martedì 24 settembre 2013

ZEN - CAPITOLO N. 188

Capitolo n. 188 – zen


Brent storse le labbra.
Louis lo aveva ascoltato con attenzione.

Cindy aveva capito, di lui e di Matthew ben prima che lui parlasse, dopo la notizia dell’improvviso trasferimento a Los Angeles.
Una strana coincidenza, così che la verità era traboccata dalle iridi del capitano, senza neppure troppa fatica.

Matthew, in compenso, al solo pensiero di tornare in California, da quei parenti omofobi ed odiosi, si era tirato indietro, non senza rammarico.
Anche se la vita di caserma non era ciò che voleva veramente, lì c’erano i suoi amici, gli ex compagni di scuola, con cui giocava ancora a basket il mercoledì sera ed una sequenza di abitudini, difficili da abbandonare, a soli diciotto anni.

Lou lo strinse.
“Mi dispiace … So che ci tenevi a Matt …” – e gli diede una carezza, delicata e fatta della sua stessa sofferenza.

Erano sulla terrazza della suite, che Lux aveva disdetto per il pomeriggio: c’erano i bagagli pronti nel salottino, dal quale Harry li stava spiando, senza sapere che alle proprie spalle, Vincent stava facendo lo stesso, carpendo il dialogo tra Louis e Brent, sempre più in armonia.

Haz si voltò, sconfortato, accorgendosi di lui.
Lux allungò la mano ed Harry la intrecciò alla sua, gelida.
“Su vieni, andiamo a prenderci un caffè …” – propose rassicurante il francese e scivolarono via, lasciando Lou a consolare Brent, con i suoi entusiasmi, i suoi progetti.

“Gli ho reso la quota per il ristorante … Ora sono al verde, perché ciò che rimaneva l’avevo investito nel matrimonio, ormai annullato …”
“I soldi non sono un problema Brent, te l’ho già detto” – e gli sorrise solare – “Vedrai che sistemeremo ogni cosa, appena saremo al sicuro”
“Da papà?”

Louis annuì, arrossendo.
“Lui non se la sa spiegare … questa promozione intendo”
“Eppure mi hai raccontato che dopo avere ricevuto la telefonata dal generale,era su di giri”
Brent fece spallucce – “Sembrava una collegiale … Certo non si possono mettere in discussione gli ordini di una simile autorità, ma mi chiedo come abbiate fatto”
“E’ … è la nostra nuova famiglia Brent … Ti ci abituerai” – e gli fece un occhiolino simpatico.


Hugh scivolò nel suo collo, mentre gli stava per venire dentro.
Jim lo avvolse quanto più poteva, con gambe e braccia, percependo ogni goccia di lui, scorrergli sino al cuore.

Gemette, aggrappandosi a Hugh, come la migliore delle dipendenze, ma l’intento era anche quello di sfuggire al suo sguardo nella penombra.
Quello di Mason era umido di lacrime.

Stremato, l’analista gli sorrise, contandosi le pulsazioni, scherzoso anche in quegli attimi di intimità.

“Che hai Jim?”
“Niente … pensavo …”
“A cosa?” – gli chiese dolce, tralasciando il suo innato sarcasmo.
Si stava ammorbidendo, dopo avere adottato Nasir: era una continua scoperta, da parte di Mason, della sua indole fatta di tenerezza, di presenza, di attenzione e disponibilità.

“Mi  guardavo allo specchio, prima … e non ero bello come Chris o Tim o Jimmy” – rivelò smarrito.
“Non lo sei stato mai, così loro non saranno mai come sei tu, Jim” – e lo baciò profondo.
Jim si commosse: interruppe quel bacio, perché voleva guardarlo, guardare l’uomo che amava, di cui era ancora innamorato, che aveva sposato.

I vagiti di Nasir, però, interruppero quel loro momento.
“Vado io Hugh … Vuoi qualcosa da bere?”
“Latte e brandy e mi raccomando, non confondere i biberon!” – e rise, infilando una maglietta al marito, mentre lui indossava i boxer.


Brendan si lisciò i baffi, dopo avere parcheggiato la sua auto nei box sotterranei.
Individuò gli ascensori, per raggiungere la terrazza naturale, sulla quale si affacciava l’ingresso del palazzo, dove avrebbe trascorso quel periodo di tre mesi, per uno scambio di collaborazioni internazionale.

“Potrei anche tagliarmeli … se me lo chiedesse la persona giusta” – pensò ad alta voce, mentre scendeva.
“Ehi, parli da solo?”
“Chris …? Ciao, non ti avevo visto”
“A quanto pare è una tua abitudine.” – e gli passò oltre, per premere il pulsante e fare tornare la cabina panoramica, completamente a vetri, al loro livello.

“Ti aiuto con i pacchi?” – disse lo psicologo, ammiccando.
“No, grazie”
“Io ti sono antipatico, vero?” – chiese schietto Brendan.
“No”
“Lo dici sempre, Christopher?” – e rimarcò il suo nome.
“Cosa?”
“No.” – e sorrise.
“Quando serve” – replicò serio.
“Ok … Ti chiedo scusa, se sono stato inopportuno, ma sei … uno schianto”
“Diretto come un treno, ma a me i complimenti infastidiscono”
“Anche quelli di Steve? Impossibile” – ribatté altrettanto asciutto.

