, in un silenzio gelido, tra loro.

“Come mi hai trovato?!” – quasi esplose il figlio del giudice Nelson.

Esclusivamente JD ne era a conoscenza, fin dal periodo della detenzione, condivisa con quel tossico, strappato agli abusi di gang più violente di lui, al quale Paul serviva vivo ed abbastanza lucido, per divertirsi un po’, in quell’abisso, dove tutti erano dei dimenticati.

Morgan lo puntò, girandosi di lato, sul sedile in pelle graffiata, come il suo tono, appena ricominciò a parlargli.

“Sei ancora uno schianto … Da chi ti fai scopare adesso?” – e rise pesante – “No, non dirmelo, da quel bastardo della narcotici, vero? Norman Reedus … Carine le sue pargole, per non parlare della dolce mogliettina”

Paul ricordò i piedipiatti corrotti da Morgan, utili, ora, a fornirgli quelle preziose informazioni.
Era un ricatto, alternative non ne esistevano.

“Lui sta con me, è vero” – disse in un soffio, le palpebre tremolanti, su quegli spicchi di cielo, denso di nubi e paura.

“Ha mollato la sua tipa, sì, lo so e lo capisco” – e gli passò il pollice, sul labbro inferiore, schiudendo di poco la bocca di Paul, che ebbe uno scatto all’indietro e poi un ansito di terrore.

“Ti prego non farlo JD”

“Non fare cosa, eh?” – e gli aprì la camicia, sul petto tatuato, dove un drago verde, era servito a coprire la bruciatura di una sigaretta, un ricordino lasciatogli da Morgan stesso, anni prima, dopo un diverbio, per della cocaina, che Rovia aveva fatto sparire, in cambio di un po’ di pace, quando andava a farsi la doccia e tre coglioni lo importunavano puntuali e sadici.

Quel segno, però, era qualcosa, che di tanto in tanto, Paul sfiorava, prima di conoscere Reedus.

Quell’animale di JD, lui, un po’ l’aveva amato davvero.

E adesso gli era di nuovo addosso, con l’aroma di tabacco bruciato, a ferirgli la gola: Morgan ci aveva messo parecchio, prima di baciarlo.
Era da froci, lo ringhiava sempre, venendogli dentro, quasi ogni notte.

Ora l’aveva fatto subito.
Lo voleva.
E fu incredibile, per Paul, percepirlo così.
Come se gli fosse mancato.
Durò poco.

Morgan tornò al proprio posto, con aria disgustata – “Centomila dollari e svanisco, come un incubo all’alba, ok? Mi servono per andare via da questa merda, capisci?”

Paul annuì, tremando, mentre si ricomponeva alla meglio.

“Va bene …”

“Sì, va bene, ma quando potrai darmeli?” – chiese impaziente, guardando altrove, come se la vista di Rovia, lo stesse, in qualche modo, tormentando.

“Mi servono un paio di giorni … E’ complicato, martedì, ok?”

“Ti telefono”

“No, ti mando un messaggio, lo faccio io JD” – e lo stava implorando, di non mandare in pezzi la sua vita.

Ancora una volta.





J.D. MORGAN new entry



 PAUL ROVIA



 NORMAN REEDUS




giovedì 28 luglio 2016

ONE SHOT - UN ALTRO VOLO, UN ALTRO ADDIO

One shot -  Un altro volo, un altro addio


Pov Jared Leto – San Diego, luglio 2016


Scendi, lambendo il mio viso, con i tuoi baci ispidi, che si rimescolano alle mie guance, nascoste, come le tue, da una barba ben curata.

Colin, tu non cambierai mai.

Mi stringi, come nessuno, perché è il tuo calore, a fare la differenza.
La tua disperazione, che è anche la mia.
Sempre.
Per sempre.

Il tuo amore, lo sarà, certo, ma solo nei miei sogni e in parole, che suonano ormai vuote.
Eppure ti lascio fare, in questo angolo di mondo, dove ci siamo rifugiati.
Neppure siamo arrivati ad un hotel decente.
Chiusi in un’auto della produzione, che tu hai guidato, sino ad un parcheggio deserto.
Sta diluviando ed il crepitare della pioggia, sembra un unico suono, con le tue pulsazioni, nelle nostre bocche.

