sabato 26 aprile 2014

ZEN - CAPITOLO N. 284

Capitolo n. 284 – zen



Si tenevano per mano, come due ragazzini, lanciando un sorriso, a qualche ragazza che salutava il loro evidente amore, con altrettanta gioia ed approvazione.

Era mattino presto, sul lungo mare di Los Angeles ed Harry, con un buffo berretto a cuffia, stava portando Louis tra gli scogli di una caletta, poco distante dal locale di Brent.

La coppia aveva lasciato New York, dopo avere incontrato Geffen ed Hiroki.

I due erano rimasti nel loft di quest’ultimo ancora per il fine settimana, rimandando il rientro annunciato da Glam a Jared, ugualmente fuori città sino alla domenica.
Sarebbero rientrati entrambi giusto in tempo per la festa di Antonio sulla spiaggia, a chiusura simbolica della stagione estiva.

Il sabato seguente, avrebbe poi avuto luogo il matrimonio del fratello di Boo.

“Ehi cucciolo, sei stanco …?”
Styles glielo chiese a bassa voce, dandogli un’ampia carezza sulla guancia sinistra, mentre con il proprio viso lambiva quello di Louis, le bocche troppo vicine per non baciarsi, senza attendere una risposta.

“No …” – Boo prese un respiro, gli occhi bassi, un rossore adorabile sulle gote, per quel contatto così intimo, mescolato alla voce roca del marito, che lo scrutava dolce – “E’ tutto a posto Haz …”

“La nostra bambina ti stanca, vero? Hai anche la tesi da preparare, non è facile …” – Harry inspirò – “Forse dovremmo assumere una balia”

“No, non se ne parla” – Louis sorrise – “Noi bastiamo, giusto? E poi è un tesoro, non dà problemi, è ubbidiente … E tu sei incredibile, per come l’hai accettata ed adorata da subito”

“Sono innamorato perso di voi, lo ammetto” – sorrise anche lui, più leggero.

“Ed io di te e Petra, profondamente” – replicò serio, come a convincerlo, di qualcosa, sulla quale Haz non nutriva alcuna incertezza.

“Boo io comprendo il tuo disagio, dopo l’Egitto, non voglio fare finta di niente, non posso, sai?” – proseguì sereno, andando a toccare quella nota dolente per Louis, che avvampò ritraendosi di poco da lui e dalle sue mani grandi.

“Non vorrei parlarne adesso, non roviniamo questo momento” – quasi si lamentò.

“Eppure non troverei istante migliore, credimi … Non sono un pazzo od un coglione Boo, so cosa provi per Vincent e mi sto immedesimando nel tuo sconforto, che diventa anche il mio, perché noi siamo un’unica persona, sia quando stiamo bene, sia quando ci sentiamo smarriti …”

“Ho sbagliato tutto con lui, questa è la verità Haz”

“In che senso?”

“Sono stato precipitoso ed avrei dovuto credere di più in noi e non gettarmi tra le braccia di Lux”

Styles aggrottò la fronte – “Tu ne stai parlando con astio, forse perché è successo qualcosa?”

“No”

Harry rise, un po’ tirato – “Vincent ha incontrato qualcuno a Londra?”

“Questo non centra ed anche se fosse”

“Louis, dai …” – e gli scompigliò i capelli, già spettinati dal vento.

“Ora sono io a sentirmi un coglione, ecco … Ma sì, credo abbia conosciuto un tizio, non so chi sia, per affari … Un investimento … In ogni caso il mio ragionamento era diverso … Era che dovevo credere di più in noi, aspettarti, insistere, combattere e poi”

“Tu l’hai fatto Louis” – ribatté fermo – “Ed eccoci qui, però in quel tempo eri deluso da me, avevamo certo delle colpe da contestarci reciprocamente, ma non sminuire la tua esperienza con Vincent: se fossi al suo posto e ti ascoltassi, ne soffrirei”

“Ma tu non puoi calarti nei panni di chiunque, anche se ti ammiro per questo!” – protestò vivace.

“Voglio solo aiutarti Louis …” – affermò sincero, baciandolo infine con trasporto.