“Con Steve è diverso e poi lui non …”
Si bloccò: non voleva aprirsi, per nessun motivo.

“Lui …?”
Le ante si schiusero ed un’ombra invase lo spazio tra loro due.

“Ciao Christopher, tutto a posto?”
“Ivan … ciao …”
“Salve …” – disse Laurie, guardandolo dal basso in alto, non certo per snobbarlo, bensì per ammirarlo letteralmente.
Nonostante la temperatura non mite, Ivan indossava un vogatore nero, sui pantaloni della tuta Adidas, nella stessa tinta.
Null’altro, a parte le scarpe, che Brendan valutò essere almeno un quarantotto di calzata.

“Buonasera, lei chi è? Sta disturbando Christopher?”
“Sono … un nuovo vicino di casa, mi chiamo Brendan Laurie, piacere” – disse calmo.
“Laurie?”
“Sì Ivan, è il fratello di Hugh, sono entrambi analisti” – chiarì il leader dei Red Close, sorridendo finalmente.
“Ok”
“Sì, è tutto ok Ivan, vieni dalla palestra al quinto piano?”
“Infatti Chris …” – e lo guardò, con un’improvvisa timidezza – “I soliti allenamenti”
“Andiamo a bere qualcosa, sarai assetato” – propose il cantante ed il body guard avvampò.

“Ragazzi io vi lascio, buon proseguimento” – si inserì Brendan, anche sgusciando in mezzo a loro, quasi cristallizzati nel guardarsi, per infilarsi in quello che gli ricordava un sarcofago di cristallo.

Ivan e Chris neppure lo salutarono.


“Sono stato anche un fratello per lui, sai? I primi tempi … quando eravamo solo amici e colleghi di università”
Haz glielo stava raccontando, davanti ad un affogato alla nocciola.
Erano in una gelateria, deserta a quell’ora.

“Louis sta recuperando un rapporto essenziale, dobbiamo … dovresti essere comprensivo, come del resto è stato lui, quando avete avuto dei problemi Harry” – replicò dolce l’affarista.
Era gradevole, anche la maniera in cui pronunciava il nome di Harry, con quell’accento vivace, come i suoi occhi azzurri, davvero belli: il giovane li notò in quell’attimo di confidenze, di solidarietà, incredibile per certi versi.

“Tu un surrogato di padre, io di fratello … ci hai mai pensato, Vincent?”
“Siamo tutti un po’ … tappabuchi” – rise – “Insomma colmiamo i vuoti … Lou ha ammesso di essersi invaghito, prima del colonnello, poi del suo primogenito, erano figure solide e, anche se lo opprimevano, alla fine erano la sua famiglia, erano tutto ciò che Louis aveva. Ci si innamora dei carnefici, pensa di un padre e di un fratello …” – e sospirò.
“Forse hai ragione, ma è come se Louis mi sfuggisse, ora che …” – ed inghiottì un singulto – “Ora che ha un’alternativa o meglio ha ciò che voleva indietro dalla vita, dal destino, cioè Brent ed il suo affetto … il suo amore”
“Bene, ho un vantaggio su di te, mon petit garcon, visto che il vecchio Tomlinson non tornerà mai sui propri passi, troppo coglione!” – rise allegro, dando poi un buffetto ad Harry.
“Già, la proiezione di lui rimani tu e quindi Louis dovrà … accontentarsi” – e gli fece una smorfia, sorridendo.
“Non ne approfitterò …” – disse più composto, ma senza alcun astio: Lux desiderava equilibrio e, più di ogni altra cosa, non perdere Louis, facendolo il trofeo, a cui agognare in un’inutile competizione tra sé stesso ed Harry.

Alla fine, l’esperienza gli aveva insegnato che forzare le cose, le scelte, le situazioni, portava ad un fallimento solo rimandato.


“Hugh presto vieni!!”
Jim lo chiamò dalla cameretta di Nasir.

“Che succede?”
Laurie si precipitò, dimenticando il bastone e quasi cadendo, se non ci fosse stato lo stipite a sorreggerlo.

“Ha la febbre! Quasi quaranta, chiama un’ambulanza, fai presto, ti prego!!”


“E’ un po’ strambo … come i suoi parenti”
Christopher rise, descrivendo Brendan, anche per stemperare il disagio che leggeva sul volto di Ivan.
“A me non piace … E poi come si veste? Nemmeno i papponi che conosco a Mosca, si conciavano in quel modo negli anni ottanta” – e rise tirato, sorseggiando un assurdo beverone di colore verde mela.

“A proposito, come sono andate le vacanze in patria?”
“Bene, ho portato un regalo per Lula, una matriosca … Spero gli piaccia”
“Certo … Forse è un dono più per una bimba” – ed arricciò il naso, perfetto tra quei due cristalli, illuminati dai faretti del bar, in cui si erano accomodati per dissetarsi.

