venerdì 28 gennaio 2011

GOLD - Capitoli 26+27+28+29+30

Capitolo n. 26 – gold



Geffen appoggió lo scatolone zeppo di specialitá vegan, sul tavolo della cucina – “Tesoro ci sei?”
“Sí Glam, sono qui!” – la voce serena di Jared, arrivava dalla camera da letto.
“Ciao piccolo, ti ho fatto la spesa, ora controllo che mangi e poi torno in ufficio.”
“Grazie…da dove arrivi?”
“Dalla gelateria, ho invitato Syria per due chiacchiere e per divorare una coppa alle creme grande cosí… almeno lei ahahah..” – lo disse raggiungendolo sul letto, mettendosi in ginocchio come Jared, per poi abbracciarlo e baciarlo, prima che replicasse.
“Syria…? Come mai?” – domandó una volta staccatosi, incuriosito.
“Avevo voglia di parlare con lei, è una ragazza sensibile ed intelligente, ma credo che tu lo sappia.”
“Sí… è stata molto corretta, anche se penso che provi qualcosa per me…”
“Prova tanto amore per te Jared… posso capirla…” – disse guardandolo intensamente, spostando i suoi capelli dalla fronte liscia e spaziosa, dove posó le sue labbra, con la tenerezza che Jared adorava – “Ti amo…” – “Anch’io ti amo Glam…ed è tutto cosí… io… io l’ho detto anche a Colin…”
“Cosí come io lo direi a Kevin… ma allora perché non torni da lui?”
“E tu con Kevin…?”
“Nel nostro caso…Potrei addurre ad una questione di tempi. Kevin ha il diritto di realizzarsi, cosí come potevo pretendere che mi seguisse qui? Certo, sarei potuto andare io con lui, ma erano mesi che ad Haiti stavo portando avanti questo progetto…In qualunque momento lo avrei raggiunto, per una pausa, per ritrovarci, salvo imprevisti…”
“Ed io sono stato… l’imprevisto.” – sorrise, ma con perplessitá.
“Potevi fare qualsiasi cosa in qualunque posto del pianeta, ma sei venuto qui Jared… perché?”
Lui abbassó gli occhi, stendendosi, con le mani sul ventre piatto e scolpito, indossava solo un costume a calzoncini, nei colori del Brasile, molto sensuale – “Perché qui c’eri tu…direi che è quasi ovvio, ma per un attimo ho pensato che forse avremmo mantenuto l’equilibrio costruito a Los Angeles in tutti questi anni Glam… Impossibile...”
“Come sta Colin?”
“È proiettato al compleanno di Becki, quando torneró alla End House per un giorno o due… nonostante gli abbia detto che non mi fermeró…”
“Lo credi davvero, Jared?”

Tomo si trattenne per la cena alla End House, insieme ai bambini.
Shannon era sparito, Colin non pervenuto.
In realtá Farrell era in casa, in camera sua, a parlare ancora al pc, ma con Jude.
“Rob voleva davvero annunciarlo in conferenza stampa?” – non riusciva a nascondere il proprio stupore.
“Sí, ma poi l’ho convinto che sarebbe stata una carognata, sia per Susan che per Sienna… Per cui tra una decina di giorni saremo a Malibu, per affrontare entrambi, ma nel frattempo ci godiamo questa vacanza…” – sorrise.
“Vedrai che… andrá tutto bene…” – disse, passandosi le mani tra i capelli corvini.
“Come procede con Jared?”
“Praticamente lo stesso giorno sará qui, per il b-day di Rebecca e lo… riabbracceró, ma…ma ha giá detto che rientrerá ad Haiti, il giorno dopo presumo…” – ammise mestamente.
“Colin posso dirti solo una cosa. Vivila come la classica festa dove i genitori separati presenziano per il bene dei figli. Non fare pressioni, lascia che sia lui a seguire i propri sentimenti, perché tu sei fin troppo limpido, non hai bisogno di esternare o forzare la situazione…”
“Io… io ho solo bisogno di lui, in tutti i modi, mentalmente… fisicamente…sto cosí male e… e prendo dei farmaci…”
“Me ne sono reso conto e sono in ansia per te buddy…”
“Ansia…? Non me ne parlare… mi uccide… e mi impasticco, ma ti garantisco che in questo periodo cercheró di ridurre, non voglio che Jared mi veda ridotto cosí… Non voglio…” – pianse, scusandosi, ma Jude lo confortó con l’ennesimo sorriso.

Owen e Shan si stavano rivestendo, in silenzio, dandosi le spalle.
“Mi hai lasciato un segno… cazzo!” – disse Shan, rabbioso, all’improvviso, nello specchiarsi.
Rice si avvicinó, scrutando il petto dell’altro – “Cosa dici? Non si vede nemmeno…non fare drammi, cos’è il tuo croato fa anche la tac, quando varchi la soglia di casa?” – domandó ironico e sprezzante.
Shan gli molló un manrovescio – “Pulisciti quella fogna quando parli di lui!” – gli urló, ma Owen non voleva subire, non questa volta.
Sferró un pugno sullo zigomo di Shan, facendolo sanguinare – “Contento?!! Ora si vede davvero qualcosa, su quella faccia da stronzo che ri ritrovi!!” – gridó inferocito.
Ripiombarono sul letto disfatto, picchiandosi selvaggiamente.
Shan lo avrebbe ucciso, ne era sicuro, ma sarebbe stato peggio.
I vestiti si ridussero a cenci, i loro muscoli erano sudati ed arrossati dai colpi, i volti stravolti, rigati da lacrime disperate, per differenti ragioni.
Shan inizió a baciarlo, Owen era sotto di lui, assediato dalla sua prepotenza, che si sciolse in qualcosa di terribilmente dolce.
Lo penetró, sconvolgendo entrambi con gemiti convulsi, in un abbraccio che divenne totale.
Le loro bocche non riuscivano a separarsi, come i loro corpi, saldati da un brivido continuo e devastante.
“Eccomi… eccomi Owen…”- mormoró affondando all’inverosimile nell’altro, che tremava e non riusciva a frenare una commozione inconsueta e terribile, affacciatasi ai loro animi torbidi e dimentichi della ben che minima dignitá.
Shannon si sollevó, dopo un orgasmo magnifico.
Strizzó le palpebre stanche.
“Ti amo… io ti amo Shan…” – sussurró Owen, come impaurito.
Il gioco era finito, Chris gettato in un angolo, poi cancellato all’istante.
“É… è un tuo problema. Solo tuo.” – disse, per poi sparire nella notte di Los Angeles.


Capitolo n. 27 – gold



Jared si dimenticó di mangiare e, se glielo avesse chiesto, anche di respirare, solo per stare con Glam.
“Che… che bello sentirti dentro…”
Come un oceano, che lambiva tutte le sue sensazioni, senza manipolarle, semplicemente portandole via, in un viaggio che era appena all’inizio, ma che poteva finire da un momento all’altro.
Geffen era l’uomo che riusciva ad esserci, che poteva anche rimproverarlo, ma l’avrebbe fatto a fin di bene.
Jared capiva che Glam voleva davvero che lui tornasse da Colin e dai figli, ma lui provava un senso di sconforto al solo pensiero.
Una guarigione lunga, necessaria, come piú volte anche Farrell si era ripetuto, per non crollare del tutto.
Ridurre le dosi dei tranquillanti era complicato.
Erano bastate poche settimane per afferrarlo per le caviglie e trascinarlo in un baratro, che Colin pensava appartenere al passato, ma che aveva lo stesso sapore degli abusi di cocaina ed alcolici.
Almeno da questi riusciva a stare lontano, sarebbe stata un’umiliazione insostenibile per Farrell.
Con i bambini era comunque meraviglioso e non dava a vedere quanto fosse dura andare avanti senza Jared; nei momenti peggiori spariva, per poi riemergere in una condizione accettabile.

Le note di Halo rimbombavano nella testa di Shannon, abbandonato su di una panchina, davanti ad un bar che non aveva staccato lo stereo esterno, nonostante una pioggia battente ed ininterrotta da almeno venti minuti.
Shan fissava il vuoto, la moto al suo fianco, il buio che nascondeva i dettagli di quel posto deserto… o quasi.
Una voce lo destó da quel silenzio assurdo.
“Shan… ma sei tu?!”
“Kurt… Kurt!” – era incredulo, scattó in piedi, come se quel piano in granito stesse scottando, volandogli tra le braccia.

“Ma tu guarda se devo imboccarti… quanti anni hai Jared?” – chiese ridacchiando.
“44… per ora… e tu Glam?” – replicó girando il suo sguardo su quello di Geffen, seduto dietro di lui, ancora sul letto.
“54… per ora…” – sorrise, baciandogli il collo.
Jared colse il momento, per ansimare sul suo petto, invadendolo con carezze e piccoli morsi – “No… no! Adesso cerca di mangiare, altrimenti ti picchio!”
“Sul serio?!” – domandó con aria divertita.
“Fidati. Avanti, che è buono… almeno credo ahahahh”
“Polpette di seitan e verdure, buonissime!” – esclamó lui, davanti ad una smorfia di Glam.
“Se lo dici tu…all’alba porteranno delle attrezzature per Sebastian, non posso mancare…”
“Ok… mi sbrigo…”
“No, fai con calma Jared… faccio una doccia e vado, ok?” – ancora un bacio sulla spalla e si alzó.
“Lo sai che io nemmeno mi lavo, se tu non ci sei?!?” – gli urló dietro, ma Geffen scoppió a ridere, indicandogli il vassoio e sibilando – “Finiscilo! Se no… zac!” – e gli mimó un taglia gola, poco rassicurante.

Shannon raccontó tutto a Kurt.
Si erano letteralmente rifugiati nella casa sul mare, che Kurt aveva avuto a titolo di donazione, per la nascita di Martin, da quel Crane che era stato il suo incubo, ma che poi diventó una persona tollerabile e che lui aveva frequentato con una certa regolaritá, prima di trasferirsi a New York City.
“Conosco bene Owen Rice…”
“Era… era un tuo …”
“Sú dillo Shan. Era un mio cliente, verissimo.”
“Kurt non volevo che tu rivangassi il passato…” – mormoró tormentandosi le ginocchia, seduti sul divano al centro del living.
“Il passato, come si dice?... I mattoni che costruiscono le mura del nostro presente…? Comunque, era un uomo bello e virile, lo ricordo cosí, ma anche molto solo… Veniva spesso a Los Angeles, anche quando era ancora con quel suo compagno, a Londra, che poi lo ha tradito… non so se conosci i dettagli…”
“A dire il vero li conosco attraverso Tomo, perché è a lui che ha raccontato questa storia…Sembrava fosse interessato a lui… all’inizio.”
“Forse lo era. Lui voleva solo scopare, dopo quella delusione, ma con me poteva farlo, senza coinvolgimenti, ma con te… Mio Dio, avete giocato pericolosamente ed ora non so davvero come ne uscirai Shan… Ti è entrato nel sangue o sbaglio?”
“Owen non merita qualcosa di pulito…Non permetteró a questo stupido cuore di perdersi… Io non posso, io non DEVO!” – esclamó, battendo i pugni sul tavolo in cristallo, dove le birre aperte da Kurt, erano rimaste intatte.

Jude era al telefono con Sienna da piú di un quarto d’ora.
Pessimo segno.
Parlottava, appoggiato allo stipite della porta della suite, che richiuse vedendo la chiamata.
Era in procinto di uscire per cercare un ristorante con Robert, ma furono interrotti.
Downey aspettó paziente che finisse, fumando una sigaretta sul balcone, ma tendendo l’orecchio per sentire cosa si dicessero.
Quando tornó da lui, si rese conto che era turbato.
“Che succede piccolo?”
“Abbracciami… e… non chiedermi niente, non adesso…scusami Rob…”
La cena non era piú importante, nulla lo era piú di Jude, dei suoi momenti no, dai quali Robert cercava di portarlo lontano, per non sentire troppo il male di vivere.