La tonalità di Adam era cristallina, il timbro notevole.
Leto annuì, sussurrando poi a Vincent – “Potrebbe cantare qualsiasi pezzo”

Colin sorrise, ciondolandosi un po’ sulla poltroncina, accanto a Jared, nella sala di incisione di un amico dei Mars.

Adam terminò la canzone, togliendosi poi le cuffie – “Come sono andato?” – chiese timido.

Jared gli fece il segno dell’ok ed il giovane sorrise.

Lux applaudì – “Bene, cosa succede ora?”

“Andiamo in California, voglio presentarlo a quelli della Lithium, penso andrà a genio anche al loro manager principale” – spiegò Jared, appena Adam li raggiunse.

“Oh mio Dio, ma dici sul serio …?”

“Mai scherzato sul lavoro” – ribadì il leader dei Mars.

Lambert fece un saltello e strinse a sé Vincent, che, in imbarazzo, bisbigliò – “Hai visto? Cosa ti avevo detto?”



Hiroki raccolse le caviglie di Geffen, appoggiandole sulle proprie gambe piegate – “Ora ti massaggio i piedi …”

“Ok … troppo gentile” – l’uomo rise tranquillo, incrociando le braccia dietro la testa, allungato sul futon appena comprato insieme al ragazzo.

“Figurati, per così poco”

“Peccato …”

“Cosa Glam?”

“Doverci salutare, tra poche ore …”

“Tornerai, ne sono certo” – disse limpido, guardandolo, senza smettere ciò che stava facendo.

“Lo vorrei Hiroki, tu non sai quanto” – inspirò, chiudendo le palpebre.

“Potrei anche saperlo” – sorrise, sussultando al suono del campanello.

“Chi può essere …? Il corriere per i mobili, di già?”

“Non ne ho idea, può darsi …”

“Vado a vedere, dammi un secondo” – e corse alla blindata, vedendo unicamente un fattorino, con la visiera abbassata.

“Ho una consegna” – disse con uno strano accento.

Hiroki aprì senza esitare ed in pochi secondi si ritrovò scaraventato sul pavimento, da una spinta, da parte di un secondo energumeno, nascosto al lato dell’ingresso.

Il nipote di Kiro urlò, facendo accorrere Geffen, non senza qualche difficoltà nel deambulare, dopo essersi alzato di scatto in quella maniera precipitosa e malsana per la sua pressione.

“Ehi!!” – inveii contro quei ceffi, mettendosi tra essi ed Hiroki, terrorizzato e tremante, rannicchiato contro il muro retrostante.

“E tu chi saresti? Suo nonno??” – lo canzonò il più tarchiato.
Erano asiatici.

“Cosa volete da lui, si può sapere?!”

“Non ti riguarda vecchio e se non ti togli di mezzo, ti faremo fuori quanto quel moccioso ladruncolo!” – sbraitò il più massiccio.

“Di che diavolo state parlando??”

Glam pensò immediatamente alle dosi di droga trattenute da Hiroki, con piena ragione.

Appena ne ebbe la conferma da parte dei sicari, provò a rimediare.

“Erano per me, sono malato e ne ho bisogno: ve le pago, anche il doppio, ma non prendetevela con lui, ok?” – propose, con fare più cauto possibile.

“Non se ne parla: servirà da lezione a chi volesse ripetere il suo sbaglio, ok?!”

“Triplico la mia offerta oppure fate voi un prezzo ed io lo pagherò, va bene cosi??!”

“Ma tu chi diavolo sei?”

“Mi chiamo Glam … Glam Geffen”

“Geffen di Los Angeles?” – ormai la discussione era tra lui ed il più incazzato e robusto.

“Sì …”

“L’amichetto di Meliti?” – sogghignò.

“Sì, di Antonio …”

“Già, perché Oscar tu l’hai spedito in galera, giusto? Sei un bastardo, quanto quel figlio di puttana succhia cazzi!”

“Tu toccalo e non arriverai a domani, te lo giuro su Dio” – replicò più glaciale Glam, con il cuore in gola, maledicendo sé stesso per non avere trattenuto con sé almeno Vas.

Lo stress del momento, gli provocò anche un secondo inconveniente, assai sgradevole: un rivolo di urina gli segnò la piega dei pantaloni, creando poi una chiazza sul parquet, piuttosto inequivocabile.