“Ops hai ragione Chris … Gli regalerò la mia scacchiera portatile”
“Giochi a scacchi?”
“Sì … e tu?”
“Steve ha provato ad insegnarmi … sì insomma me la cavo …”
“Devi tornare da lui?”
“Non c’è, è a Boston, mentre Clarissa l’abbiamo lasciata dai suoi genitori … Sono … simpatici …”
“Sicuro?”
“La famiglia di Steve mi ha accettato, non posso lamentarmi. Lui è stato fantastico, mi ha … raccattato, dopo una serie di delusioni pesanti” – rivelò assorto.
“Mi dispiace Chris”
“Ho persino” – inspirò greve – “Ho persino tentato il suicidio …”

Era così semplice confidarsi con Ivan, gli dava una strana sicurezza.

“Mio Dio … addirittura? Stento a crederci …”
“In effetti nessuno ci riusciva, perché avevo tutto, almeno così credevano … gli amici, chi lavorava insieme a me da anni … Sbagliavano”
“Ma tutto si è sistemato, vero?” – e sorrise.
“Certo.” – anche Chris sorrise, fissandolo.
Ivan era affascinante, solido come una roccia, ma, nel contempo, chiuso come tale.


Geffen fu svegliato dalla telefonata di Scott.

“Glam devo tornare in California, potresti sentire dov’è il jet di Antonio?”
“Il … il jet? Ma che ore sono …?”
“Le sei, so che è presto, scusami”
“Come mai sei così agitato?”
“Nasir sta male, una sospetta leucemia, ma non sono sicuri …”
“Miseria, aspetta … sì dunque, è in Italia, qua vicino, me l’ha detto ieri, sono scesi a Roma … Lo chiamo, dammi un secondo”


Mason aveva la fronte incollata alla parete del suo studio.
I denti piantati nelle nocche di destra, mentre tremava e singhiozzava.

“Jim …”
“Non è … non è possibile …”
“Jim ascoltami”
“No!! Non deve morire, non può andarsene così!!” – urlò disperato.


Si erano riuniti nel salone, raccogliendo i bagagli in fretta e furia, mentre Scott li aggiornava in video chiamata, dopo avere ricontattato Geffen, per sapere a che punto  fossero con l'aereo.

“Quindi gli occorre un trapianto, Scott?” – chiese Colin, mentre allacciava i giubbotti alle bimbe.
Jared raccoglieva le ultime cose insieme a Shan e Tomo.
Lula stava rannicchiato sul davanzale, stringendo Brady, a palpebre serrate, cantando una nenia haitiana.

Kevin, Tim e Glam lo guardavano, non senza inquietudine.

“Sì, ma i possibili donatori non sono idonei, intendo dire quelli che l’ospedale ha in archivio.”
“Ok, ma noi possiamo fare qualcosa, vero?” – si intromise Robert.
“Possiamo farlo, ma potremmo risultare non adatti, il che sarebbe davvero una sfortuna tremenda … Nasir in compenso non ha parenti”
“Avete parlato con la fondazione?” – “Sì Glam, ma è stato un buco nell’acqua”

“Come funziona, per la questione dell’intervento?” – domandò Jude.
“Si procede con un prelievo di sangue, poi si passa al prelievo del midollo, se si risulta compatibili ovvio”

Geffen aprì la blindata – “I taxi sono arrivati. Anche se sono una carcassa, io lo farò, ok Scott?”
I presenti si scambiarono un’occhiata veloce.
Ed esaustiva.

Scott sorrise – “Grazie ragazzi … Andiamo ora e sbrighiamoci.”



 HUGH AND JIM




 IVAN

CHRIS

venerdì 20 settembre 2013

TRIAD - ZEN'S SPIN OFF

TRIAD – Zen’s spin off


Vi avviso da subito che questo spin off è un puro delirio dell’autrice di Zen.
Io non la conosco, non so bene chi sia ehhehe

Ok, talvolta alcune di voi mi hanno scritto nei commenti che per risolvere la questione Glam+Jared+Colin, sarebbe stato bello vederli andare a vivere tutti e tre sotto lo stesso tetto …

Giammai … O perché no?
La breve shot del passato, Kevin’s desires, mi pare si intitolasse così, ergo autrice rinco, narrava qualcosa del genere, in chiave hot.

Bene, ora tocca ad Harry, Louis e Vincent e questa è …
Triad



A chi fosse venuto in mente di preciso, nessuno lo ricordava.
Erano infatti trascorsi sei mesi, da quella notte in cui Vincent Lux li ospitò a casa sua, a Los Angeles, per questioni pratiche.
Da quel momento, però, Louis ed Harry non se ne erano più andati via.


“Dorme ancora?”
Vincent sbadigliò, preparando il caffè.
“Come un ghiro … Buongiorno” – Harry sorrise, dandogli un bacio sulla nuca.
Anche l’uomo sorrise, rendendogli una pacca sul sedere.
“Potresti non andare in giro mezzo nudo così?”
Haz indossava solo i boxer, aderenti e ridotti.

“Perché Lou sì ed io no?” – obiettò, apparecchiando per la colazione.
Ognuno aveva i suoi compiti precisi.
Tranne Louis, che veniva coccolato ad oltranza: non doveva stancarsi, non doveva preoccuparsi, non doveva semplicemente assumersi alcuna responsabilità, nemmeno quella di lavare un bicchiere.

“Marmellata di more o mirtilli?”
“Meglio albicocca o pesca, sai che a Lou quei semini si infilano nei denti, poi si lagna e non vuole andare”
“Dal dentista!” – chiusero in coro.
Risero.