Capitolo n. 28 – gold



Jude voleva solo estraniarsi da quello stato d’animo e Robert lo sapeva.
Bastava un’occhiata tra loro, anche una semplice parola, perché lui avesse cura del compagno, piú giovane ed a volte ingenuo nel credere di potere gestire una vita, che tutto era, fuorché semplice.
Lo lasciava libero di sfogarsi, anche in un letto, quando il silenzio era indispensabile per riportarlo alla serenitá.
Il suo corpo era solo un tramite, dove Jude poteva perdersi, possedendolo, anche senza quel trasporto amorevole, anche facendo solo del sesso, per Robert non era un problema.
La prima cosa era Jude, poi lui poteva anche venire dopo, sino alla fine.
Le lacrime, la fragilitá, erano lo stadio successivo.
Downey lo teneva a sé con calma, cercando di farlo parlare, perché qualcosa era successo con Sienna e, viste le loro intenzioni, sarebbe stato utile prepararsi.
Jude si strofinó gli occhi e poi si soffió il naso, con il kleenex che Robert gli aveva passato, accarezzandogli i capelli scompigliati e poi il volto bellissimo.
“Adesso vieni qui e prova a raccontarmi…se te la senti Jude…”
Lui si rannicchió sul cuore di Downey, pronto ad aprirsi.
“Lei… lei ti ha insultato…” – esordí nervosamente.
“In che modo…?” – domandó dolcemente.
“Ha detto che passo tutto il mio tempo con te…definendoti…quel vecchio stronzo e drogato…” – deglutí, affondando le dita nella pelle di Rob, che sorrise – “Ha detto questo?... Ho quasi 51 anni… diciamo che non sono piú giovanissimo…” – ridacchió – “Poi… stronzo… sí, lo sono stato, ha ragione Sienna, per tanto tempo, prima di incontrare uno splendido ragazzo inglese…Cos’altro?... Drogato? Solo di te, Jude…Sono stato un tossico, lo sanno anche le pietre, ma mi sono ripulito una dozzina di anni fa, quindi potrebbe anche sgolarsi nel ripeterlo, ma la veritá resta questa e, se sono una persona migliore, lo devo all’amore che ci lega da otto anni.” – concluse deciso, poi lo bació profondamente.
“E adesso… c’è ancora qualcosa che quella donna ha detto di noi?”
“Che… che siamo due … puttanieri…”
A quel punto scoppiarono a ridere come pazzi.
Era paradossale: le sue accuse si basavano su questa teoria che i due inseparabili attori se la spassassero in giro per il mondo, con la scusa del lavoro, in chissá quali festini, a base di orge e cocaina.
Quando si calmarono, Robert aprí una bottiglia di champagne e propose a Jude di brindare alla loro splendida interpretazione, se la Miller aveva cosí equivocato – “Per il mio compleanno, a Malibu, le daremo davvero un duro colpo…In ogni caso parleremo prima con un legale, quindi anticipiamo la nostra partenza tesoro e se Colin ci ospitasse, tu potresti tenergli un po’ di compagnia ed io consultare un divorzista...”
“A proposito…Colin ha dei problemi…con gli psicofarmaci…”
“Potremmo portarlo da un medico di mia fiducia, non deve assolutamente crollare, non ora, se Jared torna per la festa della bimba…Certo posso capirlo… io non sopravviverei se tu…”
“Non accadrá mai!” – e lo strinse forte, colmandolo di attenzioni per il resto della notte.

“Dove diavolo sei stato!!??”
Tomo avrebbe vomitato anche le tonsille, se avesse continuato ad urlare in quel modo.
Shan era tormentato da un’emicrania terribile, ma non voleva rimandare quel confronto: “Cristo smettila…Sveglierai Josh…”
“Josh è da Colin!” – ringhió furioso.
“Ok… ti devo parlare…”
“Davvero Shan?! Per dirmi cosa?!! Che ti trascuro, che ce l’hai con me perché passo troppo tempo dietro alle mie sculture?? O si tratta di Rice?? Cosa cazzo di sei messo in testa!!??”
“Rice? Cosa …?”
“Sí, Owen Rice! Io non ci vado a letto, non mi interessa, anche se lui ha fatto il coglione all’inizio, ma erano solo parole! È da quel momento che sei strano, che sei cambiato con me! Cosa credi che non me ne sia accorto…” – disse sconfortato, trangugiando dell’acqua, che per poco non lo strozzó.
Shannon gli si avvicinó, ma lui lo respinse, con poca convinzione.
Finirono sul pavimento, in ginocchio, abbracciandosi e piangendo.
“Io… io sono pronto a lasciare perdere questa stupida mostra, se il risultato è questo…” – singhiozzó disperato, mentre Shan non smetteva di sfiorargli i capelli e poi la fronte con baci leggeri, che presto diventarono piú intensi – “Sei… sei la mia vita Tomo… tu sei la mia famiglia…Ho piena fiducia in te… non ho… non ho mai dubitato…”
Il mondo delle bugie, era quello in cui Shan ormai aveva deciso di abitare.
Era intenzionato a dire tutto a Tomo, ma la sua costernazione e tutte quelle foto, che dai ripiani lo fissavano, con i sorrisi del loro bambino, con i successi della loro band, con il fratello Jared, che era sempre stato il ribelle, ma dov’era il suo Jared…?
Era tutto cosí difficile senza di lui.
Insostenibile.




Capitolo n. 29 - gold




La festa sulla spiaggia era stata organizzata dai ragazzi della mensa per i poveri, integrata nella fondazione Geffen ed annessa all’ospedale della stessa.
Glam e Jared arrivarono insieme, vestiti entrambi di bianco, scalzi e con una bottiglietta di birra ciascuno, giá vuota a metá.
Si tenevano per mano.
Tutti sapevano della loro amicizia e della situazione sentimentale di Leto con il compagno Farrell, dei loro figli, della End House, tutte notizie a cui la stampa internazionale di tanto in tanto si insinuava, senza peraltro ottenere dichiarazioni dirette dei protagonisti.
Era noto anche il contributo dei due artisti all’organizzazione di Geffen ad Haiti, per cui erano ufficialmente dei benefattori.
Del resto lo stesso avvocato aveva detto chiaramente che la presenza di Jared era estemporanea e che nessuno doveva importunarlo, a nessun titolo.
Il che fu chiarito sia ai responsabili dei vari servizi, sia a tutti coloro che facevano parte dell’ampio staff ben retribuito da Glam.
I volontari erano benvenuti, ma Geffen li ospitava e li assisteva a proprie spese.
Lui aveva dato piú volte dimostrazione di generositá, comprensione e presenza, ma anche di fermezza e severitá.
Glam si mise a sedere, restando alle spalle di Jared, che si sistemó, chiedendogli di abbracciarlo.
Geffen sorrise, fissandolo, mentre Jared lo guardava, girando la testa – “Ti dispiace..?”
“Cosa amore..?”
Jared sorrise – “Che.. che gli altri vedano cosa proviamo..”
“Io vedo soltanto te.. e non solo questa sera..”
Si strinsero, mentre Syria e due sue amiche si univano alla chiassosa compagnia.
Lei accennó un saluto verso Jared, che voleva mantenere con lei un’amicizia serena, ma senza andare oltre il chiarimento che c’era stato sulla loro notte insieme.
Sul viso della ragazza i sentimenti parlavano chiaramente di un coinvolgimento totale verso di lui, che aveva cercato di essere gentile, ma risoluto nel dare subito un taglio, onde evitare dolorosi equivoci.
Ricambió il gesto, restando comunque appoggiato al petto di Glam, che salutó a propria volta, ma sempre a distanza, la giovane.
Lei bisbiglió qualcosa ad uno degli assistenti del dottor Rodriguez, che fissó per una frazione di secondo Geffen.
“Glam.. mi baceresti..?”
Lui lo fece, accarezzandogli la guancia destra, mentre Jared avvolse il suo collo, prima con le dita, poi con la bocca – “Voglio sentirti dentro.. ovunque.. per ore..” – ansimó.
Geffen fece scivolare la sua lingua calda e voluttuosa fino al piccolo orecchio di Jared, un’altra parte perfetta di lui – “Mi avrai.. in tutti i modi che vuoi Jay.. vieni, andiamocene..”
Sparirono, tra il suono della risacca delle onde ed il crepitio dei faló.

Lungo le scale, sui vari pianerottoli, ad ogni piano, non riuscivano a staccarsi: con i loro baci arrivarono sino alla porta dell’appartamento di Jared, che aprí a fatica la blindata, richiudendola poi con foga, mentre Glam lo prendeva in braccio, ridendo e facendolo roteare per il living, sino alla camera da letto, sul quale si buttarono spogliandosi velocemente.
Jared si inginocchió al lato di Glam, baciandolo tra le gambe, succhiandone il sesso con gioia e passione.
Era felice, ogni parte di lui lo diceva chiaramente.
Il suono del palmare di Geffen disturbó quell’attimo di magia e sensualitá.
Era caduto tra le lenzuola - “Ehi.. piccolo.. lo.. lo spengo subito.. aspetta..” – ma poi vide che era Kevin.
Le sue chiamate erano cosí rare, quanto preziose, come le email ed i brevi video che mandava a Glam, dalle cittá dove avrebbe suonato con la band, raccontando dettagli divertenti, con quella voce e quell’allegria contagiosa, che apriva un solco nel cuore di Geffen, tagliato a metá tra i sentimenti che provava per Kevin e quelli per Jared.
Era tutto assurdo, una partita dalla posta davvero alta, una sola vita non sarebbe bastata a Glam per capire cosa volesse realmente, se mai avesse dovuto scegliere.
“Ja.. Jared.. perdonami.. devo rispondere…”
Lui non aveva ancora rinunciato, alzó gli occhi, ferendo quelli di Glam, che con la massima dolcezza lo allontanó da sé, sollevandosi, per cambiare stanza.
Sentí la loro conversazione, capendo subito che era Kevin.
Per nulla amareggiato di ció, cercó di sedare subito la rabbia che gli saliva dallo stomaco, nel vedere come si fosse mosso Glam in quella circostanza.
Nella mente un semplice ragionamento – § Poteva richiamarlo domani.. poteva mandargli un messaggio mentre io facevo una doccia.. §
“Ok.. divertiti Kevin.. certo.. certo tesoro, la leggeró quando torno a casa.. sí.. infatti.. ok, a presto. Ciao.”
Chiuse la telefonata e tornó da Jared, che era rannicchiato tra le lenzuola.
“Ti.. ti chiedo scusa..” – comprese al volo quella sua leggerezza.
“Adesso hai tempo anche per me? Per scoparmi? O devi sentire qualcun altro?” – disse senza guardarlo.
Glam si allungó, prendendolo delicatamente per i fianchi, voltandolo – “Jared era Kevin..”
“Lo so chi era!” – si mise seduto, spostandolo.
“Jared non rovinare questa serata..”
“Io la rovinerei!!?” – urló, dandogli un primo schiaffo, poi un altro, ancora uno e Glam gli afferró i polsi – “Ora basta!! Cazzo Jared!!!” – lo spinse sotto di lui, infilandosi tra le sue gambe, alzandogli le braccia, bloccandolo – “Lasciami!! Sei uno stronzo!! Uno stronzo fottuto!!” – il suo volto fu investito da un fremito ed un pianto irrefrenabile, disperato.
“Ho ucciso un uomo per te!! E sono morto per te Jared, cosa diavolo devo ancora dimostrarti!!? Dimmelo!!” – il suo grido era drammatico, la sua morsa invece sembró allentarsi, sino a liberare Jared da quella falsa prepotenza.
Si alzó, cercando poi i vestiti.
Jared piangeva, senza muovere un solo muscolo, fermo in quella strana posizione, come se qualcuno lo avesse messo su di una croce.
Glam infiló solo i pantaloni, dove ripose il cellulare, per poi andarsene, senza voltarsi indietro.

La luce dell’alba ferí le sue iridi azzurre.
Glam bofonchió qualcosa, stiracchiandosi sul divano del suo studio, lamentandosi per la schiena indolenzita.
Prese un sorso di acqua e poi selezionó il viva voce ed il numero di Jared sull’apparecchio della sua scrivania.
Suonava libero, ma nessuna risposta.
Pensó che fosse incazzato.
Gli mandó un sms – § Voglio sentire la tua voce.. smettila di fare il bambino.. Jared..§
Ancora due tentativi, inutili.
“Cazzo!” – esclamó, provando sul fisso.
C’era la segreteria – “Jared.. Jared dobbiamo parlare, alza questa maledetta cornetta!... Jared! Ok, vengo da te. Aspettami, per favore..” – concluse esasperato.

La casa era ancora immersa in una semi oscuritá.
Jared non aveva ancora tirato sú le tapparelle.
Forse era uscito presto.
Un rumore, peró, veniva dal bagno.
Era la doccia, rimasta aperta.
Glam decodificó subito quel suono familiare, precipitandosi a vedere se era successo qualcosa.
Jared era riverso sul pavimento, il telefonino sulla mensola degli asciugamani, un bagno schiuma rovesciato, accanto ad una spugna di mare.
“Jared!! Dio.. amore.. svegliati..!”
Lo spostó subito, portandolo avvolto in un telo, sopra al divano del salotto.
Nessuna ferita da caduta, niente lividi.
Era svenuto, Glam lo capí vedendo che si stava riprendendo in stato confusionale.
“Jay.. ehi.. cosa è successo?”
“Glam.. dove.. dove sono?”
“Ad Haiti.. non ti ricordi?”
Lui tossí, aggrappandosi poi a Geffen – “Mi.. mi è caduto il gel.. e mi sono abbassato per.. non ho piú visto niente.. ho.. ho paura.. cosa mi succede?”
“Nulla.. nulla amore.. solo un calo di pressione.. ora andiamo da Rodriguez..”
“No.. non voglio.. ho sete..”
“Sí.. bevi con calma.. hai mangiato qualcosa..?”
“No.. da ieri sera.. non credo.. no..”
Gli preparó subito un pasto caldo, mentre Jared si reidratava.
Prese il piatto e lo imboccó, risedendosi sul bordo del divano – “Mastica con calma.. sei comodo?”
“Sí Glam.. non.. non ci riesco..” – scoppió a piangere, deglutendo a fatica il primo boccone.
Tremava – “Jared.. ora calmati.. ti supplico calmati.. io sono qui, non è successo niente.. va.. va tutto bene, ok?” – lo strinse.
Prese poi un budino al cioccolato – “Questo riesci a mandarlo giú?.. Fallo per me.. Poi andiamo a letto e dormiamo.. Non me ne andró finché non ti sentirai meglio..”
“Davvero..?”
“Sí.. davvero..” – sorrise, accarezzandogli i capelli, poi lo bació – “Ti amo cosí tanto Jared.. io ti amo da sempre.. e non smetteró mai.. e questo dovresti saperlo.. in fondo al tuo cuore..”
Jared sembró trepidare su quell’affermazione.
“Ho.. ho bisogno di te Glam.. ho bisogno di ció che tu mi fai provare..”
“Lo so Jared… lo so piccolo..”