“Ma sentitelo, vuole minacciarmi e si piscia addosso questo stron” – gli rise in faccia, senza terminare la frase, per un pugno feroce, che Geffen gli mollò in pieno viso.
Hiroki nel frattempo si era sposato, prendendo un revolver dal cassetto di una credenza bassa.

“Ora basta andatevene o vi ammazzo!!”

Faceva maledettamente sul serio e Glam si bloccò, smettendola di malmenare il suo avversario, mentre l’altro era impalato sulla soglia, pronto a fuggire.

Fortunatamente lo fecero entrambi, insultandolo ed imprecando ulteriori intimidazioni, non prive di fondamento.

Hiroki richiuse, a doppia mandata, piangendo esausto, mentre Glam era come crollato in un angolo, stremato.

“Te tesoro prendimi le pasticche dalla giacca … sai quali sono, vero …?”

“Miseria sì, ti supplico non morire … Non lasciarmi così!” – disse spaventato, recuperando anche dell’acqua fresca.

Glam la sorseggiò, inghiottendo quel farmaco, che più volte gli aveva salvato la vita.

Avvolse poi Hiroki, spargendo baci tra i suoi capelli corvini – “Non me ne vado così … anche se mi sono sentito un rottame quando”

“Non dire niente, non affaticarti Glam …” – singhiozzò, in preda al panico, le iridi invase da un pianto irrefrenabile.

Geffen gli sorrise – “Ce ne andiamo via da qui … non ci restano alternative, chiamo immediatamente Antonio … e Vassily”

Hiroki annuì sconvolto, ma sollevato nel constatare quanto il colorito di Glam fosse nuovamente roseo e la respirazione regolare.

“Io non voglio fuggire in eterno, però …” – disse mesto.

“Non accadrà … Risolveremo questo casino, in un modo o nell’altro … Te lo prometto.”






 I LARRY




 HIROKI



mercoledì 23 aprile 2014

ZEN - CAPITOLO N. 283

Capitolo n. 283 – zen



“Dove sei piccolo …?”

La voce di Harry, il suo fiato caldo, gli giunsero dritti nella gola e poi nello stomaco.
Louis era lì, perché il suo corpo, talmente preso e posseduto dal ritmo del compagno, non poteva distrarsi dal piacere assurdo, che lo faceva vibrare in ogni muscolo, tendendo nervi e pelle, come un arco esile, ma resistente.

Boo provava ad esserlo, da quando era al mondo.

Styles lo aveva accolto nel proprio mondo, fatto dello stesso dolore, ma anche della medesima speranza di riscatto.

La suite, le cui vetrate si affacciavano su di una New York fantastica, era uno dei numerosi dettagli della loro nuova vita, dell’affermazione raggiunta.

Camminavano ancora tenendosi per mano?
Da un tunnel buio ed umido, ad uno scenario fatto di lusso e promesse, forse non mantenute ancora del tutto.

Questo si chiedeva Louis, mentre Harry gli veniva dentro, senza aspettarlo.

Un sano egoismo, di cui Styles si scusò immediato, baciandogli la tempia sinistra.

“Perdonami … non ce la facevo più, ti desidero troppo Boo … troppo” – ansimò, girandolo a pancia sotto, per masturbarlo, mentre Louis si sollevava a carponi, confuso ed in crisi di ossigeno, accettando ulteriormente Harry, che lo aveva appena invaso per una seconda volta, senza esitare oltre.



Glam lo aveva guardato dormire sereno, quasi per l’intera notte.

Le ore di sonno erano sempre meno, per lui, che forse voleva vivere il più possibile, anche senza rimanere sveglio per le crisi.

Hiroki di tanto in tanto sorrideva, forse per un sogno, forse perché era un essere umano bellissimo.

Geffen lo aveva pensato dal primo istante, di un qualcosa di indefinibile.
Stava cogliendo l’occasione di viverlo, l’opportunità generosa e disinteressata, offertagli da quel giovane così carismatico ed innocente.

Hiroki era uscito da inferni, senza rimanerne realmente compromesso e devastato.