Era pronto.

“Salgo io a svegliarlo, ti dispiace Harry?” – chiese dolce.
“No, figurati … In ogni caso muovetevi, perché alle nove ho un’udienza ed Hopper userà l’arringa che gli ho scritto … E’ la prima volta” – sorrise a trentadue denti.
“Sono fiero di te, mon petit garcon” – e nel dirlo, gli stampò un bacio in fronte, dopo avergli afferrato gli zigomi lisci ed arrossati per l’emozione.


Lou sentì i suoi passi lungo le scale e, con maliziosa premeditazione, si girò a pancia in giù, completamente nudo, facendo cadere il lenzuolo sul parquet.

Lux ridacchiò, appena lo vide, mentre faceva finta di sonnecchiare, come un bel gatto pronto a fargli le fusa.

Prese degli slip dal cassettone e glieli infilò, facendo guizzare Louis come una rana.

“Ehi!!!”
“Dai vestiti, Harry ha fretta …”
“No, no e no …” – mormorò gattonando sino al suo collo, dove posò un bacio colmo di ardore e desiderio di lui.
Intanto quell’indumento minimo, era già finito sull’abat jour.
“Tesoro …” – ansimò l’uomo, ritrovandosi in un secondo tra le gambe del ragazzino, che gli aveva rubato letteralmente il cuore, senza la possibilità di divincolarsi; in onestà, senza la minima voglia di sottrarsi a quell’urgenza, che Louis gli stava dimostrando, di essere posseduto.

La testata in legno, un po’ sbilenca rispetto al muro, causa precedenti amplessi epocali, ma a tre, iniziò a sbatterci contro ritmicamente, ad ogni colpo, che Vincent assestava nella fessura bagnata e torbida dell’acerbo amante.

Lui non lo divideva con Haz: lo viveva ed aveva, insieme a lui.
Eppure erano loro ad essere in balia di Louis, non certo il contrario, in alcun modo.

“Mioddio mioddioo” – cominciò a gemere, le petit enfant e Lux pensò di restarci secco.

Harry, dal piano terreno friggeva e non solo le uova al bacon, tanto amate dal suo fidanzato.

“Volete finirla??!” – tuonò con una buffa esasperazione.
Quando il silenzio prese il posto di ansiti e smottamenti tellurici, tirò un sospiro di sollievo – “Oh bene, almeno non arriverò in ritardo”


Brendan Laurie spostava quel lecca lecca dall’angolo destro al sinistro dentro la sua bocca, poi da sinistra a destra, quasi ipnotizzando Vincent, che stava aspettando da cinque minuti, che la loro seduta di analisi cominciasse.

Tossì.

“Ops … stavo prendendo appunti … Dunque Vinny, posso chiamarti così?” – ed allungò le gambe, appoggiando i piedi sopra la scrivania.

“Sei forse incinto … Hai i polpacci gonfi?” – sibilò il fratello Hugh, in transito per frugare nel proprio schedario.
Brendan sbuffò – “Quando avrò un loculo tutto mio??”
“Appena si libererà qualche antibagno, ok? Arrivederci Vincent, buona fortuna” – bofonchiò, per poi dileguarsi.

“Dunque dicevamo di Louis …”
“Oui! Mon petit enfant”
“Ma se ha ventidue anni … O qualcosa del genere, no?” – obiettò, rimettendosi composto ed accendendo una sigaretta.
Lux sbirciò il cartello con il divieto e Brendan sbuffò nuovamente – “Ok, ok, che palle questo posto, almeno da me faccio ciò che voglio!”
“Hai uno studio privato a Londra?”
“Certo!” – sorrise – “Con anticamera, segretaria con due tette così” – e fece il gesto.
“Te la scopi?” – lo provocò il francese, ridendo.
“NO. Sono gay, come sei tu … Anzi, diciamo che sei … quasi gay”
“Amo Lou, gli altri non mi interessano” – precisò.
“Sì, sì, questo me l’hai già detto la volta scorsa … Ti credo poco, ma ti credo” – e gli fece l’occhiolino.
“Fai come ti pare …”
“E di Harry? Cosa mi racconti?”
“Gli voglio bene, come ad un figlio … No, diciamo che non è proprio così … Non so bene come sia, all’inizio l’amore per Louis ci divideva, mettendoci su fronti opposti, ma poi lo stesso sentimento ci ha uniti e siamo … amici” – rivelò, non senza una latente perplessità.
“Amici eh …?”
“Cos’è quel sorrisetto?” – ringhiò l’affarista.
“No, no, io nel frattempo scrivo …” – e diligentemente lo psicologo annotò la loro conversazione, fischiettando un motivetto degli Abba .


Appena l’appuntamento giunse al termine, lo stesso brano partì dallo stereo di Brendan.
L’inglese schizzò dalla poltrona, iniziando a ballare con disinvoltura, in quei jeans neri aderenti, che facevano il paio con la camicia, stessa tinta ed elasticizzata, con il colletto ed i polsini bianchi.
Troppo preso dal ritmo, Brendan quasi non salutò Lux, che si congedò da solo, squadrando poi il suo strizzacervelli, attraverso i vetri, gli occhi e le mani al cielo, per quella scelta a dire poco infausta.