Si abbandonarono ad un sonno leggero, fatto di parole dette sotto voce, sfiorandosi anche con i pensieri.
Glam sapeva delle carenze affettive di Jared, la mancanza del padre, la sua adorazione per il fratello Shannon, ritrovatosi a fare l’adulto troppo presto, ma alla fine con gioia, perché destinatario di tanto amore era il suo Jared.
Appartenere all’amore di cosí tante persone, di lui, di Colin, di Glam, di Kurt, di Syria, della madre, dei figli, era appagante, ma mai completo.
Era come una condanna.
Jared si sveglió ritrovandosi ad un centimetro dalle labbra di Glam, che stava russando piano; era adorabile, non poteva essere suo padre, la differenza di etá non era sufficiente per quel gioco mentale, come accadeva a Kevin, che con quel daddy colmava a propria volta un vuoto, cosa che a Jared non era permesso di fare, come in un meccanismo perverso.
Era l’unica cosa che poteva invidiare al compagno di Geffen, anche se tutti gli equilibri sembravano essere saltati, quando invece erano piú solidi di prima.
“Glam.. ehi.. Glam..”
Una piccola smorfia, buffa e sorniona, prima di svegliarsi da solo.
Jared rise come un bimbo.
Fecero subito l’amore.
Fu bellissimo, a Jared sembró di librarsi in volo, un vento caldo, l’orgasmo di Glam dentro di lui, un posto sicuro, il suo sguardo amorevole, a cui non riusciva a rinunciare.


Capitolo n. 30 – gold


“Sicuro di non volere portare Josh?”
“Sí Tomo, ci sará troppa confusione e poi sai come lavorano i paparazzi, vogliono sempre strumentalizzare le cose che facciamo…”
“Giusto… Amore…vieni qui…” – disse, allungandogli le mani.
Lo strinse baciandolo, mentre Shan si aggrappava a tutto per non pensare ad Owen.
Erano trascorsi pochi giorni, senza messaggi, senza piú nemmeno parlare di lui insieme al compagno, che evitava di nominarlo, ancora convinto di avere provocato Shannon, inutilmente geloso.
La Los Angeles che contava era tutta presente all’evento della galleria Rice.
In effetti il lavoro di Tomo era giá apprezzato, ma se Owen diceva che era un investimento azzeccato, allora tutti i pesci abboccavano e, anche in questa occasione, quasi tutti i pezzi furono venduti.
Entusiasmo alle stelle, anche Colin era tra i vip invitati, insieme a Robert e Jude, che si aggregarono, dopo una telefonata a Rice, che li rivide con molto piacere.
Nelle loro case aveva piazzato qualche quadro di pregio ed erano diventati amici.
I locali dell’esposizione erano al piano rialzato di una sorta di torre di vetro, fatta di altri tre piani, uno per gli uffici, il secondo con terrazza panoramica e zona relax, mentre all’attico Owen aveva ricavato un loft spazioso ed iper tecnologico.
Shannon salí a fumarsi una sigaretta e godersi il panorama del pomeriggio soleggiato, in piena solitudine.
Sentí le risa di Owen arrivare dall’interno del solarium, mescolate a quelle di una voce piú giovane.
Shan si incuriosí, soprattutto perché poteva vederli, senza che loro si accorgessero di lui.
Era con un ragazzo di poco maggiorenne, almeno a prima vista, che era stato accreditato sulla brochure come una nuova scoperta, tanto che aveva esposto una serie di fotografie ritoccate a mano, con una tecnica nuova ed interessante.
Stava assediando Owen, in modo divertito, ma anche provocatorio – “Eddai… portami di sopra…” – “Non se ne parla Tim, lasciami perdere ahahahh…!”
“Owen sei mesi fa non facevi cosí il difficile!” – protestó imbronciandosi, era proprio carino.
Rice lo prese per le spalle, fissandolo – “Adesso torniamo di sotto e ti comporterai bene, ok Tim?”
“Assolutamente…” – sospiró, strofinandosi contro la patta dei pantaloni in seta di Owen.
“Cazzo smettila…” – la sua voce si alteró, ma non abbastanza per fermare Tim, che gli morse il mento, poi lo leccó, finendo per baciarsi con lui, che non riuscí piú a resistergli.
Lo spinse in ginocchio, liberandosi da cintura ed abbassandosi i pantaloni di poco, quel che bastava – “Dai prendilo, se proprio lo vuoi cosí tanto!” – gemette.
Nella mente di Shan e tra i suoi denti una sola parola, pronunciata a mezza voce – “Maiale…!”
Una fitta allo stomaco, mentre Owen, sudato e smanioso veniva sulla lingua di Tim, che si dimostrava molto capace ed avido di lui, riprendendo a succhiare come un forsennato, portandolo ad un secondo orgasmo dopo pochi minuti.
Quando ebbero finito, Rice si sistemó alla meglio, ma Tim voleva continuare – “Allora… mi porti di sopra?”
“No…ma… domani ti chiamo, ok?”
“Ok…torno giú, dov’è il bagno?”
“Dietro di te, seconda porta a destra…scusami, devo rispondere al cellulare…”
In effetti stava suonando e con quella scusa si infiló nell’ascensore interno, mentre Shan saliva per le scale, immaginando che volesse cambiarsi in casa.
Aveva ragione.
Nella foga della telefonata, Owen lasció la porta aperta e Shan si infiló nell’ingresso, richiudendola.
Quando salutó l’interlocutore, finalmente si accorse della sua presenza, sbarrando le iridi chiare e penetranti.
“Shan… cosa diavolo…?”
“Era… era quasi un bambino, quello di prima…”
“Ma che … cosa cazzo dici? Quello un bambino? È solo uno stronzetto qualunque che venderebbe anche la madre pur di avere attenzione da me o da qualsiasi altro esperto d’arte di questa cittá!” – sbottó furioso.
“Esperto di cosa? Esperto del cazzo vorrai dire!” – ribatté avvicinandosi.
Seguirono dieci secondi di pieno silenzio, poi Owen sorrise – “E… esperto… del cazzo?... Ma lo sai che non hai tutti i torti? No… no davvero…”
Quella strana tensione tra loro si sfogó in una risata, quasi clamorosa, quanto improvvisa.
Shan lo afferró per le braccia, attirandolo a sé, per baciarlo ovunque potessero arrivare le sue labbra.
Owen spense le luci, portandolo sul letto, insinuandosi sopra di lui, inondandolo di baci e carezze – “Ti… ti prometto che non lasceró segni Shan…”
“Prendimi Owen… voglio sentirti dentro…ti prego…”
Lo bació con maggiore intensitá, mentre il suo sesso conosceva finalmente le membra calde e pulsanti di Shannon, che quasi incroció le gambe sopra ai fianchi di Owen, che non riusciva piú a controllarsi, sorridendo felice, i loro occhi che si fondevano, come i sussulti di un orgasmo simultaneo.
Shannon riuscí a venire, senza toccarsi, talmente era eccitato e stimolato da pulsioni incontrollabili – “Ti amo… ti amo Shannon… Omiodiomioddio!!...” – l’urlo di Owen si tuffó nella gola dell’amante, che sembrava volerlo inghiottire.
Tremante, ma appagato, Shan lo abbracció forte – “Ti amo Owen… ti amo…anch’io…”
Poi pianse.






SHANNON


TOMO


OWEN

GOLD - Capitoli 21+22+23+24+25

Capitolo n. 21 – gold




“Ciao Syria, grazie per avere accettato l’invito…” – Jared sorrise, spostando la sedia e facendola accomodare.
“Grazie a te, come stai Jared?” – disse, ricambiando il sorriso.
“Ho avuto dei momenti difficili… peró poi è venuto a trovarmi Shannon, è stato bellissimo…” – replicó sedendosi, passandole una spremuta.
Erano in un bar sulla spiaggia, molto affollato, la giornata splendida.
“Sei molto affezionato a tuo fratello, anch’io lo ero ai miei… una simbiosi...”
“Ti capisco… comunque vorrei parlarti di noi due, di quello che è successo e chiederti scusa… Sono stato inopportuno…”
“È un aggettivo… strano…” – rise, tagliando la torta che Jared aveva scelto.
“Ti piace Syria?... Non sapevo se…”
“Buonissima! Ho una fame…”
“Allora non sei arrabbiata…”
“Perché dovrei?... Senti Jared, ho venticinque anni, non sono una bambina o una sprovveduta… Insomma, per me… per me è stata la notte piú bella della mia vita… e ti ringrazio per avermela regalata.”
Jared rimase senza parole, nell’ascoltare la sua serenitá e, soprattutto, la velata, ma quasi divertita rassegnazione, nel saperlo impegnato sentimentalmente – “Non ho speranze con te Jared ahahhah…Ne posso mangiare un’altra fetta?”
“Certo… Ne daresti una anche a me?”
Gli era tornato l’appetito.
Quel modo di fare di Syria, gliela faceva risultare ancora piú simpatica.

Shannon entró nel seminterrato della loro casa senza fare rumore, mentre Tomo era rientrato accorgendosi che il compagno era tornato da Haiti, ma immaginando che fosse uscito, alla sua ricerca.
Lesse i vari sms, tra cui quello di Simon, che lo tranquillizzava su Josh – “Cazzo anche il cellulare si è scaricato!” – esclamó, andandosi a togliere le macchie di unto, residuo del cambio di una gomma bucata.
Il tutto era avvenuto in una zona della cittá dove nessuno si fermava e non c’erano locali aperti, per potere recuperare un telefono ed un taxi.
Andó a coricarsi, la schiena a pezzi, aspettandolo finché le palpebre non si chiusero pesantemente.
Shan si infiló nella doccia del locale lavanderia, mentre gli abiti finirono in lavatrice, con altra biancheria, che lavó subito.
Trovó solo asciugamani e costumi nell’asciugatrice, cosí ne indossó uno e salí.
Si lavó anche i denti, un paio di volte, dopo essersi scorticato la pelle con una spugna di crine sintetica.
Nonostante i pochi scalini, aveva un fiatone che non riusciva a controllare.
Si sentiva uno schifo.
Appena scorse Tomo addormentato con il bberry sul cuscino, di sicuro in attesa di una sua chiamata, ricorse in bagno per vomitare.
Riprese spazzolino e dentifricio, ripetendo l’operazione forsennatamente.
Trangugió una bottiglietta di acqua, dopo una tequila doppia.
Tomo aprí gli occhi, quando se lo ritrovó addosso, tra le gambe, a stringerlo con dolcezza e passione – “Amore… ciao…”
“Tesoro perdonami…”
“Per cosa Shan?... Josh è da Colin, io ho forato, quest’affare era morto, immagino la tua incazzatura… Sapendo poi che ero da Rice, so che non lo sopporti…”
“Tomo… io… ti amo, ti amo da impazzire…”
Fu forse la follia, che si impadroní dei suoi sensi, il profumo di Owen, il suo corpo piacevole e sensuale, continuava a ripeterselo mentalmente, mentre il suo sesso si muoveva dentro a Tomo, che lo stringeva a sé e lo baciava con tenerezza, cosí in contrasto con quello sfogo di poche ore prima.

Colin si stava vestendo per andare sul set.
Si era sbarbato completamente, tagliandosi.
Stava armeggiando con un cerotto, quando Claudine lo chiamó.
“Ciao fratellino, a che punto sei?” – domandó con gentilezza.
“Quasi fatto… potresti non rompere i coglioni tutte le mattine?!” – ringhió accartocciando la confezione band aid, per poi gettarla in un angolo.
“Stai calmo, qui stiamo lavorando dall’alba e…” – ma Farrell riattaccó bruscamente.
“Vaffanculo…” – sibiló, poi un’altra vibrazione, era un sms di Jude.
Colin sorrise leggendolo, poi provó a chiamarlo.
“Ciao… è un brutto momento?”
“Colin ciao… no, no, sono all’aeroporto, siamo in partenza per Tokio…”
“Siamo?”
“Sí, io e Robert, che ti saluta… una retrospettiva sui suoi film, poi lo premiano, credo con la pagoda d’oro ahahah smettila!! Mi sta prendendo a calci ahahahh”
Era bello sentirlo ridere, dava gioia con una naturalezza incredibile.
“Credo la meriti ahahahh… Ok, volevo… volevo ringraziarti per esserci sempre per me… in qualche modo…”
“Tu come stai?”
“Devo girare, tutto il giorno… sto qualche minuto con i bambini e poi vado, anche se l’aquila giá strepita…”
“Bella Claudine, ma sii piú mansueto con lei ahahahh”
“Non sono mica un cane! Beh… insomma…”
“Come ti descrivo io a Rob, direi piú un orsacchiottone…”
“Troppo buono mr Law… ok divertitevi… in tutti i sensi Jude…”
“Non mancheremo… Abbi cura di te, ciao Colin.”