L’avvocato gli sfiorò la nuca con i polpastrelli tremolanti e freschi; Hiroki rise piano, appendendosi a Glam, come facevano i gemelli, Jay Jay e soprattutto Lula, quando esigevano la loro dose di coccole quotidiana.

L’uomo rise a propria volta, cullandolo.

“Come ti senti Glam? Hai digerito i miei intrugli?” – e lo guardò, con le iride liquide quanto quelle di Robert.

Geffen aveva pensato sia a lui che a Jared per ore, la vista perduta tra soffitto ed angoli ancora vuoti, di quelle stanze pulite minuziosamente.

“Sono ancora vivo … Andiamo a comprare dei mobili, che ne pensi? Ho un amico antiquario in città, apre presto …”

“Eh …? Veramente li avrei acquistati poco alla volta, con il mio lavoro … Se mai ne avrò uno” – si tirò su, spettinandosi la chioma castano scura.

“Rimediamo noi, con il tuo primo stipendio mi offrirai una cena, ok?” – scherzò pacato, con il terrore di dire qualcosa di offensivo.

“Allora dovrai vivere ancora cento anni!” – esclamò solare, dandogli poi un lungo bacio.

“Tesoro …” – Glam lo strinse energico, dopo.

Hiroki serrò le palpebre, per impedire ad un pianto incipiente di rovinare quel momento.

“D’accordo Glam, ma giusto l’essenziale …”

“In perfetto stile giapponese dunque, è l’ideale, no?”

Hiroki annuì, fuggendo via con un – “Vado a prepararmi! Pensi tu alla colazione?”

“Sì, ci proverò …” – e, con un sospiro, Geffen arrivò sino in cucina, già attrezzata a dovere, per imbastire un tè decente e qualche fetta di dolce, avanzata dalla sera prima.

Il suono del cellulare lo distrasse.

Era Jared.

“Ehi … Qual buon vento?”

“Ciao Glam, sei ancora da Hiroki?” – domandò lui con un sorriso.

“Ok, beccato in flagrante …”

“Lo sapevo sai?” – proseguì dolce il cantante – “So che avrà cura di te, durante questo soggiorno fuori programma …”

“Lo è in effetti, ma ci sono anche Harry e famiglia nei paraggi … a sorpresa direi”

“Abbiamo improvvisato un po’ tutti”

“Tutto a posto in Irlanda?”

“Sì, siamo al cottage, con Eamon e Steven, in una convalescenza generale direi” – rise allegro.

“Sei stato male Jay …?”

“No …” – arrossì – “Era un modo di dire … Non so bene neppure cosa” – inspirò più serio.

“Domani rientro a Palm Springs”

“Con Hiroki?”

“Non ne ho idea tesoro, lui abita qui e cerca un’occupazione, ha mille progetti” – spiegò trafficando con tazze e vassoi.

“Ti ha dato altra droga?” – domandò a bassa voce, ma diretto.

“Sì Jared”

Mentire non sarebbe servito a niente.

“Quanta?”

“Una dose e ne avanza un’ultima, che non so se chiedergli o meno, lui non se ne fa nulla”

“A quale scopo? Bruciarti le ultime cellule sane Glam? Per sentirti in forma quanto? Un paio di giorni? O di notti?” – insistette, più diretto ed aspro.

“La tua gelosia è così gratificante Jared …” – tossì sconsolato.

“Si tratta di buon senso!”

“E cosa dovrei farmene eh Jared? A me non resta molta scelta e di solito quello si usa quando si ha un futuro”

“Glam”

“E poi guarda, mi deprime piangermi addosso, anche se esprimo unicamente la realtà di questi ultimi mesi”

“Ti prego … Io non volevo farti incazzare …”

“Tu mi fai stare bene, invece, non immagini quanto Jay” – replicò sincero, sentendo la voce di Leto nella propria testa ed al centro del petto, come una sensazione irrinunciabile.

Una forma di felicità, che aveva conosciuto con lui e basta.

“Ti voglio così bene Glam …”

“Anch’io Jay”

“Devo tornare dagli altri … Andiamo a fare una passeggiata nei boschi”

“Non perderti come la volta scorsa” – Geffen sorrise bonario.