Appena salito in auto, Vincent accese la radio ed anche lì  Dancing queen  gracchiava felice.
“Mon Dieu! E’ una persecuzione!” – imprecò, scorgendo poi Louis alla fermata dell’autobus.
Il sangue gli salì alla testa: si era raccomandato un migliaio di volte di andare in macchina od in taxi dovunque volesse, senza esporsi a stupidi pericoli.
Lo stupido, però, era lui, pensò: a poco più di vent’anni, studente, Louis aveva tutto il diritto di avere una vita normale e non custodita sotto l’ipotetica campana di vetro, temprato, che Lux gli avrebbe voluto imporre.

“Mon petit!” – ed inchiodò, aprendo lo sportello del passeggero.
“Ciao Vincent!” – il giovane salì, sporgendosi allegro per dargli un bacio.
“Tesoro … sei rimasto senza benzina un’altra volta?”
“Uhm … sì!” – ed avvampò, inforcando gli occhiali scuri di Harry.
“Glieli hai presi di nuovo!?”
“Lo so che si incazza, ma potrebbe regalarne un paio anche a me! Uguali!”
“Volevo farlo io e”
“Deve pensarci LUI!!” – protestò, alzando la voce, (Brendan avrebbe detto starnazzando, dopo avergli parlato per cinque minuti, un mese prima).

“Ti porto a pranzo?”
“Non cambiare discorso, Vincent”
“Qua quale discorso?!”
“Sei andato da quel tizio … quello svitato …” – e si spalmò sul sedile, i jeans a vita bassa e sotto un bel niente.
Un bel fico secco di niente, rimuginò Lux, tornando con la mente alla fermata del bus, dove Louis era in vetrina, come la migliore delle prede.

“Sì, ci sono andato, ok?”
“Perché ti incazzi? Vedi, quando ci vai, poi, dopo, sei sempre nervoso!”
“Non è vero Louis …” – sospirò.
“Comunque ho voglia di cheese burger e tu?” – e sorrise, recuperando all’istante il buon umore.

“D’accordo … se insisti …”
“Insisto!”

Lux odiava il cibo spazzatura, ma non sapeva dirgli di no.
Su nulla.


Harry stava ripetendo a memoria tutti i passaggi dell’arringa di Hopper, esaltandosi su come la giuria fosse attenta e coinvolta dalle parole redatte dal giovane.
“E poi il verdetto, in sole due ore! Abbiamo vinto” – e si lisciò le bretelle, mentre Vincent condiva la nizzarda e Louis sbucciava le pesche, da servire con vino bianco e crema pasticcera, come dessert.
Entrambi lo fissavano, ascoltando Haz, appollaiati ai bordi della penisola in marmo, mentre il futuro procuratore si era lanciato in un’oratoria invidiabile, al centro del living, con gesti teatrali ed un po’ tronfi.

Gli spettatori applaudirono, guardandosi a sorrisi smaglianti e palpebre semi chiuse.

“Antipatici!!”
“Harry … ma no, scherzavamo!” – si affrettò a scusarsi Louis, ma fu inutile.
Harry scappò al piano di sopra.

“Cavoli, se l’è presa! Vado a vedere di recuperare” – e lo rincorse.

“Alle otto si cena!” – sbottò il più anziano, sapendo bene come avrebbe rimediato l’altro a quell’oltraggio alla corte.


Louis posò un bacio sulla spalla sinistra di Harry, seduto ed imbronciato, sul davanzale, le braccia incrociate, lo sguardo lucido.

“Ehi …”
“Vaffanculo Lou” – disse teso ed a mezza voce.
“Perdonaci …”
“Parla per te!” – e non si voltò ancora, irrigidendosi, mentre Lou lo avvolgeva caldo.
“Quindi non ti importa delle beffe di Vincent e ce l’hai solo con me?” – chiese lusingato.
“Forse le sue mi divertono e le tue mi stanno sul cazzo, ok?”
Louis si ritrasse, ferito.
I suoi fanali, riflessi nei vetri, arrivarono al cuore di Harry, diretti ed impietosi.

“Lou …”
“Tu non cambierai mai!” – e sparì.


Harry gli dava le spalle, Louis, supino, guardava per aria, nel mezzo, come sempre, mentre Vincent, girato sul fianco, lo stava scrutando.

“Spengo la luce?” – chiese Lux con delicatezza.
“Sì” – sussurrò Haz – “No!” – esclamò Lou.
“Non stai mica leggendo!” – protestò, scuotendo i suoi riccioli l’avvocato in erba.
“Invece mi serve accesa!  Sto facendo un controllo” – sibilò.
“A cosa?” – ringhiò Harry.
Lou fece una risatina – “Dobbiamo imbiancare il soffitto …” – e si coprì la bocca, trattenendo una risata.
Lux non se ne preoccupò, sghignazzando come un matto e così Harry, che iniziò a prendere a cuscinate entrambi.


Inginocchiati tra le lenzuola madide, Louis non aveva cambiato posizione.
Era sempre tra loro, la bocca in quella di Vincent, mentre Harry risaliva in lui, con lentezza e metodo, brandendogli la vita sottile, per agevolarne il movimento sensuale sul proprio membro, che a tratti usciva da Louis, per poi rientrarci con maggiore vigore, facendolo inarcare, alla ricerca di ossigeno, a labbra schiuse e gonfie, per avere in precedenza lubrificato entrambi i sessi dei suoi amanti.