Capitolo n. 22 – gold



Colin si fermó dal solito fiorista, per prendere un bouquet di roselline albicocca, per farsi perdonare da Claudine, che le adorava.
Mentre risaliva in auto, vide arrivare Shannon in moto, che accostó, sorridente.
“Hai di nuovo fatto disperare tua sorella?”
“Si vede?... Ciao Shan… bentornato.” – e lo abbracció.
“Ciao Colin… ti vedo bene, a parte il cerotto, che hai combinato?”
“Sono maldestro, anche con la lametta…Come sta Jared?” – domandó, senza nascondere una forte trepidazione.
“L’ho trovato smagrito… e… e molto triste, peró poi si è ripreso… con un po’ di coccole rassicuranti.”
“Era incazzato per le nostre telefonate?”
“Piú che altro era sconfortato, scoraggiato… crede molto in ció che sta facendo per quei bambini e per le persone dei quartieri che la fondazione assiste…”
“Hai… hai visto anche Glam?”
“No, da lui è andato Antonio e mi ha riferito la loro conversazione… in sostanza il giorno prima Geffen ha detto a Jared di tornare a casa da te… Non hanno litigato, peró Glam vede che Jared non sta bene, almeno questa è la deduzione che ha fatto Meliti…”
“Capisco, addirittura…Glam, in passato, è stato spesso corretto con me e con Jared...”
“In compenso un attimo dopo ha aggiunto che si è sentito morire al solo pensiero che Jared se ne andasse, anche perché sarebbe stato per sempre, questa volta.”
“Cosa… cosa devo dirti Shan?... Chi meglio di me puo’ saperlo, quindi perché biasimarlo?”
Shan abbassó la testa, poi rimise il casco – “Una buona notizia ci sarebbe… per il compleanno di Becki credo che Jared sará presente… manca poco, quindi incrociamo le dita Colin…”
“Vivró aspettando quel giorno, allora…A presto Shan e grazie… per tutto. Dove stai andando?”
“Ho un’intervista da Ketchup´s, colazione pagata, ci vediamo presto.”

Robert stava facendo un massaggio shiatsu a Jude, disteso su di un futon nero, circondati da incensi e candele accese, al riparo da occhi indiscreti, nel tepore di una saletta termale, all’interno di una Spa al centro di Tokio.
“Allora sono bravo?”
“Direi… di sí… da svenire…ma, forse tu hai trascurato un dettaglio Rob…”
“Quale?”
“Che sia il terapeuta che il paziente, devono essere nudi, perché si crea una sorta di cerchio continuo, dove l’energia e…”
“Ma che cazzo stai dicendo Jude? Ahahahhah”
“Ma è verooo!!!”
“Ne sono certo…” – ridacchió, mordendogli il lobo dell’orecchio destro.
“Questo mi piace Rob…”
“Voltati piccolo…cosí… continuo…”
Jude si mise supino, stringendolo a sé – “Tesoro me la dici una cosa?”
“Tutto quello che vuoi Jude…” – mormoró, senza mai smettere di baciarlo ovunque.
“Come mai non hai portato Susan? Ti farai il red carpet da solo e…”
“Fermo, fermo…” – sorrise – “Chi ha detto che ci andró da solo?”
“Ah mi devo travestire da geisha? Ahahah poi posso venire con te?”
Downey si alzó, prendendolo per le mani, portandolo nella vasca.
“Dobbiamo parlare di una scelta che ho fatto Jude e… e pur volendoti fare una sorpresa, non posso non discuterne con te prima…”
“Prima Robert… prima di cosa?” – domandó aggrottando la fronte, ma senza staccarsi dal suo petto.
“Davanti ai reporter alla conferenza stampa, voglio annunciare il mio divorzio da Susan.”
“Ma… ma che stai dicendo?”
“Vorrei averti al mio fianco, perché la motivazione principale, che voglio gridare al mondo intero è che lo sto facendo solo per il nostro amore.” – deglutí, fissandolo con quelle due chiazze di inchiostro, dove Jude si perdeva.

Quel locale conservava dei ricordi bellissimi per Shan, che nervosamente stava aspettando il giornalista, fortemente in ritardo.
Gli arrivó una telefonata: era lui, che si scusava, ma dovevano rimandare.
Shan imprecó sotto voce, ma poi decise di fermarsi a mangiare lo stesso.
Fece la propria ordinazione e poi andó in bagno, per lavarsi le mani.
Si stava specchiando, continuando ad avere un solo pensiero: confessare tutto a Tomo.
Era consapevole che avrebbe rovinato il loro rapporto, ma non poteva sopportare oltre quel senso di colpa.
Dividendolo con il compagno, forse sarebbero sopravvissuti a quell’incidente di percorso, a quell’assurditá.
Si lavó il viso, poi prese le salviette, sentendo la voce di qualcuno che stava entrando, parlando al telefono.
Quando la porta si spalancó, il suo cuore perse un battito.
Era Owen, che quando lo vide si bloccó ad un metro da lui, incapace di proseguire quella conversazione, soprattutto perché il cellulare voló direttamente dalla sua mano al lavabo, come se si fosse paralizzato.
“Dannazione! È nuovo…scusami…” – e lo riprese, facendo un passo in avanti.
Shan retrocesse, come se si trovasse davanti il diavolo in persona, ma non aveva paura di lui, ma solo di sé stesso e di quell’incontrollabile contrazione, che gli stava salendo dallo stomaco.
Era la stessa che si era impadronita di Owen.
“Shan…posso parlarti?”
“Vai a farti fottere…” – sibiló, ancora impietrito.
Rice lo afferró per le spalle, spingendolo nella toilette dietro di loro, sbarrandone l’uscita ed inchiodandolo al muro, ferendolo con lo sguardo e poi con la sua bocca, che Shan si ritrovó dappertutto, dalla fronte, al collo, al petto, sul quale scivoló, dopo avergli strappato la camicia – “Chi sei tu… chi… sei…?” – la voce di Owen era seduttiva, quanto il suo respiro.
Shan non riusciva a dire niente, percependo la reciproca eccitazione.
Di colpo Rice si fermó, stringendogli il viso, le loro labbra che si cercavano, tra una parola e l’altra – “Ho… ho una barca Shan… è … è solo sesso… te lo giuro… non faccio altro che pensarti, non ti chiedo coinvolgimenti, ma ti desidero da morire… da morire…” – ansimava e lo leccava, contraccambiato ed esaltato dai suoi tatuaggi, dai suoi muscoli frementi, abbronzati e sudati.
Era una visione magnifica.
Le braccia di Shan, rimaste fino a quel momento dimenticate lungo il suo corpo in subbuglio, ebbero uno scatto di ribellione, per respingerlo, ma era una lotta persa in partenza.
Si avvinghiarono maggiormente, togliendosi il respiro, finché Owen scivoló in ginocchio, aprendogli la cerniera dei jeans, per scenderli sino alle ginocchia e liberare l’erezione di Shan, che finí nella sua bocca, come se da ció dipendesse la sua stessa vita.
Alzó lo sguardo di ghiaccio, che si sciolse nella giada preziosa di Leto, che non riusciva a non guardare quanto quel tizio gli facesse perdere controllo e dignitá.
Era esperto, era capace di farlo urlare, succhiandolo fino all’estremo – “Il… il tuo sapore… mi è rimasto dentro…” – un singulto strozzato, un orgasmo devastante.
Shan voleva solo piangere, ma se ne vergognava: voleva picchiarlo o che se ne andasse semplicemente via, ma un quarto d’ora dopo, ricomposto alla meglio, si ritrovó rannicchiato sul sedile della Lamborghini di Owen, diretta al molo dov’era attraccato uno yacth da favola, pronto a salpare.


Capitolo n. 23 – gold



Come Glam Geffen riuscisse a fare certe cose, nessuno riusciva a scoprirlo, ma quel luna park fu allestito a tempo di record nel piazzale davanti alla fondazione e, per staccare i nasi dai vetri di tutti i piccoli, la cuoca dovette preparare una montagna di pizzette.
Tutti lo assalirono con grida di approvazione e risa, il che era il migliore riconoscimento ai sacrifici che stava facendo da mesi.
Jared lo guardava coccolare quegli occhioni e quelle infinite gioie, nel vedere rispettare la loro infanzia.
Lula era accucciolato sul petto di Glam, pasticciando la sua camicia con la salsa di pomodoro e le sue guance ispide, con una miriade di baci – “Daddy pungi!” – “Lo so, ora vado a sistemarmi Kevin…”
Il bimbo lo fissó, con aria interrogativa.
“Scusami Lula… ero soprappensiero…”
“Chi è Kevin?”
“Un giorno… un giorno lo conoscerai, è una persona molto speciale per me.” – disse sorridendo.
Jared era preso dalle foto e dai messaggi su twitter, dove aggiornava tutti con quella splendida novitá.

Kevin glielo diceva sempre, esortandolo a radersi, perché la pelle del suo viso era delicata, proprio come quella di un bimbo.
Glam si chiuse nel proprio studio, rileggendo l’ultimo sms. Kevin si sarebbe collegato entro cinque minuti: non poteva mancare a quell’appuntamento.
Lo disse comunque a Jared, prima di assentarsi e lui annuí, con un mezzo sorriso – “Stai tranquillo, oggi dovrei vedere i miei figli anch’io…”
Era sereno, anche se Colin gli aveva chiesto di partecipare e lui gli aveva scritto che ne sarebbe stato felice, ma la cosa lo turbava.

“Ciao daddy… che hai combinato?”
“Ciao Kevin, perdona lo spogliarello, ma devo cambiarmi, Lula mi ha bombardato…”
“Lula?... Il bambino?”
“Sí, lui… vedessi è cosí carino...”
“Ho visto le foto, state bene insieme…” – abbozzó un sorriso, ma si vedeva che era a disagio.
“Kevin come stai? Ti sento… strano…”
“Non è semplice stare qui…daddy potresti… potresti non mettertela… quella t-shirt intendo…”
“Certo...”
“Voglio solo… guardarti… e ricordarmi quanto ti desidero e ti voglio bene…”
“Kevin…”
“Sai, potresti adottarlo quel piccolo, magari… magari con Jared...” disse nervosamente, gli occhi pieni di lacrime.
“Se mai lo facessi, sarebbe con te e non con Jared.”
“Non voglio figli… sarei un pessimo genitore.”
“Tesoro cosa è successo?”
“Una brutta giornata, tutto qui…”
“Dove sei adesso?”
“A Los Angeles, ho un concerto stasera...” – accese le luci – “Vedi… sono a casa… a casa nostra… almeno lo era…”
“Kevin prendo un aereo subito se…”
“No!!! No… a cosa servirebbe?”
“Hai litigato con quel Chris?”
“No… cioè sí, non proprio… alle prove di oggi ho fatto pena… almeno quattro stecche…”
“Cosa posso fare per aiutarti?”
“Pagarmi un corso di recupero per bassisti imbranati…é… è questo posto, ho sbagliato a non godermi la suite prenotata dalla casa discografica, qui ci sono troppe tracce di noi…Lo sai che questa camicia era ancora nella lavatrice…e c’è il tuo profumo… il tuo odore… penserai che ci siano le piattole dentro, ma non è cosí…” – rise piano, asciugandosi la faccia arrossata.
“Ti sta solo un po’ grande… ma sei bellissimo, toglila per favore…”
Kevin lo fece, per poi schernirsi – “Ho… ho tanto freddo…” – si rannicchió, raccogliendo le gambe sul torace scolpito.
“Kevin … io ti voglio bene, io…”
“Vado alla End House, lí c’è Igor e poi Colin… mi dará una stanza per dormire…Non stare in pensiero per me, suono e poi ci vado direttamente, devo solo avvisarli.”
“Ok… fará piacere anche a Colin vederti.”
“Sí, due disperati sanno sempre cosa raccontarsi…Grazie per esserti collegato Glam…”
“Kevin…”
“Devo andare, mi dispiace… ti amo daddy, dai un bacio al tuo bambino…”
Il collegamento si interruppe, come quell’attimo di loro, cosí penoso, insopportabile.

La Deep Water non si allontanó molto dalla costa, ma sufficientemente per non essere importunati dalla Guardia Costiera o da altri natanti.
Quel gioiello poteva essere comandato anche da un solo uomo, anzi, neppure da quello, visti gli automatismi elettronici.
Infatti il solito equipaggio di quattro persone era rimasto a terra, mentre il proprietario li aveva avvisati, che avrebbe fatto un giro con un amico.
Owen Rice era il critico d’arte piú importante non solo di Los Angeles, ma di tutti gli Stati Uniti, cosa che Shannon non sapeva ed in fondo non gli importava.
Oltre ad essersi arricchito con quel lavoro poco faticoso, Owen proveniva da una famiglia britannica con tanto di blasone e posti a tavola alla corte della Regina.
Altro dettaglio di nessuna rilevanza per il fratello maggiore dei Leto, che in quel preciso istante aveva altro di cui occuparsi.
La bramosia e le richieste di essere posseduto come una sgualdrina, proprio da quel baronetto, perfetto in ogni particolare.
Owen aveva molta cura di sé, ineccepibile dalla testa ai piedi e completamente torbido al suo interno.
Le gambe aperte in modo volgare, cosí come le spinte di Shan, che gli stava facendo male.
Lo bloccava negli incavi sotto le ginocchia, le sue dita erano una morsa, il suo sesso una lama bollente e sudicia, cosí come i suoni che salivano dalla gola, irripetibili, nella futura memoria di Shan.
Avevano fatto un patto, mentre si spogliavano come ossessi – “Ti scoperó soltanto io, hai capito Rice? Tu non mi verrai mai dentro!” – sembró ringhiare quell’imposizione, che Owen assecondó subito.
Anche lui, peró, fece una richiesta – “Voglio piantartelo in gola, non dirmi di no Shan… non posso accettarlo…”- il suo petto si alzava ed abbassava come un mantice, mentre l’altro dava il suo assenso completo abbassandosi tra le sue gambe, per baciarlo senza altre esitazioni.
Shan era inarrestabile, virile e predominante: lo scopó tre volte, prima sul letto, poi su di un divanetto esterno, infine contro alla parete della cabina di pilotaggio, dove Owen cercó di dargli qualche rudimento di navigazione, ma in risposta ottenne soltanto un – “Non me ne frega un cazzo di queste stronzate…” – da Shan che lo cingeva da dietro.
Erano sempre nudi, sempre eccitati, sempre uno addosso all’altro.
Quando attraccarono, indossavano abiti nuovi, puliti e firmati, che Owen fece trovare a Shan, come regalo per la sua disponibilitá a dargli un “immenso piacere… tu mi hai sconvolto… farei qualsiasi cosa per te… vero che ti chiami anche Christopher?”
“È il mio secondo nome…”
“Posso… potrei chiamarti Chris…? Solo per me…”
“Va… va bene…”
“Grazie…”
Era meglio cosí.
Quella bestia senza anima non era lui, non era Shan, ma un altro, uno che non conosceva, Chris andava benissimo, ottimo alibi, per riuscire a sorridere a Tomo, mentre gli veniva incontro dalla cucina, con in braccio Josh, mentre faceva la doccia con lui, dopo avergli fatto l’amore, in fretta per non svegliare il piccolino, che si infilava nel lettone spesso, quando c’era un temporale.
Quella notte ne scoppió uno, che sembró mettere a ferro e fuoco il cielo sopra a Los Angeles.