“Ci proverò … Tu abbi cura di te e salutami Hiroki”

“Siete simili … Ed unici, come ogni essere umano”

“E tu sei … speciale, non ringrazierò mai abbastanza il destino per averti incontrato Glam”

Era estremamente complicato andare avanti in quella conversazione, almeno quanto chiuderla, ma accadde, con un arrivederci un po’ sofferto.



Jude balzò giù dal lettino di Scott, stiracchiandosi come un gatto appagato.

“Gli esami vanno bene, la forma pure, vedo …” – osservò il medico, guardando l’attore mentre si rivestiva.

“In effetti sto alla grande con questo rene artificiale, che, quasi quasi, mi farei sostituire anche quello che mi resta” – rise, fermando i polsini con due gemelli d’oro massiccio e brillanti.

La tinta panna della casacca faceva risaltare la sua abbronzatura di quasi quarantanovenne rinato.

“Non te lo consiglio Jude … Come sta Robert?”

Law inspirò – “Malinconico ed appassionato … Voglio girare un nuovo film con lui, ne abbiamo un disperato bisogno, di distrarci, staccare la spina ed andarcene da Los Angeles per un po’, anche se non me lo permetterà … Ed anch’io non lo voglio affatto” – rivelò assorto, accomodandosi.

“Per Glam?”

“Certo, assolutamente … Con Jared e Colin ci siamo impegnati ad assisterlo sino alla fine … Qualunque essa sia”

“Non voglio arrendermi con lui … Con questo cancro così infimo …”

“So che è a New York, ieri Rob ha ricevuto una sua e-mail un po’ vaga …”

“Spero non faccia sciocchezze, ma con Glam non si può mai sapere” – rise amaro.



Harry gli lavò i capelli con cura, mentre Louis faceva altrettanto con Petra, riuniti nell’enorme vasca ad idromassaggio, il cui funzionamento faceva ridere la cucciola, sempre più vivace ed integrata nelle abitudini di quel nucleo, che l’aveva accolta con affetto assoluto.

“Ok asciughiamo queste zazzere!” – esclamò il pupillo di Geffen.

“Va bene … Su principessa, basta bolle”

“Boo prendi tu il phon?”

“Certo … andiamo sul lettone?”

“Andiamo …” – e lo scrutò innamorato, per poi avvolgere entrambi, con un orgoglio, che Styles non poteva nascondere, anche se temeva di perdere quella felicità ad ogni risveglio.


Lux, dall’altra parte del mondo, stava aspettando in taxi che Adam scendesse per avviarsi all’aeroporto, indeciso sull’inviare a Louis un sms.

Jared aveva dato loro appuntamento a Dublino, dove avrebbe fatto un’audizione a Lambert presso lo studio di registrazione di un noto produttore.

Vincent voleva aggiornare son petit e, specialmente, chiarirgli il suo presente, onde evitare futuri equivoci, ma poi si chiese sino a che punto dovesse rendere conto a Boo di ciò che combinava, arrancando in giorni un po’ tutti uguali, a parte quelli dove Adam era subentrato, quasi per caso.

Il sorriso del giovane quasi lo investì, appena il cantante salì sull’auto – “Il ritardo è un mio difetto, quando si tratta di partire … Forse perché faccio sempre fatica ad abbandonare il mio ovetto rassicurante”

“Prima o poi occorre farlo, temo …” – sorrise mesto il francese.

“Problemi Vincent?” – chiese educato.

“Vorrei fare la cosa giusta con Louis …”

“Come hai fatto con me?” – sorrise ammiccando.

“Sarebbe …?”

“Solo amici” – ed arricciò il naso, un po’ buffo.

“Fosse così semplice”

“Basta volerlo, te lo garantisco” – e gli diede una pacca sulla gamba destra.

“Volerlo … Già … Non so se riuscirò ad essere tanto saggio”

“Conto su di te Vincent” – e, senza aggiungere una sillaba, l’artista si infilò le cuffiette nelle orecchie, ascoltando un pezzo, a tutto volume, proprio dei Mars.





martedì 22 aprile 2014

ZEN - CAPITOLO N. 282

Capitolo n. 282 – zen



Il tonfo della blindata chiusa bruscamente, lo fece sobbalzare.