È una sinfonia superba, come il tuo corpo, stanco di viaggi, dai quali torni solo.
Come me.
E dobbiamo persino sembrare felici.
Perché abbiamo cose, che altri non hanno, senza sapersi ricchi, perché, intorno a loro, vicino a loro, dentro di loro, possiedono quello che, il denaro non potrà mai comprare.

E tu ed io, Cole, non lo avremo mai.
L’occasione, sarà costantemente, la prossima volta.
L’anno prossimo.
Quando accadrà o meno qualche cosa, quando cresceranno i tuoi figli, quando avremo vinto ulteriori premi, quando la nostra carriera sarà al sicuro, ma da cosa, esattamente, Colin?

Dalla verità, pesante, che noi ci amiamo.

Premi, con il tuo busto, nudo, la camicia aperta, sul mio, la maglietta di Snoopy alzata.
Vorrei essere un bambino e non essere qui.
Non più.
Anche se ogni volta ritorno da te, che mi cerchi, che mi supplichi, rendendoti persino patetico.
Ed io non ti voglio così.
Voglio … vorrei un uomo solido, accanto a me.

Qualcuno ha scritto, che riempio i social, di arcobaleni.
Sono timido?
Sono furbo?

Può darsi.

Sono triste, questo sì.

Risali.
Mi baci lento, per farlo durare il più possibile e, anche se non stiamo facendo l’amore, non come vorresti tu, mentre io non lo desidero più, mentendo, alla fine piangi.

Ti cullo.
O sei tu a farlo.

“Ti amo Jay …”

Come se non lo sapessi.

“Anch’io ti amo Cole”

E muoio.

Non avremo mai pace.
Sospesi, falliti, per non avere saputo volare, quando avevamo le ali.

Un altro volo, un altro addio.

Vedo New York dagli oblò, del jet privato, che un amico mi presta ogni tanto.
Tu mi stai chiamando, ma non ho voglia di risponderti.
Per dirci cosa?

Poi un sms.

§ Quando rientri a Los Angeles dobbiamo parlare … A presto, tuo Cole §

Mai lette tante cose sbagliate, tutte insieme.
Anzi, impossibili.

Tu non sarai mai mio.
Quando sarò lì, tu avrai da fare e ti inventerai scuse ridicole, che non voglio più ascoltare.

Preferisco non rasarmi, intossicato dal tuo dopo barba, duro a svanire.

Preferisco tenerti qui con me, così.
Senza che tu ci sei.
Così è.
E non cambierà nulla.
Nulla, Colin.



The End





martedì 26 luglio 2016

ONE SHOT - DI CARTA E POLVERE

One shot - Di carta e polvere



Fragile e vinto.
Ecco come si sente, ora, Hannibal Lecter, armeggiando con una siringa, chiuso a chiave, nella biblioteca del suo castello in Europa.
I primi giorni di dicembre, acuiscono la malinconia.
Il clima, in compenso, gli amplifica i dolori alla schiena, sempre più insopportabili.
Sta peggiorando e l’effetto della morfina sembra indebolirsi, quanto lui, che, miseramente, se la inietta, tra le dita dei piedi, come il più squallido dei tossici.

Will non deve sapere.

Questo pensa, stupidamente, lo squartatore di Chesapeake.



Un venditore di Sky è arrivato anche lì.
Un mercante del nulla, che oggi sembra così importante, di un effimero, che, in realtà, soddisfa unicamente i palati meno avvezzi alla cultura, pensa Hannibal, a quei rozzi arrivisti, che hanno una carta di credito, sulla quale fare addebitare il canone mensile, del canale satellitare.

“Dove posso quindi fare domiciliare il pagamento”

“Di cosa, scusi?” – lo interrompe brusco lo psichiatra, tornando a scrutarlo, non più distratto dalle sue chiacchiere vuote.

“Ma dell’abbonamento” – e sorride, convinto di averlo convinto.

Sbaglia grossolanamente, senza rendersi conto di Graham alle sue spalle, del coltello, che ha nella mano destra.
La lama affilata, fende prima l’aria e poi la sua gola, ben rasata e in vista.
Gli schizzi di sangue arrivano alla camicia intonsa di Hannibal, che rimane quasi immobile, sulla poltrona, davanti al camino scoppiettante d’oro e alabastro.