Capitolo n. 24 – gold



Era solo un piccolo spiraglio di luce, che filtrava da alcune crepe di quel vecchio uscio, il legno era marcio in piú punti.
Si poteva sentire l’odore di muffa e di urina, sembrava che le lacrime scivolassero dai muri, intrisi di paura.
Un tonfo secco, una voce che rimbombava, ma le mani tappavano le orecchie quasi ermeticamente e la mente era invasa da una sola preghiera, che quell’incubo finisse in poche ore: “Kevin!!!”
Glam si sveglió si soprassalto, sudato e con il cuore in gola.
Di nuovo quell’orribile reminiscenza, che Kevin gli aveva raccontato poche volte, ma che gli leggeva in faccia ogni volta che andava via la corrente elettrica, durante i temporali o per un semplice guasto.
Il suo giovane compagno sussultava, precipitandosi tra le sue braccia, memore di quelle punizioni, in quello sgabuzzino maleodorante dell’orfanotrofio, dov’era cresciuto, prima che lo adottassero, ma con scarsa felicitá.
Dall’inferno ad un deserto di amara solitudine.
Pamela stava passando in corridoio e si precipitó a vedere se lui avesse bisogno di qualche cosa: “Glam… tutto a posto?”
“Pam… no… no, devo… devo uscire, fare due passi… scusami…”
“Vai da lui?” – domandó inarcando un sopracciglio.
Geffen non le diede risposta, indossando sopra ai boxer solo bermuda e maglietta, oltre alle scarpe da vela, ma solo per potere guidare.
Era poco salutare girare a piedi, anche se il quartiere dove aveva sistemato Pamela e le ragazze era piú che sicuro.

Igor scappó sotto al letto, mentre Kevin faceva la doccia.
Miss Wong gli aveva lasciato anche un ottimo spuntino di mezzanotte, con le cose che preferiva.
Colin si era raccomandato, lasciandogli un biglietto: § Ciao tesoro, buon appetito, se hai bisogno di me sai dove trovarmi, scusa se non ti aspetto alzato, ma domani devo essere sul set molto presto, ma ti aspetto a pranzo al ´S bar, se ti va. Ti abbraccio, Colin §
Lo lesse, distratto, peró, dai continui tuoni.
Provó a fare uscire il gatto, ma non ci fu verso.
Prese poi un pigiama leggero, lasciato lí insieme ad altri indumenti, suoi e di Glam, durante i frequenti soggiorni alla End House, soprattutto sotto alle feste.
Prese il cuscino, studiato apposta per la sua cervicale e si diresse verso la camera di Farrell.
Bussó piano.
Colin era solo addormentato a metá.
Bofonchió un “Avanti… è aperto…”
“Ciao Colin… potrei… potrei dormire qui con te?” – chiese con un’aria smarrita.
“Kevin… ciao…” – sorrise, accendendo l’abat-jour sul comodino, dove il bassista notó pastiglie ed acqua, pensando a dei sonniferi.
“Mi dispiace, ma…” – “Tranquillo… dai vieni, solo dammi un minuto che…” – aprí il cassetto e prese degli short ed un vogatore – “Sono nudo come un verme… non mi pare educato accoglierti cosí…” – rise in modo simpatico, ricambiato da Kevin, che gli diede le spalle – “Potevi anche guardare… sei proprio un cucciolo…” – mormoró sereno.
Colin sapeva dei traumi infantili di Kevin, ma non ne parlava mai con lui, al contrario di Jared, con il quale si confidava sempre, in passato.
Giá passato, remoto.
“Ok, a posto, sono presentabile.”
Kevin si fiondó sotto al piumone – “Grazie!... Come stai Colin?”
“Insomma…è dura… senza Jared…” – replicó, riportando la camera nella semi oscuritá.
“Sei… sei arrabbiato con Glam, vero?”
“Per cosa? No… cioè … Shannon è andato ad Haiti, con nonno Antonio… Ed a lui, Glam ha detto che aveva chiesto a Jared di tornare da me…”
“Davvero? Daddy ha… ma, non è servito, per ora…” – mormoró rassegnato.
“Credo proprio di no…Oggi dovevamo collegarci, ma il satellite era fuori uso, quindi domani pomeriggio proveró di nuovo…”
“Ok… dormiamo…”
“Buonanotte Kevin, riposati.”
“Notte Colin…” – sussurró, ancora spaventato dalla tempesta, che non sembrava volere smettere.
Farrell scrutó il suo zigomo tremante, quindi lo abbracció, tenendolo vicino a sé fino all’alba.

Quando Geffen entró nell’alloggio di Jared, lo ritrovó immerso in un sonno profondo, con addosso solo una delle sue camicie, dello stesso colore di quella trovata da Kevin nella casa di Los Angeles.
Entrambi volevano sentirselo sempre sulla pelle, il loro uomo rassicurante, forte, che non riuscivano mai ad odiare, per le sue scelte a volte discutibili.
In tutti quegli anni, Glam c’era sempre stato, sia per Kevin che per Jared, anche se in misura minore per quest’ultimo.
Era pronto ad accontentarli ed ad accudirli, in fondo la sostanza di quella lunga storia d’amore, che Glam portava avanti da quando li conosceva, era tutto ció che lui rappresentava ai loro occhi di bambini violati, maltrattati e delusi dagli adulti per tanto, troppo tempo.
In quel preciso momento, Geffen era sconvolto.
Sfioró la schiena di Jared, che si destó lentamente, arridendo alla sua presenza inaspettata – “Amore…ma cosa è successo?”
“Ciao piccolo… io… io non sapevo dove andare, se non qui con te…”
Si svestí e, dopo avergli tolto la casacca, lo invase di baci, di carezze, entrando ed uscendo da lui di continuo, dopo avere usato un gel, racchiuso nel dosatore sulla mensola, che faceva da testata, perché voleva che Jared traesse il meglio da quell’amplesso.
Era estasi pura, ma Glam chiudeva gli occhi, pensando che al posto suo ci fosse Kevin, il ricordo di lui impregnava la sua anima tormentata, gli sembrava di poterlo toccare, affondando la propria lingua tra le sue natiche sode, che le dita avvolgevano, gustavano, acuendo libido e spasmi, di tante immagini impresse nella memoria, quella riemergeva spesso, al solo concepirlo con la fantasia

Colin si sciacquó energicamente la faccia, poi si fece la barba, senza fare casini.
Era fiero di sé, per non averne fatti nemmeno con Kevin: sarebbe stato cosí facile approfittarsi di lui, anche se era convinto che gli avrebbe dato un bel pugno sui denti, se solo ci avesse provato.
Ammirava la sua fedeltá a Geffen, era una costante, che Kevin non avrebbe mai disatteso, Colin ne era convinto.
Lo lasció riposare, uscendo senza fare rumore.



Capitolo n. 25 – gold




Syria tolse gli ombrellini colorati dall’enorme coppa di gelato che le avevano appena portato, insieme ad una semplice macedonia per Glam, che la guardava divertito.
“È sufficiente per la tua voglia di gelato?”
“Sí signor Geffen…” – rispose arrossendo.
“Oddio ti conosco da tempo e mi chiami ancora signor Geffen? Glam andrebbe meglio…”
“Ok…” – sorrise – “Ma… che nome è Glam?”
“È un acronimo: i miei due nonni ed i due migliori amici di mio padre… George, Laurence, Andrew e Maurice…Cosí è venuto fuori questo Glam…”
“Interessante… che buono!”
“Sono felice che ti piaccia e di avere accettato l’invito.”
“Mi diceva… che aveva voglia di parlare Glam…”
“Sí e non potevo farlo con Jared…”
“Perché è di Jared che si tratta…?”
“Di lui e di Kevin, il mio… il mio compagno, insomma lo era, lo è e lo sará sempre, anche se non dovesse piú tornare da me o se … se con Jared avessi un futuro, ma su questo ho davvero dei dubbi…”
“Lei è sempre cosí solare… oggi la vedo triste, ha gli occhi preoccupati.”
“Hai ragione Syria, lo sono sia per Kevin che per Jared. Li amo piú della mia stessa vita, credo tu abbia capito come stanno le cose, ma se non ti vanno questi miei discorsi, basta che tu lo dica ed io smetto subito…” – sorrise.
“No, anzi… Non ho alcun pregiudizio e poi sono orgogliosa della sua fiducia.”
“Vero, ho fiducia in te, istintivamente. Anche se questo mio modo di fare a volte porta solo a dei guai.”
“Io credo che Jared ami ancora Colin… Ció nonostante ha un attaccamento a lei, che non saprei descrivere…” – disse con aria riflessiva.
“È questo che mi ha fatto innamorare di lui, questo suo modo di affidarsi a me… che poi è stato lo stesso modo di porsi di Kevin, ovviamente senza saperlo.”
“Loro due sono amici?”
“Sí, lo erano… adesso non lo so… anch’io ero amico con Colin… Lui ed io abbiamo fatto del male a Jared, ancora oggi mi chiedo come abbia fatto a perdonarci.”
“Jared ha un cuore grande… come lei, credo valga anche per Kevin… Glam io penso che lei tema di restare da solo e che viva alla giornata, perché è pronto a lasciare libero chi ama, ma quando succede non puó non soffrirne.”
Geffen si allungó sulla seggiola, sbuffando – “Kevin sta vivendo il suo sogno professionale, ha vent’anni meno di me e lui deve viverseli in libertá, senza doversi riunire a me per forza… Potrebbe anche perdere la testa per un’altra persona ed io ne sarei… stavo per dire felice, ma sarei un bugiardo, ne morirei… il mio cucciolo…”
“Jared è piú adulto, ma vedo che lo considera nello stesso modo…”
“Sí, è cosí fragile… spero solo di non deluderlo ulteriormente o forse… forse sarebbe l’unico modo per fargli riscoprire l’amore che lo lega a Farrell.”

Josh stava a bocca aperta davanti ai cartoni preferiti.
Shan guardava vecchie foto, tenendolo d’occhio, mentre Tomo stava scendendo dal suo studio creativo, ricavato in mansarda.
“Ehi cosa devi farti perdonare Shan?”
Lui ebbe un sussulto nel cuore – “Co… cosa?”
Tomo lo fissó – “Siamo fuori orario di quindici minuti, lo sai che la dose di tv per il bambino è di mezz’ora.” – aggiunse severamente.
Shan spense tutto, prendendo Josh in braccio – “Nostro figlio merita qualche strappo alla regola. È sempre cosí buono…” – replicó dapprima imbarazzato, poi arrabbiandosi.
“Deve fare il suo sonnellino, avanti…”
“Deve, deve, deve?! Non siamo mica in galera!” – sbottó, gli occhi lucidi, come quelli di Josh, che ebbe un leggero tremolio, poi nascose il faccino nel collo di Shan, impaurito.
“Amore non stiamo litigando, non è colpa tua…” – gli mormoró, deducendo le sue sensazioni.
“Ok Shan, hai sempre ragione tu.”
“No, adesso porto il piccolo nel lettone e poi parliamo.”
Lo fece, ma al suo ritorno Tomo era sparito.
Solo un messaggio al cellulare di Shan – “Faccio un giro, poi vado alla galleria Rice. Datti una calmata, a stasera.”
Shan si irritó, poi rispose d’impulso ad una chiamata improvvisa – “Dattela tu una calmata cazzo!!” – esplose.
“Chris… ciao, che ti prende?”
“Owen…scusami non ho guardato il visore…cosa vuoi?”
“Voglio… vorrei vederti…” – disse con voce calma.
“Non posso, sono da solo a casa con Josh e Tomo sta venendo da te.”
“Da me?”
“Sí insomma alla galleria…”
“Strano…non avevamo appuntamenti… forse con il mio staff. Comunque davvero non riesci a liberarti?”
“Porto il bimbo dal cugino a casa Farrell tra due ore, poi se vuoi… ok vediamoci, dimmi dove.”
“Perfetto. Ti mando l’indirizzo con la mappa via sms… è una casa…spero che non cambierai idea. Grazie.”
“Ti avviso, se dovesse accadere… ciao.”