“Cazzo … che ore sono?” – chiese Lux, strofinandosi la faccia stropicciata da una notte insonne.

Adam transitò verso la cucina, l’aria torva e delusa.

“Le nove e trenta, vuoi un caffè?” – chiese, armeggiando nervosamente tra il lavello e gli armadietti.

Memore di quello della sera precedente, il francese preferì rinunciare alla brodaglia imbevibile preparata dal nuovo amico, optando timidamente per un semplice succo di frutta.

Faceva un caldo tremendo: le finestre erano spalancate, il loft invaso dai rumori della strada sottostante, oltre a quelli del traffico, piuttosto caotico, diretto verso il centro della città.

Vincent si alzò, in boxer, avviandosi in bagno, un po’ in imbarazzo – “Temo che la tua audizione sia andata male …”

“Sì, uno schifo” – bissò aspro l’artista, fissando il vuoto.

“La prossima volta andrà meglio …”

“Non ci sarà, me ne torno a fare il barista o lo spogliarellista, finché il fisico regge” – brontolò amaro, andando verso il davanzale.

“Ti arrendi?”

“No Vincent, mi rassegno, credo sia sinonimo di maturità o buon senso!” – e gli si avvicinò, con rabbia.

“Sei così giovane …” – sospirò l’uomo, allungandogli una carezza innocente.

“Dacci un taglio, mai fatto da tappabuchi e, se mai è successo, ne valeva la pena, senza offesa, ok?!”

“Sei solo incazzato nero e se vuoi sfogarti, io resto in ascolto, ma per gli insulti rivolgili a chi ti è passato davanti, grazie!” – e gli sorrise a muso duro.

“Non darti pena, non mi conosci nemmeno, non sai un cazzo di me Vincent! Passi ciò che resta della tua vita a rimpiangere un ragazzino, che ti ha usato, anche se in buona fede, ammesso sia così!”

“Anche tu non sai un cazzo di me e tanto meno di Louis, non osare quindi prendertela con lui!”

Adam ridacchiò, dandogli le spalle – “Oh cielo, che paura, altrimenti cosa mi fai?” – lo provocò blandamente, in fondo non gli importava di Louis e non un granché di quel tizio dalle iridi di ghiaccio, il corpo asciutto ed abbronzato, lo sguardo da canaglia, spesso mescolato ad uno più paterno e dolce.

Le dita di Lux arpionarono le braccia di Adam, di colpo e con la stessa foga l’affarista lo voltò a sé, sbattendolo contro la parete, dove lo bloccò con un bacio lungo ed intenso.

Adam non chiuse mai gli occhi.



Hiroki gli si muoveva sopra, evanescente quanto un miraggio, appannato dalla disidratazione, come se Geffen fosse in cammino lungo il deserto, lasciato da poche ore, in Africa.

A New York era un giorno di pioggia, a metà di un agosto afoso quanto quello europeo.

Gli zampilli sulle vetrate creavano un crepitare avvolgente, anche se lontano.

Tutto era ovattato: dai suoni, di una musica in sottofondo, ai rumori, alla voce di Hiroki, che aveva intrecciato le loro mani.

Glam sentì un brivido alla spina dorsale, gli ansiti dell’altro nel proprio collo, infine un singulto bagnato, così tra le sue gambe, come se il canale stretto di Hiroki non riuscisse a contenere il dilagante orgasmo, di quell’adulto fatto a pezzi dalla malattia, però ancora capace di andare oltre l’ostacolo, di qualsiasi disgrazia terrena.

Forse lo stava unicamente sognando, grazie alla droga, che aveva in circolo: Glam lo pensò, sbirciando la siringa in bilico sopra al comodino.

Un raggio di sole improvviso sembrò trafiggerla, creando uno strano gioco di colori, come se la stessa fosse divenuta un prisma lucente e limpido.

L’animo di Hiroki lo era di sicuro, quindi perché sporcarlo così inutilmente?
Un ulteriore quesito, che sembrò tormentarlo per qualche secondo, trascorso completamente in affanno; no, non aveva immaginato nulla.