“Scusami, te la laverò subito” – dice Will, quasi ringhiando, mentre infierisce, sul volto di quel tizio, senza ragione.

Se non una pura crudeltà, che eccita Lecter, come nulla al mondo.
O quasi.

“Amore non dovresti”

“Cosa?” – e si gira di scatto, il suo ragazzo, che non appassisce, quanto lui, gli occhi grandi, che non sorridono più, da quando Rebecca è distante da loro, anche se hanno preso l’abitudine di scriverle entrambi, lunghe missive, su pergamena, striata d’avorio.

Cose d’altri tempi.
Come quel posto sperduto.


Hannibal scatta in piedi, trovando la forza, nell’ultima dose di un veleno, che gli crea innumerevoli effetti collaterali.

“Scendi alle cripte, fino alla cella di mezzo: lì troverai una botola, aprila e gettalo dentro, l’acqua del fiume lo porterà al largo!” – intima severo.

“Sì, certo … Potresti aiutarmi, almeno?”

Lecter gli passa oltre, rigido e scuro – “Tu hai fatto il danno, tu lo rimedi” – sibila aspro, poi svanisce oltre all’uscio, rimasto aperto.




Will è affaticato, ma fiero, mentre si gratta via dalle unghie, con veemenza, il sangue rappreso, di quel petulante imbonitore.

È nel bagno padronale, dove il consorte si è appena immerso nella vasca, per tentare di rilassarsi.
Se solo potessero bastare, un po’ di acqua calda e i sali, acquistati durante un viaggio in Marocco, l’ultimo abbastanza lontano dai loro incubi, per lenire le sue fitte.

“E’ stato un lavoro semplice, quanto fargli togliere il disturbo, mi dava sui nervi, con quella risatina supponente” – dice frenetico Graham, gettando i vestiti sporchi nella stufa; ce né una anche lì, in ghisa e maioliche verdi.

“Non devi giustificarti” – mormora l’altro, tendendogli le mani.

Will prende un lungo respiro – “Non adesso, non ne ho voglia” – dice a sorpresa, infilandosi nel box doccia.

Un rifiuto puerile, ma non irritante.

Un flebile stimolo, per le sue membra logore, ma non abbastanza per non spalancare le ante, in vetro molato, per ammirare la nudità di Graham, la sua bellezza un po’ trascurata nei dettagli, perché non necessario.

Scrutarlo è eterno, mentre aderisce alla parete di piastrelle, già annebbiate dal vapore, che reagiscono, al contatto della sua pelle, come l’erezione di Hannibal, avvinghiato, all’istante, a lui, che è più importante dello stesso respirare.

“Tesoro adorato” – e si commuove, quel deserto arido, che Graham ha saputo irrigare e poi inondare d’amore puro.

Consumarsi in un amplesso sarebbe così faticoso e lo farebbe scoprire, nel suo male, risvegliatosi, mesi dopo, quel volo dalla scogliera.
Prima o poi sarebbe accaduto.

Le vertebre stavano perdendo il loro allineamento strutturale: nulla, che un intervento mirato, non potesse risolvere.
Portandoli, però, pericolosamente allo scoperto.

Will lo bacia, intenso, poi si inginocchia, facendolo godere.

Poi ride.
Poi piange, aggrappandosi alle sue cosce, stringendole come un bimbo impaurito – “Se solo potessi lenire il tuo dolore, Hannibal … Credi non me ne sia reso conto?” – e gli sfiora le caviglie, poi scorre, d’arabesco e pioggia, sotto il getto aperto al minimo, in un tepore surreale, sino a quei lembi di pelle, martoriati e malcelati.

“Io non volevo farti preoccupare”

“Come potrei non esserlo, per te, per noi?” – ed è già riemerso, da quell’abisso, ma senza sconforto – “Ti stai spegnendo, anche per lei, per la nostra Rebecca, perché io non ti basto più”

E questa è rabbia.

Rimescolata a tutte le cose non dette, in lunghe settimane, dopo essersi riappacificati e perdonati.
Per cosa poi?
Per averla lasciata a Chiyo?