“Ciao Jared…”
“Colin… ciao, tutto bene?”
“Sí, solo che… i bambini non ci sono oggi, per varie ragioni.”
“Vedo… non importa, parliamo un po’ noi, se ti va.”
“Ci speravo. Hai un… cioè… sei bellissimo, ma continui a dimagrire o sbaglio?” – disse timidamente.
“Ti sei tagliato?”- replicó fissandolo.
“Ma come l’hai visto?... Sí, la solita imbranataggine.”
“Ho perso solo tre chili da quando sono arrivato.”
“Solo tre?... Come mai?” – chiese inquieto.
“Il caldo, i turni…Ma sono in forma… Sono stato un po’ in crisi per le vaccinazioni.”
“Quelle sono necessarie…Ti ho mandato un file con le foto dei nostri bambini…Crescono a vista d’occhio…”
“Grazie Colin…” – poi abbassó lo sguardo, tirando sú dal naso.
“Io… io ti amo Jared…vorrei parlare di tutto con te, ma … l’unica cosa che sento è questa…”
“Colin…per il compleanno di Becki ci saró…”
“Non vedo l’ora di riabbracciarti…” – dicendolo, due lacrime precipitarono dai suoi occhi scuri.
“Anch’io ti amo Colin... ma non sono ancora pronto a restare...”
“Rispetteró i tuoi tempi…Non posso fare diversamente…” – rise nervoso, stringendo i pugni sotto alla scrivania, mentre le mani di Jared erano come pezzi di ghiaccio.

La parete era uno strano mosaico, retro illuminato da led rossi e verdi.
I riflessi disegnavano arabeschi sulle spalle di Shannon, premute contro la lastra tiepida al tatto.
La lingua di Owen sembrava scavargli dentro, le sue dita una morsa leggera, l’intenzione di bloccarlo era solo una finzione, come tutto nei loro incontri.
Shan lo afferró a propria volta, scambiandosi la posizione e voltandolo, pronto a penetrarlo con forza.
Owen grugní un insulto, perché non aveva avuto alcuna cura nel prepararlo, lui amava i preliminari – “Voglio…” una spinta –“… solo” – un’altra spinta – “Scoparti!” – la spinta che gli fece urlare l’ennesima imprecazione.
Shan lo buttó sul parquet, a carponi, prendendolo di nuovo, ancorandosi alle spalle di Owen, graffiandolo.
“Rovinami…” – ringhió Rice, un paradosso, quando era proprio lui ad avergli rovinato la vita.
Eppure Shan non era innocente e tanto meno succube.
Infatti era… semplicemente impazzito.
Uscí da lui con altrettanta cattiveria, per venirgli sulla schiena, mentre Owen si appiattiva, stravolto.
Ansimava e piangeva – “Che cazzo hai da frignare adesso?!”
Lui non rispose.
“Ma vaffanculo…!” – sbraitó Shan, cercando un bagno per farsi una doccia, prima di ricominciare.





COLIN FARRELL


JUDE LAW E ROBERT DOWNEY JUNIOR

GOLD - Capitoli 16+17+18+19+20

Capitolo n. 16 – gold



Owen Rice aveva molto fascino, nei modi, nella voce, negli atteggiamenti di classe, un vero dandy.
Tomo, al contrario, era piú genuino, quasi selvaggio; il suo look non era cambiato molto negli ultimi anni: manteneva i capelli lunghi, baffi e pizzetto.
§ Molto intrigante… § pensó Owen per l’ennesima volta, vedendolo arrivare.
Era vestito con dei pantaloni colore sabbia, scarpe di Prada, camicia bianca ed un pullover in tinta con tutto il resto.
Tomo, invece, aveva i soliti jeans neri ed una felpa, sopra all’inseparabile t-shirt con il logo dei 30 seconds to Mars e Converse, senza lacci.
Trasandato chic, lo aveva apostrofato Shan, nel salutarlo, dopo che lo aveva lasciato alla End House.
“Abbraccia Colin da parte mia, domani mi fermo anch’io…”
“Ok, ma devo telefonare a Jared, questa situazione sta prendendo una brutta piega.”
Il fratello lo anticipó, mentre stava percorrendo il viale di ingresso.
“Ciao fratellone… possiamo parlare?”
“Jared! Giusto a te stavo pensando…”
“Problemi?”
“E me lo chiedi?! Oh cazzo Jared… cazzo, cazzo!!!”
“Perché non ti calmi e mi lasci spiegare…”
“Spiegare cosa? La conosco la tua versione dei fatti, siamo stati svegli per ore a parlarne prima che partissi per Haiti!”
“Ma non sai che ieri Colin mi ha chiamato e mi ha insultato… poi… poi ha lasciato un messaggio vocale e si è scusato, ma mi ha fatto a pezzi…”
“E lui come credi che stia!? Con tutta quella robaccia che manda giú!”
“Quale… quale robaccia Shan… ho pensato che si drogasse di nuovo, ma…”
“Ma cosa Jared?... Sono farmaci, non certo cocaina o peggio, ma lo fanno stare da cani e temo che prima o poi anche i bambini se ne renderanno conto.”
“Ascoltami bene Shan. Quando ero io a stare da cani non mi sono impasticcato! Mi sono dedicato ai nostri figli, alla casa, al lavoro lo stretto necessario ed anche a te, a Tomo, a Vicki ed a quanti cazzo di nomi devo farti??!!”
“Colin non ci riesce… tu sei sempre stato il piú forte ed ora spezzerai il cuore anche a Glam. Credi che non sappia che ci vai a letto?”
Jared provó come un distacco, da sé stesso e da quel preciso momento.
“Tu… tu mi stai giudicando… senza… senza sapere nemmeno di cosa stai parlando… e sei… sei mio fratello…”
“Jared… Jared perdonami, io non…” – ma Jared riattaccó, mentre Shannon si rendeva conto di averlo trattato anche peggio di quanto non avesse fatto Colin.

“Sciroppo d’acero?”
“Come scusa Owen…?”
“Scusami tu… sei con la testa altrove, hai dei problemi in famiglia?” – domandó con garbo.
“No… no con Shan e Josh va tutto a meraviglia, ma altri … parenti non sono altrettanto felici.”
“Capisco. So cosa vuol dire passare delle crisi matrimoniali.”
“Sei stato sposato?”
“In Svezia, con il mio compagno.” – sorrise.
“Ah… e che fine ha fatto?”
“Sparito, no, siamo sinceri, fuggito con un bel biondino, molto sexy, nulla da obiettare, ma dopo dieci anni di convivenza, è stata dura riprendersi.”
“E come hai risolto?”
“Venendo a Los Angeles, vita nuova, distante da Londra e dai nostri casini personali… Lui vive ancora lí, è tornato e se lo è portato in casa nostra. Pensa che mi ha spedito un assegno come caparra per l’acquisto della mia parte ed io glielo ho rimandato a pezzettini, tutti incollati ad un paio di boxer ahahahah”
“Cavoli… ahahahah”
“Sí, poi il suo avvocato mi ha tartassato di telefonate, ma nulla è cambiato.”
“Lo ami ancora?”
“No! Lo detesto, ma in Inghilterra non torno da due anni ed ho quasi rinnegato famiglia ed amici… Chi mi ama saprá aspettare il ritorno del figliol prodigo… Ok, basta con queste lagne, parliamo di noi.” – sorrise ammiccante.
“Di noi?” – tossí Tomo.
“Non strozzarti, per caritá, mi servi vivo per la mostra ahahahah… Cosa ne pensi, ti piace davvero l’idea od hai un altro agente?”
“Un… un agente? Ma no, è una passione, che non si è ancora concretizzata come un vero e proprio lavoro Owen…”
“Allora proviamoci, a farlo diventare un hobby ben retribuito!” – era convincente.
Tomo annuí, gustandosi un ottimo espresso.

I piccoli della classe di Syria erano gli ultimi della lunga lista per le vaccinazioni.
Entrarono nell’ambulatorio cantando una pezzo del gruppo di Jared.
Lui rimase stupito e sorrise, applaudendoli.
C’era anche Lula, che spuntó in braccio a Glam.
“Eccoci qui campione, pronto per il pizzicotto?”
“Sí daddy…” – e chinó la testolina nel collo di Geffen, che strizzó l’occhio a Sebastian, che fu veloce e preciso come sempre.
“Fatto! Sei stato bravissimo, ora andiamo da Jared, che ti regala una cosa, anzi due, vero?”
“Ciao Glam… sí, certo, un delfino e poi… arancia o limone?”
“Arancia!”
“Prego signore, il suo lecca lecca.” – glielo mise tra le manine baciandole, sfiorando il petto di Glam, che si piegó verso il suo orecchio – “Ti amo cucciolo…”
Jared abbassó lo sguardo, senza rispondere.
Syria si era avvicinata troppo a loro, ma non fu per quello.
Era ancora molto turbato per la conversazione avuta con Shannon e lo spiegó a Geffen cinque minuti dopo, chiusi nella dispensa, dove erano andati con la scusa di prendere altre bibite.
“Mi dispiace Jared…So quanto sei in simbiosi con Shan, ma il momento è difficile per tutti e spesso si dicono cose che… non si pensano.”
“Stai parlando di Colin?”
“Anche di lui, ovvio, ma tu ora devi ritrovare la calma… eri splendido di là, con i piccoli… Qui tutti apprezzano ció che fai, ti stai sacrificando, è una tua abitudine, ma non devi esasperare questo momento. Se vuoi io mi faró da parte e sono pronto anche ad affrontare Colin, spiegandogli che non saró piú un problema, né per lui e tanto meno per te Jared.”
“Ma… ma tu non sei un problema per me!”
“E cosa sono, allora? Guarda che non voglio lusinghe o conferme, so che a modo tuo mi ami.”
“A … a modo mio?” – sorrise nervosamente.
“Colin è come un relitto incagliato nel tuo cuore, non potrai mai liberartene.”
“Perché dici queste cose Glam?!” – chiese infuriandosi.
“Perché sono un uomo concreto e coerente, dovresti saperlo, non ho mai approfittato dei sentimenti che ci legavano, restando in disparte per mesi, rispettando ad oltranza la tua esistenza, nonostante i casini, le fughe, i ritorni… Sei un essere speciale, ma appartieni a Colin Farrell, figli o non figli, questa è la veritá.” – sospiró amaro, allargando le braccia.
“Hai… hai parlato con lui!!”
“No e non gridare, non serve a niente Jared, proprio a niente.”
Uscí, pallido in volto, stranito dal suo stesso discorso.

“Ceniamo insieme?”
La domanda di Syria era gentile.
L’attesa della risposta da parte di Jared, trepidante.
Lui respiró forte, poi disse – “Sí, certo. Ti porto da qualche parte, vuoi?”
“Davvero?”
“Sí davvero, dimmi tu dove, perché io non mi oriento ancora bene.”
“Hanno aperto un ristorante vicino a casa mia...”
“Perfetto. Andiamo.”
“Lo… lo diciamo anche a Sebastian?”
“Come vuoi…” – scrolló le spalle.
“Magari domani… ok Jared, andiamo.” – sorrise.

Era un locale carino ed appartato.
Pochi avventori, il personale cortese e veloce.
“Finalmente mangi, sono contento.”
“Anche tu… anche se…”
“Anche se cosa Syria?” – domandó mesto.
“Sembri … sconvolto…”
“Sí, lo sono.”
“Se vuoi sfogarti… parla pure.”
“Non è il caso, non me la sento, piuttosto… piuttosto raccontami qualcosa di te…”
“Io… io sono senza parole, non credo neppure di essere qui…”
“Come mai?”
“Tu sei Jared Leto e…”
“Che culo! Ops… scusami…” – rise spostando le iridi di zaffiro altrove.
“Finalmente un po’ di allegria…”
“Vero… sto bene con te, almeno non rompi le palle come gli altri…”
“Gli altri? Chi sono gli altri?”
“Oh… vuoi un elenco? Mio fratello, il mio uomo… il mio… da oggi pomeriggio non so bene come indicarlo, prima lo avrei definito il migliore amico di questa vita del cazzo, in cui tutto va storto…”
“Mi dispiace Jared… So che stai con Colin Farrell… Ed avete degli splendidi bimbi…” – sorrise.
“Tutto vero. Tutto in un limbo, di cui siamo responsabili sia io che Cole, ma a quanto pare facciamo a gara a chi è piú stronzo… Senti, andiamocene, ti scorto fino a casa, non ho piú fame.”
“Va bene Jared, tanto io ho finito…”
“Sei adorabile, ci rifaremo un’altra sera, magari quando non avró piú tutta questa… rabbia…”



Capitolo n. 17 – gold



Robert aprí a fatica la blindata del piccolo alloggio, che aveva acquistato insieme a Jude, che alle sue spalle stava ridacchiando – “Invecchi Downey!! Ahahah Dai che mi cade tutta la spesa!”
In effetti Law stava barcollando, carico di buste del loro market preferito.
“Un attimo… ecco fatto rompiscatole! Oh nooo il termostato si è di nuovo rotto!!! Si gela cazzo!”
“Accendi il caminetto, al riscaldamento ci penso io…”
Ritrovarono tutte le loro cose, in quelle tre stanze tappezzate di foto, disegni, mobili pregiati, argenti e vasi di vetro soffiato, acquistati da Tiffany ed a Venezia, durante diversi viaggi, anche per lavoro.
Jude estrasse dall’armadio un piumino a due piazze e lo gettó sul grande divano, davanti al fuoco giá acceso – “Sú, sú spogliamoci!” – rise di nuovo, togliendo gli abiti a Robert, che lo ricambiava, anche in baci carichi di dolcezza.
Si annullavano in quei pochi metri quadri, dove l’essenza di loro trasudava da ogni elemento.
Nudi e tremanti si infilarono sotto le coltri, abbracciandosi forte.
“Ora… ora vedrai che non avremo piú tanto freddo Rob…”
“Ti amo da impazzire Jude… ti amo…” – e lo bació nuovamente, mescolando sorrisi e gioia, pronti a celebrare ancora una volta la loro intimitá assoluta.