Riverso al proprio fianco, il ragazzo si accucciolò, aspettando che Geffen dicesse qualcosa.
Qualsiasi cosa.

“Ehi piccolo … ti voglio bene …”

Hiroki sorrise, avvinghiandosi a lui, come se potessero fondersi.

I tatuaggi sembrarono animarsi sulla carnagione del giapponese, rimessosi in ginocchio, a scrutare Geffen, tamponandone il sudore della fronte e degli zigomi scarni.

Il suo peso era diminuito sensibilmente nelle ultime settimane.
Le crisi, l’inappetenza e la nausea post terapie, stavano frantumando colui il quale era ricordato, anche dalla stampa, come una roccia, un invincibile.

A rifletterci, forse non aveva mai vinto davvero niente.



Jared si allungò a pancia in giù, nel mezzo del letto, dove Colin stava provando a rileggersi un copione, che stava valutando se accettare o meno.

“Ehi folletto dei boschi …” – lo salutò l’irlandese, dandogli un buffetto sul naso.

In risposta, il leader dei Mars cominciò a tirargli i baffi, piuttosto folti, richiesti per quella nuova parte.

Farrell rise, buttando sul parquet il plico, per stringere forte a sé il busto esile di Jared, altrettanto gioioso e divertito, per quella vacanza al cottage in Irlanda.

Eamon e Steven erano in veranda, impegnati a preparare una grigliata di verdure e qualche “brandello” di carne di pollo, come l’aveva definito con orrore Leto, con una pantomima, a colazione, degna di lui.

“E tu pensi che io non riesca a tenerti a bada Jay, dopo avere cresciuto undici pargoli meravigliosi ahahah??”

“Ma quello lo hai fatto con me!” – replicò allegro, sovrastandolo con una mossa abile e felina.

“Ok, ok mi arrendo …” – esclamò Colin, sventolando un fazzoletto bianco.

Jared rise di gusto, planando su di lui, per baciarlo voluttuoso.

Farrell inspirò, proseguendo quel contatto morbido e caldissimo, dal mento del compagno, sino alle sue tempie, dove passò le labbra dal contorno un po’ ispido.

“Uhi … Pungi!”

“Sempre a lamentarti Jay, sei incontentabile … ed adorabile” – lo scrutò, rapito dalla sua bellezza integra, dagli zaffiri screziati di amore ed appartenenza.

Si sentivano così presi l’uno dall’altro, come se quella malinconia perpetua, quell’angoscia per Geffen, li avesse finalmente abbandonati o vanamente lasciati in pace.

Eamon suonò la campana del pranzo.

Il profumo era invitante.

“Ho una fame!” – Jared balzò giù dal materasso.

Il suo appetito era un segnale positivo, rassicurante per l’intera famiglia, sempre in apprensione per il suo stato di salute e psicologico.

Colin pensò che forse sarebbe cambiato qualcosa: la sua speranza era granitica o forse si autoconvinceva con estrema destrezza, provando ad infondere fiducia anche nel prossimo, senza mai riuscirvi del tutto, sul destino di Glam.



Adam tremò, contro il muro dipinto di arancio vivo.
Si sentiva in quel modo anche lui, dopo molto tempo.

“Non farlo Vincent … Non usarmi anche tu” – disse piano, ma con dignità, nessun vittimismo ci circostanza.

Era terribilmente sincero.

Lux lo lasciò andare – “Scusami … So meglio di te che non stiamo andando da nessuna parte … E poi io non ti piaccio” – scrollò le spalle, l’aria un po’ guascona.

Adam sorrise, avvampando – “Questo non è vero!”

Deglutì a vuoto: gli era uscita troppo netta quella contestazione simpatica.

“Sono un vecchio … Un signore di mezza età, che gioca ancora a fare il ragazzino, con i ragazzini: avevi ragione tu Adam” – concluse serio, vestendosi con calma.

“Non l’ho mai pensato e se ti ho offeso con le mie considerazioni, ne sono dispiaciuto, davvero” – ed azzerando la distanza tra loro, provò a convincerlo, senza nemmeno sapere lui su che cosa esattamente.

“Andiamo avanti e parliamo di affari: tu fai musica, reciti, hai quindi un manager?”