Fa male.
Da morire, non averla più, come se l’avessero salvata da loro, da ciò che sono.
Quasi un paradosso.
Mai avrebbero rinnegato la natura, che li saldava in una simbiosi unica.
Irripetibile, tra il resto dell’umanità.


Pensare in fretta, questo è ciò che distingue Lecter dalla media, dai mediocri.
Purtroppo accade anche nel rapporto con Will.

“L’abbiamo voluto insieme!” – tuona il più anziano, tra le sue scapole, bagnate di sudore e sale.

“Come se fosse vero!” – e si volta, l’ex profiler, il burattino di Jack Crawford, colui, che, all’apparenza, non decide mai niente.

Lecter lo spinge a terra, lo sovrasta e si prende, ciò che ritiene suo di diritto.

Graham non si arrende, non subisce; lui lo accetta.
Da sempre.
Lo accoglie, di nuovo in lacrime, più silenziose, meno dei gemiti, cadenzati e devastanti, nel collo del suo amante immortale.

E’ così, che deve essere.
E lui, così, di carta e polvere.




Parigi illuminata per il Natale alle porte, uno spettacolo di colori e luci, ai quali è impossibile abituarsi, pensa Lecter, mentre viaggiano in taxi, verso l’abitazione di Chiyo.

“Siamo arrivati” – gli arride, nella semi oscurità dell’abitacolo, Will, mentre Hannibal paga il dovuto.
Ci sarebbe arrivato di corsa, tenendo per mano Graham, come sta comunque facendo, mentre il coniuge suona all’unico campanello di quello stabile, eretto su tre livelli.
Al piano terreno risiedono Rebecca e la zia nipponica.
Ai restanti, sigillati da tempo immemore, abiterà la coppia di mariti assassini.
Con la loro piccola.

Becky si precipita ad aprire, già in pigiama, mentre sullo sfondo di un living enorme, troneggia un albero gigantesco, ma privo di doni.

E’ ancora presto.

Lecter la avvolge e così fa con Will.
Sono di nuovo insieme.
Finalmente.




Un luminare; era ciò che serviva, per risolvere il problema di Lecter.
Il professor Norman Reedus, gli sembrò perfetto allo scopo.

“Ho esaminato il suo fascicolo, ma non conosco questa clinica privata” – esordisce, dopo un lungo silenzio, all’altro capo della scrivania in radica, ma dalla foggia moderna.

“E’ di un mio conoscente, prematuramente scomparso”

“Sì, comprendo signor Bausen”
Un cognome valeva un altro, Hannibal aveva cambiato così spesso identità e documenti, da avere quasi esaurito le opzioni, più o meno credibili.

Le sue bugie, non dovevano durare a lungo, nella testa di inconsapevoli testimoni.

“Le sue lastre mi preoccupano sa? Se vuole posso fare entrare sua moglie”

“Non la è” – Lecter sorride compiaciuto, non sa neppure di cosa.

Pregusta un divenire, che difficilmente potrà stupirlo.

In questa occasione è Chiyo, ad averlo accompagnato, mentre Will e Becky sono al parco, ad attenderli fiduciosi.

“D’accordo, io credevo”

“E’ la mia segretaria, ma sopperisce anche alle funzioni di autista e bodyguard, nel caso servisse, è esperta in arti marziali e non solo” – Hannibal snocciola particolari, come se non ci fosse un domani, direbbe ilare Graham, senza sapere quanto sia nel giusto.

Reedus sorride, giocando con il ciuffo ribelle, che gli copre parte della fronte ed una cicatrice: il suo aspetto è trasandato chic, direbbe invece Bedelia; chissà che fine ha fatto, lei.

“Questo intervento è complicato, ma non per me, anche se potrei gettare la spugna o mandarla da un collega, se ne esistesse uno, più esperto, del sottoscritto, in materia”

“Perché mai dovrebbe farlo e rinunciare ad un compenso così ingente?” – domanda incuriosito l’analista.

“Perché potrei non volere avere nulla a che fare, con lei, dottor Lecter” – e nel dirlo, gelido, il medico estrae dalla cartellina tinta azzurro vivace, un foglio stampato in bianco e nero, dove la scritta FBI, spicca su tutto il resto.