Lux lo raccolse poi per i fianchi, ad un cenno di Harry, sollevandolo per portarselo sopra le cosce piegate, metterlo seduto per impalarlo, affinché lo ricevesse a pieno, largo e duro, mentre l’altro lo cinturava per il busto, sostenendolo in quella cavalcata, senza mai lasciarlo andare.
Louis chinava la testa, lasciando che Haz lo leccasse e mordesse nel collo, per poi affondare in lui, con baci infuocati.


Vincent, nel frattempo, perdeva quasi il controllo dei propri fianchi, che come imbizzarriti, si spingevano energici e continui nella voragine di muscoli del suo petit, del loro petit enfant.

Erano quasi al culmine; Haz si spostò lasciando crollare Louis sul morbido, a gambe e braccia dispiegate e pervase dagli spasmi dell’imminente orgasmo.
La sua erezione, pronta ad esplodere, finì nella bocca di Harry, premuroso e capace, mentre con la mano sinistra Louis provvedeva a masturbarlo, in piena estasi reciproca.

Lux dilagò, baciando ogni centimetro raggiungibile del ventre di Louis, così i suoi capezzoli scuri e tumidi, alternandosi ad Harry, che di tanto in tanto si ricordava di respirare e cercava i baci dei suoi complici.

Fu un’apoteosi di umori, che raggiunsero Louis dentro e fuori, in un’appartenenza totalizzante, alla quale non avrebbe mai rinunciato, da quando l’aveva accettata, nello stesso modo in cui ci era riuscito Harry.

Con gli sguardi ed i sorrisi carichi di appagamento, i componenti di questa triade si rannicchiò, riequilibrando la respirazione, facendosi poi degli innocenti dispetti.

“A chi tocca andare a prendere il gelato?” – domandò Vincent, scompigliando i capelli ai suoi cuccioli.
“A te!!” – replicarono all’unisono, ridendo.
“Ok … Poi mi spiegherete un giorno il perché tocca sempre a moi!” – e si allontanò.

Harry e Louis si guardarono, penetranti, ricominciando a fare l’amore dopo un istante.

Lux si accese una sigaretta, percorrendo gli scalini canticchiando qualcosa.
Dancing queen.

“Mon Dieu, come quel pazzo!” – mormorò stranito.

Il suo problema maggiore, per quella notte, così per tutte le notti a venire, restava comunque uno soltanto: scegliere tra cioccolato o fior di latte.
Se sbagliava, avrebbe dormito sul divano.

Da lì, in ogni caso, gli sarebbe bastata la visione di Louis ed Harry, al sicuro, portatori di gioia alla sua esistenza, che, finalmente, aveva di nuovo un senso.


The End








 BRENDAN LAURIE


giovedì 19 settembre 2013

ZEN - CAPITOLO N. 187

 Capitolo n. 187 – zen


La foto era segnata dal tempo.
Come la loro storia.
Geffen la stava fissando da qualche minuto, poi, al primo rumore, la nascose sotto il cuscino.

“Ehi daddy sei già sveglio? Buongiorno”
Kevin andò a sedersi sul bordo, accolto dall’ex in un caldo abbraccio.
Si sfiorarono le labbra con un bacio leggero e casto – “Buon anno Glam”
“Anche a te … Dove sono gli altri tesoro?”
“Tim e Lula stanno preparando gli snow board, per una mega sfida” – rise, andando a ravvivare il camino – “Jared, io e Dean, contro Denny, Sam e Shannon, mentre Preston cronometrerà le nostre discese”
“Accidenti che sfida … Bene, io con Rob, Jude e Colin, andremo in slittino, Tomo arbitro e le bimbe in giuria … Si vede chi è in forma” – rise, alzandosi.
Un lieve capogiro lo fermò.
“Daddy tutto bene?”
“Certo” – sorrise forzato, bevendo poi dell’acqua, che lo fece sentire subito meglio.

“La colazione è pronta”
Tim sopraggiunse, andando a stringersi a Kevin, che gli diede un lungo bacio.
Erano incantevoli.
Geffen sorrise.




Le sue dita piuttosto affusolate tamburellavano sul volante.
All’anulare destro spiccava un anello d’oro giallo massiccio, con un minuscolo rubino, sull’angolo in alto a destra, mentre al centro l’uomo aveva fatto incidere le proprie iniziali.

Scattò il verde e la sua Aston Martin ripartì sgommando, in direzione dell’ospedale.

Nonostante il navigatore, sbagliò strada un paio di volte, perché non si decideva ad abbassare il volume dello stereo.

Finalmente ne vide l’ingresso e lo infilò senza esitare, facendo inchiodare un suv, senza dargli la precedenza: se ne infischiò, come faceva con tante, troppo cose nella vita.
Eppure gli andava bene così.

Hugh era affacciato alla finestra del proprio studio.
Aveva del lavoro arretrato e Jim doveva presenziare ad un delicato intervento chirurgico.
Seguì la manovra decisa del guidatore, che occupò il suo posto personale.
Sbuffò, lasciando Nasir alla segretaria.
“Torno subito!” – ed uscì in corridoio, dirigendosi agli ascensori, con aria torva.