Jared non seppe mai spiegare a sé stesso, come fosse potuto accadere, non ci riuscí per il resto della sua vita.
Tenere stretto il corpo morbido e dorato di Syria, muovendosi dentro di lei, dopo un lungo bacio, che le diede senza preavviso, in una pausa di quelle in cui non si sa piú cosa dire e di solito ci si saluta.
Lui non lo aveva fatto, dopo averla ascoltata raccontare di come Geffen l’aveva aiutata sistemando lei ed una cugina, trasferita per qualche mese a Dallas per un master, in quell’appartamento, pagando anche gli studi ad entrambi ed offrendo un lavoro a lei.
“Lui è un uomo generoso… ha una moglie bellissima, la conosci Jared?”
“Se parli di Pamela sí, la conosco, ma non sono sposati… hanno due figlie, gemelle e Glam è stato sposato… credo tre volte...” – rise.
“Sí, mi riferivo a lei… È simpatica.”
“Sicuramente.”
Syria non fece domande inopportune, su Colin o sullo stesso Geffen, cosí che Jared si sentí a proprio agio, ricordando qualche aneddoto sui concerti dei Mars, nulla di che.
Una conversazione gradevole, innocua.
Quello che stava accadendo, invece, aveva un sapore ormai dimenticato.
Jared pensó a Cameron, l’unica donna che aveva amato… Eppure Syria lui non l’amava, allora cosa stava facendo?
Semplicemente l’amore e lei ne sembrava davvero felice.
Lei che non diceva nulla, solo i suoi respiri parlavano dei sentimenti, che provava per Jared dal primo momento in cui le aveva rivolto la parola.
A parte quello iniziale, non la bació di nuovo, era un contatto che per Jared aveva un peso fondamentale, che andava oltre il sesso, che poteva anche essere consumato tra persone che non si amavano: e lui non amava Syria, pensó di non esserle neppure affezionato, non c’era stato il tempo, forse un giorno… Sí, un giorno, perché quando si sollevó da lei, spostandole i capelli dal viso sudato, continuava a chiedersi se fosse impazzito.
A quel punto lei sembró intimidita dal suo silenzio e capí che negli occhi bellissimi di Jared, c’era solo l’ennesima amarezza, per avere commesso uno sbaglio.
Si coprí istintivamente gli splendidi seni con il lenzuolo.
Jared le sfioró lo zigomo sinistro, poi la fronte, con le dita gelide – “Scusami… scusami Syria.”

Glam varcó la soglia del rifugio di Jared, ormai lo chiamavano in quel modo, rendendosi conto che non aveva dormito lí.
Il letto era stranamente intatto, pensó che fosse strano che l’avesse rifatto prima di uscire.
Era molto presto.
Provó a telefonargli, ma lui entró proprio in quell’istante.
“Glam…?!”
“Ciao… scusa per l’ora… hai dimenticato qualcosa?”
“Come… cosa… cosa stai dicendo?”
“Credevo fossi giá al lavoro e che… ma cosa ti è successo? Sei… stravolto…”
Jared si appoggió alla parete, strofinandosi gli occhi – “Devo… devo farmi una doccia Glam…”
“Jay… dimmi cosa ti è successo per favore!” – lo prese per le braccia, sentendo un buon profumo.
“Glam… ho… ho fatto una stronzata…”
“Di cosa parli?”
Lui si divincoló piano, andandosi a sedere sugli scalini, che separavano la sala dal bagno, la testa tra le mani, lo sguardo perso – “Ho fatto sesso con Syria… o l’amore, cioè...”
Geffen gli andó vicino – “Syria…? Jared quella ragazza ti adora…”
“Non volevo prenderla in giro!” – esclamó furioso.
“Calmati, sono sicuro che tu non volevi… Ascolta, dove è successo?”
“A… a casa sua…”
“Credo… credo di essere responsabile, insieme agli altri, di averti spinto a questo…”
“Cosa stai dicendo Glam…”
“Stai andando alla deriva Jared, ma ti rendi conto che le tue azioni potrebbero avere delle conseguenze? Hai almeno usato un preservativo?”
“Ma ti sembra che io vada in giro con… No, no non abbiamo usato un bel niente! Conseguenze!? Forse lei prende la pillola e… ma che cazzo sto dicendo?”
“Per quanto ne so Syria ha dei problemi di salute, ma non ho idea se prenda o meno anticoncezionali.”
“Quali problemi di salute?”
“Dopo il sisma, ha avuto una lunga malattia, una serie di infezioni. Diciamo che grazie all’aiuto di Sebastian è guarita, ma è sempre sotto controllo, perché il suo sangue, i polmoni ed il cuore hanno subito dei danni gravi…”
“Per questo è tanto minuta, mangia poco…Ma sembra stare bene…”
“Sí sta meglio, ora avrá solo una cicatrice in piú.” – replicó severo, dirigendosi verso l’uscita,
“Glam… per favore… non andare via.”
“Purtroppo non posso restare… volevo svegliarti, chiederti perdono e portarti a fare colazione, ma ci sono persone che mi stanno aspettando.”
Jared si alzó mestamente – “Sí… è ovvio…” – disse con voce incolore.
“No che non è ovvio, Jared accidenti!” – gridó a denti stretti, scrollandolo.
“Glam…io non…”
“Piantala di fare casini!” – aggiunse con veemenza, per poi andarsene, sbattendo la porta.


Capitolo n. 18 – gold



Il campanello fece sobbalzare Jared, che corse ad aprire, pensando, con sollievo, che Glam ci avesse ripensato.
“Shan… ??!!”
“Mi fai entrare Jay…?” – il suo sorriso, l’abbraccio che lo seguí, la gioia del fratello, quasi lo travolsero.
Scoppió a piangere e, come un cucciolo indifeso, non riusciva piú a staccarsi da Shannon.
“Sei qui… Shan tu sei qui…” continuava a ripetere, dondolandosi sul suo cuore generoso.
“Sí, non potevo piú rimandare Jared… allora, come vanno le cose?”
“Vieni, sediamoci, ti preparo qualcosa? Ma che volo hai preso?”
“Veramente si tratta di un aereo privato…”
“No… Antonio è qui con te?!”
“Veramente è andato da Glam, ti manda questa.” – e gli porse una busta sigillata.
“Mi ha… scritto una lettera?” – chiese stupito.
“Dice che lui il pc non sa neanche accenderlo con l’accendino ahahahh…”
Anche Jared rise, aprendola – “Ti dispiace se la leggo subito?”
“Fai pure, io penso al caffè, cosa ne dici?”
“Dico che ti voglio un bene infinito Shan…”
“Anch’io Jared… anch’io, non dimenticarlo mai.”

§ Se mi lasciassi prendere dall’incazzatura, ti direi che sei un disgraziato!
Ciao Jared… invece so quanto hai sofferto l’anno scorso e ti chiedo scusa per non avere capito il disagio, che ti stava uccidendo a poco a poco.
Molti di noi devono farsi perdonare da te, che hai dato molto, senza chiedere niente.
Infatti non penso proprio che ti stia vendicando, anzi, ci stai mettendo davanti ai nostri errori, che sono, peró, riparabili, vero ragazzo?!
Ho visto Colin.
È uno straccio.
Lo saprai meglio di chiunque, quanto lui si perda in un bicchiere d’acqua senza di te.
Avró cura che non faccia scemenze, soprattutto con i miei nipotini, ma tu devi tornare.
Se ci girassi intorno sarei stronzo come tutti quelli, me compreso, che ti hanno sopravvalutato… parola errata, ti abbiamo trascurato e per noi era scontato il dono che la vita ci aveva fatto, permettendoci di amarti.
L’amore non è mai scontato.
Quando leggerai questa mia, saró da Glam.
Devo consegnargli del denaro per la fondazione e farci due chiacchiere.
Credo di averti ripreso giá in passato su di lui, ma questa volta voglio sforzarmi di comprendere quanto tu possa amarlo.
Approfitto per dirti ancora una cosa.
Ho cambiato, spero per l’ultima volta, il mio testamento.
A te andrá il sessanta per cento dei miei averi.
A Kevin il trenta ed il resto a quei parassiti dei miei familiari.
Non chiedermi di cambiare idea, perché non lo faró.
Preparati piuttosto a litigare con i loro legali, tanto hai la consulenza gratuita, no? Sto sogghignando, cosa vuoi, ad una certa etá si parla da soli, si ride da soli… Ma non sono ancora rincoglionito!!
Bene, ci vediamo al compleanno di Rebecca.
Se mancherai, manderó l’esercito a prenderti.
Con tutto il mio affetto,
nonno Antonio. §

Jared asciugó ancora una lacrima.
“Ci è andato pesante?”
“No Shan… come sempre è unico…”
“È in ansia, per Colin, per i bambini, insomma siamo tutti perduti senza di te… Vorremmo solo farti capire che aspettiamo il tuo ritorno, ma senza soffocarti… Abbiamo bisogno di te Jared…”
“Anch’io di voi… ma ho bisogno anche di questo ed ho bisogno di Glam, è giusto che tu lo sappia, ma con questo non sto dicendo che ho dimenticato Colin, io lo amo, amo Colin, ma è come se… come se non ne fossi piú capace… è come un blocco o è una voragine, che sto cercando di colmare con il volontariato, con Geffen e…ho tanti nuovi amici…”
“Non avevo dubbi su questo, sei socievole, sei disponibile…E noi ne abbiamo approfittato, anche se eravamo tutti in buona fede.”
“Questo lo so Shan. Lo so.” – tornó a stringerlo, senza piú avere la necessitá di parlare.

Geffen era seduto alla scrivania, contorcendo le mani e sbuffando ad ogni rumore.
Quando Tania gli annunció l’annuncio di Meliti, si piegó, battendo piano la testa sul porta documenti in pelle, poi si alzó per andargli incontro e farlo accomodare.
“Cosa ti porta in questo inferno?”
“Ciao Glam, come stai?”
“Bene…”
“Davvero? Hai un’aria inguardabile! Permesso… Ho portato Shannon da suo fratello, ti ricordi di lui, sto parlando di Jared…” – lo fissó di sguincio, ironicamente.
“Lo ricordo perfettamente.”
“Non avevo dubbi. Senti Glam, qui c’è un bell’assegno per i piccoli…”
“Grazie Antonio… e la predica è compresa nel prezzo?”
“Come no… quanti anni hai? 55 ad aprile?”
“Accidenti, come fai a ricordarlo?”
“Ho buona memoria…Il punto è che sei troppo grande ed hai una tale esperienza di vita, che non credo tu abbia bisogno delle mie romanzine. Che diritto avrei poi di fartele?”
“Stammi a sentire Antonio… Ieri ho detto a Jared di tornarsene da Colin, non cosí esplicito, ma il senso era quello… poi mi sono sentito morire… al solo pensiero che lui scomparisse di nuovo dai miei giorni, perché sarebbe per sempre, dopo quello che è successo… È tutto irrimediabile…”
“Solo alla morte non esiste rimedio, tra persone civili si puó ragionare. E noi siamo qualcosa di piú. Siamo una famiglia.”
“Una famiglia… giá…”
“Stai pensando a Kevin? E fai bene. Fai davvero bene.” – e lo incenerí con un’occhiata quasi spietata.

“Shan non hai bagagli… ma non ti fermi neppure un giorno?”
“No Jared, è stata proprio una missione toccata e fuga…Se vuoi resto e rientro domani o dopo…”
“No… no, hai un compagno ed un figlio stupendi, non trattenerti oltre…non devi…” – il suo respiro si spezzó.
Shan lo stava scrutando con gli occhi lucidi – “Torna… torna insieme a noi Jared…”
Lui non disse nulla.
Shan annuí – “Va bene… va bene, io ci ho provato… Lo scopo della visita non era questo, ma solo farti sapere che io ci sono e che… che ti amo piú di me stesso Jared…”

Lula fece capolino dalla sala giochi alla stanza della merenda, dove Glam stava sistemando scatole di dolci e succhi di frutta.
Con pochi passi arrivó da lui, un gigante, tirandolo per i pantaloni.
“Ehi… ciao soldino di cacio…”
Lula sorrise, facendogli il gesto di abbassarsi con il dito indice.
“Che c’é… hai fatto il voto del silenzio?” – domandó ubbidendo alla sua richiesta, sorridente.
“Daddy devo darti una cosa…” – disse a bassa voce.
“Una cosa?”
“Sí… da zio Jared…”
Geffen aggrottó la fronte – “Ok… dammela pure.”
Lula sorrise, gli cinse il collo, schioccando un bacione sulla guancia di Glam, che strizzó le palpebre, ricambiando quell’attenzione, sulla fronte del bambino – “Sei un tesoro… dov’è zio Jared adesso?”
“Di lá, sta mettendo in ordine i peluches…”
“Capisco…Lo porti tu lo spuntino agli altri?”
“Sí! Sono tutti nel cortile a giocare a pallone… posso farlo anch’io?”
“Ok, ma non sudare troppo...” – e gli passó la cesta, colma di cose buone.