“Una foto, che non le rende giustizia” – ridacchia Norman, senza scomporre la lucidità del suo interlocutore, che annuisce.

“Bene, di cosa stiamo parlando? Di un ricatto oppure”

“Assolutamente no!” – lo taglia secco il chirurgo – “In realtà ho una proposta da farle”

“Sentiamo”

Reedus inspira l’aria greve, che si è fatta intorno.

Quindi espone la sua richiesta, dopo essersi spostato al davanzale.

“Questa città, l’ospedale, che vi ho costruito, i miei collaboratori, le mie amanti, le ex mogli, sono divenuti un tale tedio, una spirale senza vie d’uscita”

“Non ha figli?”

“No” – e lo fissa, improvviso – “… forse, se ne avessi, non le chiederei una cosa del genere, dottor Lecter”

“Arrivi al punto”

“Ho catturato la sua attenzione, ne sono orgoglioso, sa? Ad ogni modo, si tratta di partecipare ad una delle sue cene, ecco” – espone più timido.

“Interessante”

“Il cannibalismo mi affascina, da quando avevo dodici anni” – aggiunge, persino un po’ infantile.

E il pazzo sarei io, sta pensando Hannibal, che già elabora mentalmente una strategia, per accontentarlo.

“Nessun problema, sarò felice di ospitarla, dopo che mi avrà operato: glielo prometto” – ed allunga la mano, in segno di impegno.

Reedus la stringe, soddisfatto – “La ringrazio: ho già firmato il foglio del ricovero, per dopo domani e la rimetterò in piedi la sera stessa, è la mia prassi”

“Con pieno successo, mi auguro”

“Non ha nulla da temere, dottor Lecter, ha la mia piena assicurazione.”




Will sta spingendo Rebecca sopra un’altalena, mentre parla, sorridente, con un’avvenente ragazza, che sembra lì per caso, con il suo cane irrequieto, verso ogni passante.

Tranne che con Lecter, apparso, tra una folata di vento e foglie, con il fiato corto, a disegnare l’atmosfera invernale, di sbuffi bianchi ed evanescenti.

“Hannibal!” – “Papà!”
Entrambi gli corrono incontro e lui li raccoglie in un abbraccio caloroso.

Juliette, si chiama così, si avvicina, con noncuranza, con il suo pechinese al guinzaglio – “Lei piace anche a Mosquito” – dice sciolta, ma senza guardarlo negli occhi.

Le palpebre di Lecter si sono assottigliate, per un attimo sfuggente.

“Lui è”

“Hai già detto il mio nome, amore, così io ho appena pronunciato il tuo” – gli sorride, ma quella distrazione, potrebbe non essere banale.

“Vi lascio, ho un appuntamento, arrivederci William, ciao Rebecca” – e sembra avere fretta, tanto che quel nome, lei non lo ripete.

“Era simpatica” – dice la loro principessa, senza perderla di vista, finché Juliette non scompare nella Metro lì vicino.

“Il suo Inglese zoppicante, non lo era affatto, sai? Mentre il suo Francese, davvero penoso” – dice sommesso Hannibal, esortando la bambina di farsi un ultimo giro sullo scivolo, davanti a loro.

“Tu pensi quindi, che sia un’agente?”

“Tornerà a cercarti qui: fatti trovare, ma senza Becky; per il resto, sai cosa fare, vero Will?”




Carboni ardenti, poi stille di ghiaccio, sensazioni contrastanti, post operatorie.

“Tutto previsto, decorso regolare” – lo rassicura Reedus, con una velata impazienza.

“Avanti, si alzi, non abbia paura dottor … Signor Bausen” – l’infermiera è indaffarata con le medicine e la flebo da togliere, così il suo aiuto, che neppure se ne accorge di quella gaffe mancata.

Hannibal si mette seduto, poi si erge, con ritrovato vigore – “Sto meglio così, ha ragione”

“Vede com’era semplice?”

“Sì professor Reedus, più di quanto lei creda.”




Chiyo guida concentrata sul viale degli Champs Elisées, con a bordo, sui sedili posteriori, due passeggeri speciali.
Uno convalescente, l’altro trepidante.