Incurante delle regole e con il ritmo nel corpo, il tizio cantava e si dimenava, senza badare al ragazzo che gli si stava avvicinando, imprecando.

Christopher aveva accompagnato Steve: il chirurgo era infatti in sala operatoria, in quell’istante, proprio con Mason.

Quello aprì la portiera e scese, continuando a ballare con un sorrisetto assurdo, ma mai quanto i suoi baffi.

L’analista lo aveva ormai raggiunto nel piazzale.

Gli si avvicinò, mentre il leader dei Red Close stava fissando entrambi.
Hugh tossì forte, dando poi una bacchettata con l’inseparabile bastone da passeggio, al sedere dello sconosciuto, che appena si rese conto di lui scoppiò a ridere.

Si accorse quindi anche di Chris, rimanendo cristallizzato dalla visione di lui, che avvampò.

Il motivo andava sfumando, ma la sua occhiata proprio per niente.

“La miseria …” – mormorò – “Come fate a non muovere i vostri preziosi fondoschiena, quando Cross suona così?? Roba da matti!” – e rise di gusto, facendo anche una piroetta.

“Ehi!!” – esclamò perentorio Hugh – “Primo: tu hai visto troppi video dei Village People! Secondo: gli anni settanta li abbiamo superati da un pezzo! Terzo …”

“Terzo? … Fratellone!!” – e lo abbracciò vigoroso, continuando a masticare la sua gomma.

Brendan Laurie, si voltò poi di scatto, stringendo la mano ad un Chris senza parole.

“Ciao, mi chiamo Brendan, perdonami per quell’entrata in scena un po’ dinamica”
“Dinamica? Per poco non facevamo un frontale!” – sbottò lui, ma a vedere quel look, stava per ridergli in faccia.
Si trattenne con educazione.

“Brendy potresti togliere le tue zampe dal compagno di Boydon e seguirmi?” – ringhiò Hugh.
“Il …?? Di Steve?! Ma dai …” – chiuse le labbra a cuore, poi squadrò nuovamente Chris, paonazzo sino a dietro le orecchie.

“Ehm … Mi sembrava che Steve non fosse della confraternita … Come mi dispiace!” – e gli fece un occhiolino malizioso.

“E andiamo, cazzo!!”


“Ti voglio ancora Rob …”
Il miagolio suadente di Jude gli arrivò attraverso la nuca, direttamente al cervello e poi giù, in mezzo alle gambe, dove il consorte stava frugando già da qualche minuto.
“Dio Judsie … sarebbe la terza volta …”
“No la quarta … quasi …” – rise amorevole, voltandolo a sé, per baciarlo.

Il baby control rimandò i vagiti di Diamond e la risata di Camilla, nella stanza adiacente.
“Biberon time Jude … sorry” – ed alzandosi atletico, Downey si infilò le braghe del pigiama e scese verso la cucina, mentre Law andava dalle figlie, per tranquillizzarle, nell’attesa del rancio.

“Ehi bell’uomo prenderai freddo”
Il saluto luminoso di Geffen, quanto le sue iridi appena lo scorse, accolsero l’attore nel migliore dei modi.
L’avvocato gli passò un maglione, che Rob indossò felice, quanto il bacio, che gli stampò sulla tempia – “Buongiorno Glam, già in piedi?”
“Sì, c’è minaccia di sfida sulle nevi … Su quelle tavole strambe, sai”
Risero.

Jared piombò davanti a loro, con la sua attrezzatura – “E vinceremo noi, poco ma sicuro, vero Kevin?”
Il bassista era ancora nello spogliatoio – “Non ci giurerei, ma le scommesse sono aperte!”
Leto aggrottò la fronte, bisbigliando – “Troppa ginnastica con Tim … Eh quando si è giovani …” – e passò oltre la coppia di amici, che lo seguirono con lo sguardo sino alla blindata, accanto alla quale erano ammassati zaini e scarponi.

“Ma quanto è stronzetto il nostro Jay Jay …?” – sussurrò Robert a Glam, che in risposta gli diede un bacio nel collo – “Mai quanto noi”
Jared vide la scena nello specchio dell’ingresso, diventando viola.
Downey era più o meno della stessa tonalità, tendente al porpora.
Kevin sghignazzava di nascosto, chiudendosi poi nella cabina armadio, per non fare incavolare ulteriormente il suo compagno di squadra.

“Vi aspetto fuori!” – tuonò il leader dei Mars, sbattendo poi il prezioso e massiccio portone.

Downey prese fiato – “Potresti smetterla di …” – e puntò Geffen, che lo stava guardando così dolcemente, da farlo desistere immediato da quel rimprovero, totalmente inutile.


“Che si dice a Londra, Brendan?”
“Mmm piove, nevica, un freddo … una noia …”
“Accomodiamoci … vuoi un caffè?”
“E’ ora di pranzo, semmai una birra e poi una bella bistecca!” – rise.