Jared era circondato da sacchi colorati, dove stava dividendo i diversi giochi.
Dava le spalle a Glam, che si avvicinó lentamente.
Lo cinse, dandogli un bacio sulla spalla.
“Glam…grazie…” – si aggrappó a lui, che lo tenne per piú di un’ora sul petto, cullandolo, senza aggiungere altro.



Capitolo n. 19 – gold



Glam stese il plaid a scacchi rossi e blu sulla sabbia, sopra ad una grande stuoia, mentre Jared apriva la cesta, per prendere le stoviglie ed apparecchiare quell’improvvisato pic nic sulla spiaggia, in una caletta riparata dagli scogli.
“Hai visto Glam, che carina quella casetta di legno?”
“Sí, l’ho vista… dormiremo lí stanotte.” – replicó sorridendo, aprendo una bottiglia di vino bianco.
“Cosa…?” – Jared si stupí, schiudendo le labbra in quel modo che apparteneva solo a lui.
Glam lo fissó.
Quindi gli andó vicino, baciandolo.
Appoggió la propria fronte a quella di Jared, chiudendo gli occhi – “Ti amo Jared… e mi ero ripromesso di prendermi cura di te, finché saresti rimasto qui… e vorrei farlo, senza piú litigi, anche se temo sia impossibile.”
“Detesto discutere con te Glam…tu sai quello che sento, quello che… che io provo…” – lo bació a propria volta, stendendosi e portandolo sopra di lui, aprendo la camicia di Geffen, inondando di altri baci e sussulti il suo petto.
Lui ricambió infilando le mani sotto alla maglietta di Jared, che inarcó la schiena, accogliendolo tra le sue gambe.
“A… aspetta… Jared non dobbiamo…è pericoloso.” – si tiró sú malvolentieri, riprendendolo tra le braccia, scusandosi per avere interrotto quel momento cosí intenso.
“Ma… ma non c’è nessuno…”
“È una calma apparente… a dire il vero, ci sono quartieri in questa cittá dove si deve girare armati anche alle tre di pomeriggio…Senti, andiamo nella nostra… capanna, ti piace se la chiamiamo cosí?”
“Ok… mi piace…” – ribatté con un bel sorriso, raccogliendo tutto velocemente.

Owen stava parlando con i fotografi, che avrebbero preparato la brochure di presentazione per la sua personale.
Tomo arrivó in quel momento.
“Ehi benvenuto… eccolo qui, è lui l’artista, ci serve una bella foto in bianco e nero, cosa ne pensi Tomo?”
“Ciao… penso che vada bene.”
“Ok… ok, allora ci serve uno sgabello, un telo per lo sfondo… sú sú ragazzi, diamoci una mossa!” – esclamó battendo le mani, scatenando una chiassosa confusione.
Tomo non amava stare in posa, ma quell’ambiente lo stava divertendo parecchio.
Owen era gentile, ma molto professionale.
Quando si accorse di avere il suo sguardo puntato addosso, Tomo arrossí, coprendosi il viso con i lunghi capelli.
“Carina questa! Ahahahah dai, non coprire questi bei lineamenti…” – lo raggiunse, tirandoglieli indietro, sfiorando il collo del chitarrista – “Per favore… cosí, da bravo…” – disse ammiccante.
Quando tutti se ne andarono, Owen lo invitó per un drink.
“Ma se devi andare a casa…”
“No, posso fermarmi ancora dieci minuti… poi vado a prendere Josh, è a nuoto…”
“Capisco… ecco qui, analcolico per te e… un po’ piú carico per me… salute!”
“Alla tua… anzi, al nostro progetto Owen…” – sorrise.

“Rob hai visto il mio mp3?”
“No amore…te lo fai questo bagno oppure devo supplicarti?” – sussurró, crogiolandosi tra schiuma e paperelle in gomma colorata.
“Togli quelle signorine ed io entreró subito ahahah”
“Ecco qui, tolte!” – le buttó in una cesta, sbarrando gli occhi, per poi inclinare la testa, con un’espressione da cucciolone, come lo definiva sempre Jude, che si decise ad unirsi a lui.
“Apri le gambe Rob…”
“Aww una proposta oscena!!”
“Maddaiii, se no dove mi siedo, è una tinozza questa!”
“Mmmm lo so, tu sei abituato alla Jacuzzi del tuo amichetto irish…” – disse sinuosamente, leccandogli le spalle, dopo che si era finalmente sistemato, appoggiando la propria schiena sul ventre di Robert.
“Smettila… ma quale Jacuzzi...” – ridacchió.
“Scherzi a parte, come sta Colin?”
“Gli ho telefonato, ma non risponde…temo che non sia cambiato nulla.”
“Tu… tu mi lasceresti in una simile agonia, Jude?”
“Non voglio sputare sentenze… istintivamente direi di no, ma bisogna viverle certe situazioni e, pur non approvando Jared, non posso giudicare questo suo momento… avrá le sue ragioni.”
“Sei davvero diplomatico mr Law… mi baceresti ora?”
“Diplomaticamente?”
“In che senso?” – domandó trattenendo una risata.
“Non ne ho idea, ma se ti fa ridere, a me sta bene tutto ahahhaah…” – e senza lasciarlo obiettare, gli prese il viso tra le mani, assaggiando il suo adorabile sapore.

Shannon si infiló sotto alla doccia, era sfinito.
Il caldo di Haiti e la polvere, lo avevano stancato piú del viaggio.
Aprí tutti i getti, godendosi quel momento nel silenzio del suo alloggio.
Quando tornó nel living, il telefono stava suonando giá da un minuto, cosí scattó la segreteria.
“Papá sono io… ti passo Simon… Ciao Shan, guarda che i bambini sono con me, li porto alla End House da Colin, credo che Tomo abbia avuto un contrattempo, comunque gli ho mandato un sms, visto che ha il telefono staccato. Quando senti il messaggio richiama...”
Shan era come intontito, ma poi corse ed attivó il viva voce – “Simon ci sono! Sono a casa… da poco…”
“Oh ciao, tutto a posto?”
“Sí, ma sono stravolto… senti… potresti dire a Colin che ci sentiamo domani, Jared sta bene… beh insomma, è vivo… Mi ripassi Josh?”
“Ok. A domani. Josh vieni, il tuo papá …”
“Acce… papá dov’è mofo papi?”
“Tesoro non lo so… Comunque non si è dimenticato, sará stato trattenuto, ok?” – sembró rassicurare piú sé stesso, che il bimbo.
Si salutarono, poi Shan aprí i messaggi sul tablet, lasciato in bella vista sulla mensola, per leggere il pro-memoria lasciatogli da Tomo.
§ Ciao amore, non so se rientri… lo spero, mi manchi da morire. Verso le quattro sono alla galleria Rice per la mostra…Ti amo. A presto…mofo §
“Rice, ma questo è sempre tra i coglioni!” – sbottó, vestendosi in fretta e componendo il numero del compagno, ma non era raggiungibile.
Afferró le chiavi della moto e scese in garage, per poi uscirne senza quasi guardare se sopraggiungesse qualcuno.
Fortunatamente la strada era deserta, solo il rumore stridente della sua gomma posteriore, dopo un’accelerata violenta e repentina.



Capitolo n. 20 – gold



Owen stava riordinando i documenti, che la sua assistente gli aveva lasciato da firmare su di un tavolo di fortuna.
Era completamente solo.
Si alzó da una sedia in metallo nero, pronto ad andarsene, quando Shan piombó nella sala.
Si fissarono, per un interminabile istante.
“Dov’è Tomo?” – il suo tono oscillava tra il furente ed il costernato.
“Salve… Tomo? È andato via da un pezzo…”
Shan si guardó intorno, vedendo le Polaroid appese ad una bacheca: sotto ad alcune un punto interrogativo e solo ad una un cuoricino, tracciato con un pennarello rosso.
Strappó l’istantanea, puntandola verso Owen.
“Che cazzo significa?!!” – urló.
“Sentimi bene, datti una calmata, è solo un gioco, uno scherzo.”
“Ma io non sto scherzando!!!”
“Se non te ne vai subito chiamo la polizia e non so cosa ti sia messo in testa, perché qui non è successo niente!!” – ribatté con veemenza, mentre un rivolo di sudore scendeva dalla tempia, sino al collo, dove le vene pulsavano.
“Invece a me è chiaro cosa ti sei messo in testa tu, caro mr Rice!” – cosí dicendo gli andó incontro.
Owen retrocesse, scontrandosi con la scrivania improvvisata – “Ma cosa vuoi da me??!”
“Voglio che tu stia lontano da Tomo, hai capito?? Noi abbiamo un figlio, una famiglia, non metterti in mezzo!!” – le sue parole fendevano l’aria, mentre le sue mani avevano afferrato per il bavero Owen.
“Tomo non è una tua proprietá!”
La sua uscita peggioró le cose.
Shan gli diede un ceffone.
Owen rispose con un pugno nello stomaco.
Il batterista dei Mars si piegó tossendo, poi si scaglió su di lui, sollevandolo di peso e sbattendolo sul ripiano, tra depliant, matite e blocchi per appunti.
“Sei solo un frocio di merda!!”
“Frocio… frocio di merda?? Ti sei bevuto il cervello, sei un animale!! Lasciami!!!” – cercó di divincolarsi, ma Shan era piú determinato a dominare la situazione.
I loro respiri si fecero affannosi, Shan si mise a cavalcioni su Owen, bloccandogli le gambe, stringendolo per i polsi, le braccia piegate all’indietro, oltre alla sua testa, che freneticamente si agitava, come i suoi occhi tremolanti ormai.
Improvvisamente le sue iridi azzurre si chiusero, liberando due lacrime e la stessa cosa accadde a quelle di Shan, verdi e lucide, disperate almeno quanto quelle dell’avversario.
Le dita iniziarono ad attenuare la presa, scivolando sui palmi di Owen, mentre i due continuavano a guardarsi, a perdersi.
Shan si abbassó con tutto il corpo, baciando Owen, affondando la sua bocca in quella di lui, che la accolse avida, quasi famelica, come la sua lingua, che esplorava il palato e la gola dell’altro, finché le sue braccia non lo cinturarono, come le sue cosce.
Si strapparono i vestiti, poi Shan lo tiró giú, girandolo e brandendo i suoi fianchi.
“Cristo… scopami… scopami ti prego…”- Owen gemette prima per quella supplica, poi nel sentirlo entrare dentro di sé, con un’unica spinta.
Shan aprí le labbra, cercando ossigeno, mentre quella di Owen si apriva a cercare ossigeno.
Colpi, alternati a sberle su quelle natiche perfette e pallide, morsi mescolati a baci, sulla schiena candida di Rice, che urlava frasi oscene, che coronavano i singulti gutturali di Shan, che stava godendo bestialmente di quell’atto.
Owen inizió a toccarsi, masturbandosi, mentre l’altro lo scopava vigorosamente.
Quando fu sul punto di venire, Shan si ritrasse, provocando un sussulto in Owen, che si ritrovó in ginocchio un attimo dopo, preso per i capelli, che l’altro non lasció finché non smise di venirgli in bocca, invadendo anche quella, deglutendo ed ansimando, mentre l’altro ingoiava e languiva che non smettesse.

Geffen stava in piedi, alla finestra, come ipnotizzato dalla luna piena, che si specchiava nelle onde, che si rincorrevano a metá di quella notte.
Beveva del tè freddo, lasciando cadere qualche goccia sui pettorali, appoggiandosi poi allo stipite, sorridente.
“Glam…Sei bello sai…?”
Jared era raggomilato tra i cuscini e le lenzuola tormentate dal loro amplesso, lo stava fissando da qualche minuto.
“Ehi… credevo dormissi… è comodo il nostro letto?”
“Sí, comodissimo… rimani lí…e non accendere luci…” – si raccomandó, ridendo piano, per poi arrivare a lui, con due falcate eleganti.
Il corpo di Jared era perfetto, sempre allenato, asciutto e virtuoso.
Dapprima accarezzó i capezzoli di Glam, poi li succhió, infine si abbassó, leccandolo sino all’inguine.
“Dio Jared… no… no, non… non devi…” – ma era inutile.
Senza poterlo vedere, precipitato in quell’anfratto sotto al davanzale, Geffen poteva solo a sentirlo.
Abituatosi all’oscuritá, riuscí a scorgere il viso incantevole di Jared, che lambiva e pompava il suo sesso, con le mani e la bocca.
Gli accarezzó i capelli, spostandoli dalle guance madide di sudore, mentre il suo busto si imperlava, gocciolando su Jared, che sembrava esaltarsi ancora di piú per quel dettaglio.
“Tesoro… sto…per esplodere...” – disse quasi contorcendosi, per poi sollevarlo, spingendolo contro il muro – “Prendimi… prendimi Glam…” – lo imploró, cingendo il suo collo, dove affondó un ultimo bacio, mentre Geffen si svuotava nuovamente in lui.




GLAM GEFFEN



JARED LETO