“Quindi, lei e Will vi siete sposati”

“In un certo senso”

E’ a tratti paradossale, quella conversazione.

“Siamo arrivati”

“Splendido quartiere, molto elegante” – sussurra Norman, fantasticando sul suo interno, senza rimanerne deluso.

E’ adrenalina pura, quella che gli scorre nelle vene, così champagne di annata egregia, pochi minuti dopo, tra il palato e la lingua asciutti, per un minimo di tensione latente.

Graham ha preparato un delizioso aperitivo, lo corteggia Hannibal, cingendolo da dietro, per baciarlo sulla nuca: sono loro tre e basta.

Chiyo è ridiscesa al suo alloggio, mentre di Rebecca, nemmeno l’ombra.

“Cosa si mangia?” – domanda nervoso Reedus, rompendo quel tacere, reciproco e assorto.

Will e Hannibal si guardano, memori di un qualcosa di loro – “Mai chiedere, è una sorpresa” – sentenzia Graham, poi schiude le porte, su di una sala adiacente, dove un desco spazioso, apparecchiato con stile, sembra attenderli.

Completamente privo di cibo, questo salta subito all’occhio di Norman, che ne rimane come indispettito, pensando di vedere chissà cosa.
Aveva letto avidamente ogni articolo, ogni reportage, sui crimini di Lecter, sul suo modo di presentare piatti magnifici, che celavano un orrendo segreto.

Eccolo lì, il segreto, scritto con ciliegie, intinte nel cioccolato, al centro di un piatto ovale, al posto, riservatogli da Lecter.

E’ il suo nome, Norman Reedus.



Un tripudio di fiammelle accese e profumi, aromi speziati.
Tutto è mutato.
La cena è servita.

Quante ore saranno trascorse, prova a chiedersi il professor Reedus, legato ad una sedia, per i polsi e l’unica gamba rimastagli, la sinistra.

“Ma … ma che cosa mi avete fatto?!” – urla disperato, la voce impastata, seminudo e stordito da una forte anestesia.

Sul ripiano in ebano, spicca un lungo vassoio, ma oltre ad esso, un corpo esanime, decorato di grappoli d’uva, melograni e pesche succose, disteso su di un letto di foglie d’edera e palma.

Will, seduto in fronte a Hannibal, con Norman sistemato a capo tavola, sorride, mentre infilza ingordo un lembo di coscia, ancora fumante, che il compagno gli ha servito, con patate novelle e topinambur marinati all’aneto.

“Sì, Juliette era davvero simpatica e … decorativa” – dice masticando, appagato, l’ex consulente speciale dell’FBI.

“O comunque si chiamasse” – bissa Lecter, per poi rivolgersi a Reedus, tremante ed esausto.

“Mio Dio, lasciatemi andare, non dirò niente, non vi tradirò, vi supplico” – ansima, sudato e febbrile, un po’ patetico, pensano i suoi ospiti.

“Per fare cosa? Tornare alla sua routine? Ma non ne era così assuefatto e infastidito? Ora è con noi, si diverta, si goda la novità … Tra poco la imboccheremo, così la sua esperienza sarà completa … Per la nostra, chissà, decideremo in seguito, giusto Will?”

“Sì … Giusto, amore.”




Rebecca sgattaiola nel salotto di Chiyo, facendola sobbalzare.
Lei era in attesa di ordini.
Per sbarazzarsi di quella Juliette e di Reedus, prima possibile; perché correre inutili rischi, del genere poi?
Natale è prossimo e abbandonare la dolce Francia, così ingiusto, pensa, osservando la bimba.

“Cosa stai facendo, tesoro?” – chiede incolore.

Becky sistema una bambola sul tappeto, poi un cestino da pic nic, minuscolo, ma colmo di frutta e non solo.

Una ciotola di argento, contenente una mousse e delle cialde salate.

“La merenda di mezzanotte!” – esclama lei, assaggiandone un primo cucchiaio – “… me l’ha data papà”

“Eri quindi di sopra, con loro?”

“No, ero in camera mia” – spiega, più attenta al suo pasto, che alla curiosità di quell’insolita istitutrice.

Chiyo ha un brivido, per la prima volta.

E non sarebbe stata l’ultima.



The End …