“Dottor Laurie, dovrei andare in pausa, ecco Nasir …”
“Tesoro vieni da papà”
“Uh che bellino” – esclamò il fratello.
“Già … Nasir, ti presento tuo zio: abbi pazienza, questo passava il convento”
“Dammelo su, sei una canaglia comunque … Guarda come ride” – e lo strinse sul petto.
“Ne sospetto la ragione …”
“I miei moustache! Piacciono a tutti … anche ai miei ragazzi, fanno il solletico nei punti giusti, non so se mi spiego Hugh”
“E basta!! C’è un minore!”
“Quanto la fai lunga! Nasir, tu, sei bellissimo” – e gli diede un bacio sulle guance paffute.

Dalla porta aperta, i due erano visibili a chi transitava in corridoio: dal fondo stavano per arrivare Jim e Steve.

“Dio … c’è mio cognato …” – mormorò l’oncologo, sbattendo piano la fronte contro il primo stipite a tiro sul loro cammino.
“Tuo chi? Brendan??”
“Già … andiamo a dargli il benvenuto …” – disse sconsolato.
“Cosa ci fa qui?” – chiese Boydon non senza sorridere, conoscendolo bene.
“Un periodo di aggiornamento … Sai è analista, come Hugh”
“Se i suoi pazienti sono schizzati quanto lui, ci sarà da stare allegri in reparto. Su coraggio Jim, non vedo l’ora di vederlo in azione”


Meliti sogghignò, dopo avere ascoltato in video chiamata Lux.

“Diciamo che al pentagono qualche amico c’è l’ho ancora effettivamente”
“Ed allora Antonio, credi si possa fare?”
“Il rampollo di Tomlinson lo facciamo promuovere, subordinando la cosa al trasferimento qui, però la recluta e la donzella … Uhm … vediamo”
“Una motivazione potrebbero essere le ragioni familiari, Matt è di Los Angeles e per Cindy …”
“Lei è una civile o sbaglio? Può andare dove vuole ed un impiego glielo si trova anche qui, che diamine!” – sottolineò il patriarca, lisciandosi il mento.
“C’est parfait mon ami!”


“Questo Vincent è un uomo … particolare”
Brent e Louis stavano passeggiando nel giardino del resort.
Harry li seguiva dalla terrazza, osservandoli con attenzione.

“Sì, è magnifico, sotto tutti i punti di vista” – precisò il più giovane.
“E tu stavi con lui?”
“Per un periodo … Con Haz avevo litigato, c’erano delle incomprensioni e Vincent era nel posto giusto al momento giusto … Lo amo ancora, non so se riuscirò mai a dimenticarlo” – ammise sincero.
Brent sorrise – “E sei quasi Paleontologo?” – domandò entusiasta.
“Mancano ancora diversi esami, la laurea, non sono una cima come Harry … Lui è un genio, ha già uno stipendio, perché lavora per lo studio legale più noto della California …”
“Interessante … C’è competizione tra voi?”
“No, rami diversi … E poi Vincent ha risolto tutti i miei problemi di denaro, è stato generoso, non avendo altri a cui donarlo, nel senso di … di un figlio, ecco …” – spiegò in imbarazzo.

“Con Matt abbiamo accantonato una bella sommetta … Per il ristorante, intendo”
“Vi aiuterò, magari divento socio, tutto regolare, che ne pensi?” – propose limpido.

Brent lo strinse a sé, con delicatezza, quasi con timore.
“Come ci riesci Louis?”
“Io …”
“Ad essere così speciale? Non lo merito e tu questo lo sai” – disse con il cuore in gola.

Louis lo guardò, con tenerezza.
“Sei la mia famiglia o ciò che ne resta … Anche se ne voglio creare una con Harry, sposandolo, adottando un bimbo, però tu sei ciò che sono, il riflesso di me, Brent … E lo sarai per sempre. Ti voglio bene”
“Ti voglio bene anch’io Louis … Tanto.” – e lo strinse nuovamente, più sicuro, anche se così fragile.


“Ho conosciuto quello schianto del tuo ragazzino, Steve!” – esordì Brendan.
“Non dirmelo, non ci credo … Abbiamo anche una bambina, Clarissa” – rise senza scomporsi.
“Ma dove l’hai trovato?”
“Li vendono da Gelson’s” – si intromise Jim, con aria stanca.
Hugh lo accarezzò tra le scapole, posando poi un bacio sulla sua spalla da dietro – “Andiamo a casa, vuoi?” – propose amorevole, mentre Mason cullava Nasir.

“Cavoli, mi cadranno i denti per l’eccesso di zucchero nell’aria: conosci un buon dentista Boydon?” – scherzò acre Brendan, rimettendosi la giacca – “Allora chi viene al ristorante con me? Offro io!”
I tre si guardarono poco convinti.

“Ok che mortorio, ci vado da solo! A proposito Hugh, qui c’è il mio nuovo indirizzo, ho preso in affitto un loft vista oceano”

Steve spiò il biglietto da visita, inarcando poi un sopracciglio – “Saremo vicini di casa …” – bofonchiò.


“Ma dai!! No!! Aahahha Allora aggiungo che ci sarà anche un belvedere notevole! Ci si becca in giro gente … E state su, mi raccomando!”






 Girls and boys non ho resistito: dovevo fare entrare Emmett Scanlan nel cast: è lui Brendan Laurie ;) Da ascoltare rigorosamente il pezzo musicale, mentre piomba in scena ;) Grazie XD