“No … Non proprio … Ecco, sì, c’è un tipo, in un’agenzia, che mi chiama quando ci sono i provini, ma non ho mai firmato contratti, con nessuno” – spiegò incuriosito.

“Bene: i miei interessi sono multipli e quando si tratta di investire, di puntare su di un progetto oppure una persona, allora mi faccio avanti, se ne vale la pena e quindi voglio proporti a Jared Leto, poi se il meccanismo scatta, pretenderò la mia parte, che ne pensi?” – e gli sorrise, allungandogli il palmo destro, per sigillare quell’improvviso accordo.

Adam aggrottò la fronte, poi accettò risoluto – “Ok, proviamoci: quando si comincia Vincent?”

“Lo certo subito: tu intanto prepara i bagagli per Los Angeles.”



Hiroki preparò degli involtini dall’aspetto invitante.

Geffen lo stava spiando dal living, quando il suo palmare si illuminò.

Era Styles.

“Sì Harry, dimmi …” – rispose gentile.

“Ciao Glam, vero che sei nella grande mela anche tu?” – esordì il riccio, con entusiasmo.

La voce di Louis, mescolata a quella di Petra, era poco distante.

“In effetti … Siete qui anche voi?”

“Appena scesi in hotel, ho voluto fare una sorpresa ai miei tesori” – e sorrise in direzione della figlia e del consorte, che annuì, con la testa altrove.

Seppure tutto filasse liscio tra loro, anche fuori dalle lenzuola, dove riuscivano sempre a fare pace, Boo voleva sapere cosa stesse combinando Lux.
Era altresì convinto che il loro rapporto si sarebbe ridimensionato con il passare del tempo, a passi brevi, ma definitivi.

In realtà, Louis, non avrebbe sopportato e superato alcun traumatico distacco, se mai Vincent gli avesse presentato una nuova fidanzata o, peggio, uno sconosciuto, in grado di rimpiazzarlo, in ogni senso.
Quindi auspicava un aggiornamento, che tardava ad arrivare.

Le sue preghiere vennero esaudite appena Haz filò sotto la doccia, dopo avere messo Petra a nanna ed ordinato la cena in camera.

“Pronto …” – Boo aprì la chiamata, con le pulsazioni a mille.

“Ciao tesoro, tutto bene?”

“Sì … Siamo a New York … E tu?”

“Ancora a Londra” – disse, accendendosi una sigaretta, coprendo il trillo di un campanello.

Adam si alzò dal divano, posando l’i-pod velocemente – “Saranno le nostre pizze, vado io”

Louis rimase come sospeso.

“Mangi una pizza alle due del mattino …?” – domandò con un filo di voce.

“Veramente è l’una mon petit … Sì, sto concludendo una transazione, abbiamo fatto tardi”

“Il fuso orario non è la mia specialità Vincent …” – ribatté ridendo goffo, mentre la vista sui grattacieli iniziò a pungere di sale e rabbia.

“Torno a Los Angeles domani mattina, abbiamo prenotato il volo via internet, speriamo di non precipitare in pieno oceano” – Lux provò a scherzare, tra il tintinnio di posate e bicchieri, distribuiti in tavola da un Adam canterino ed un po’ su di giri per le nuove prospettive, offertigli da Lux.

“Avete? Tu e la tua transazione?” – bissò irritato.

Era inutile fingere.

Lux prese fiato – “Louis vogliamo vederci quando sarò in città?”

“Non lo so, con Harry e Petra abbiamo un bel programma da goderci qui”

“Ne sono certo Boo … Sentiamoci, quando sarai pronto, ok …?” – propose affettuoso, ma non melenso.

“Ma pronto per cosa??!” – gridò piano, specchiandosi nella vetrata.

Era sconvolto.
Era ridicolo.

“Boo con chi stai parlando?”

Style stava uscendo dal box, alla ricerca del telo spugna, che Louis aveva lasciato piegato sopra una mensola.

“Con Brent!” – gli gridò.

“Perché menti a tuo marito?”

“E tu perché fai lo stronzo?!”

“Cosa diavolo stai dicendo Louis, ma dai i numeri??!”

Tomlinson riattaccò brusco, il respiro corto.
Il cuore scheggiato.