giovedì 6 ottobre 2016

NAKAMA - CAPITOLO N. 78

Capitolo n. 78 – nakama



Quel pomeriggio, sembrò cristallizzarsi nella notizia, che stava rimbalzando da un capo all’altro del mondo, anche grazie ai social, sui quali molti utenti non riuscirono a credere, al reportage di alcune agenzie di stampa.

§ Non sono chiari i motivi del decesso: i paramedici hanno tentato di rianimarlo, sia sul luogo del ritrovamento, sia nel vicino ospedale, dove Robert Downey Jr è arrivato ormai senza vita. Nessuno si è arreso all’evidenza, ma ogni manovra è risultata inutile. Pare sia stato un suo collaboratore a chiamare i soccorsi: i due erano in un alloggio di Santa Monica, di proprietà di Downey, per questioni di lavoro. L’ufficio dell’artista, inoltre, aveva da poco ricevuto una sua chiamata, come testimoniato dalla storica segretaria, Miss. Denise Duncan. E’ nell'appartamento di Santa Monica, che RDJ, come amano chiamarlo i suoi fans, ha avuto un malore improvviso ed una devastante emorragia. Forse un ictus, forse un’ischemia. Il compagno, Jude Law, con molti dei familiari e amici della coppia, è giunto al pronto soccorso, accompagnato dall’ex marito di Downey, Glam Geffen. Entrambi sono sotto shock, così i numerosi figli … Presto vi forniremo aggiornamenti, anche sui dettagli delle esequie, che già si preannunciano in forma strettamente privata. Per ora è tutto, qui Josh Hilton, per L.A. News, a voi studio. §

Mikkelsen spense il tablet, guardando oltre i vetri della saletta di attesa.
Will stava parlando con Geffen, che non si dava pace.

Mads li raggiunse – “Mi dispiace Glam, i nostri colleghi hanno fatto il possibile, devi credermi”

L’avvocato annuì, gli occhi senza più lacrime, in pieno affanno – “Ha … Ha sofferto, secondo te, secondo voi?” – e puntò Graham, ugualmente mortificato.

“No, dal referto, che ho letto, assolutamente no … Direi che neppure se ne è reso conto, ecco …” – e prese sotto l’ala sinistra il partner, come a rassicurarlo.

“Grazie Mads … Vi ringrazio, anche a te Will, per essere qui … Temo che dovrete aiutare Jared … Ha avuto una crisi, così Jude, che non riesce a staccarsi da Robert, là, in quella camera …”

Tra teli imbrattati del sangue di Downey, guanti gettati a terra, confezioni di ferri sterili, aperte e buttate sul pavimento, tutto intorno alla lettiga, dove il suo corpo esanime, diventava sempre più gelido.
Law aveva preso una coperta, da un carrello, avvolgendolo, stringendolo a sé, cullandolo, in un atto di dolore assoluto, che, forse, l’avrebbe fatto morire, di lì a poco, qualcuno arrivò persino a pensarlo concretamente.

Vas quasi irruppe, in quel corridoio, tenendo in braccio Pepe, mentre Peter scortava Lula e Petra, rimasta dal nonno, per l’assenza di Louis e Harry in Messico, per una breve vacanza.

Geffen corse loro incontro, soprattutto per impedire a Pepe di vedere Robert in quello stato.
Così Jude, che il bimbo considerava il suo terzo papà.

Fu inutile.




Colin lo stava abbracciando da dietro, provando a calmarlo.

“Vo volevo farci pace … noi, noi dovevamo parlare, chiarirci, io … io dovevo chiedergli scusa!!” – Leto lo urlò al muro, contro il quale si era appoggiato, in preda ad un’afflizione devastante.

“Tesoro, io credo che Robert sapesse … Lui sa, ci starà ascoltando e” – l’irlandese scoppiò a piangere.
Aveva resistito sino a quel momento.

Jared si voltò, stringendosi a lui, per poi scivolare, singhiozzanti, su quelle mattonelle gelide.

Oltre le finestre, il temporale non aveva ancora abbandonato Los Angeles.




“Lula …”

La voce di Glam era un soffio, senza più forze.

Il figlio, in piedi al capezzale di Robert, diede una carezza alla fronte rilassata di questi, che, sul viso, aveva un’espressione serena.

“Mi dispiace papà … A volte noi dobbiamo avere la forza di lasciare andare chi amiamo …”

Geffen annuì, mentre Jude, fatto sedere da Scott, preoccupato per entrambi, continuava a pregare, alienato e come mai aveva fatto in vita sua, a palpebre serrate.
Per non vedere più, il suo amore, fatto persona, che non respirava più; che non viveva più.

“Io … Noi due, ci siamo lasciati quasi discutendo, Lula …” – rivelò Glam, assorto in mille pensieri, rivolti alle ultime ore.

Pepe, che aveva ripreso a camminare abbastanza bene, si affiancò al fratello maggiore, tenendo per mano Petra, che non aveva proferito parola, quanto il piccolo, dagli zaffiri grandi, come Jared, dai riccioli scuri, come Robert.

“E’ ancora qui …” – disse quel cucciolo, che Downey aveva adorato da subito, prendendo la mano di Lula, che intrecciò infine, con quella rimasta libera, le dita di Petra.

Riunendosi in un triangolo.

Per poi chiudere gli occhi.






Quel tocco sopra la sua spalla destra, lo destò, da un apparente dormiveglia.

Forse non dovrei, ma se solo potesse farmi un autografo, Mr. Downey”

Il suo volto era come in ombra, con alle spalle la luce di un faretto, poi il giovane si scostò e Robert riuscì a vederlo.

“Jesse …” – mormorò quasi impercettibile.

“Mi perdoni, non volevo disturbarla” – replicò lui, in imbarazzo, senza avere capito cosa il divo avesse appena detto.

Intorno il brulicare dei clienti del Dark Blue, la musica dal vivo, la voce di una cantante, un’esordiente molto brava, il sorriso di Brent, poco distante, che sembrava sorvegliarlo.

Downey si strofinò la faccia, aveva bevuto troppo.
Forse.

Qualcuno si affiancò al ragazzo – “Tesoro forse non è il caso di”

“Sì Walt hai ragione” – Jesse si illuminò, dando un bacio a White, incurante di chiunque.
E di Robert.

“Scusatemi …” – tra la folla, ora plaudente, si fece spazio Geffen, accomodandosi – “… ehi Rob, ci riproviamo con questo caffè?” – e ne porse una tazza fumante a Downey, che la sorseggiò, senza smettere di fissare la coppia, impalata davanti a lui.

“Pinkman andiamo, domani ho lezione e anche tu, dai” – un bel sorriso, accompagnò l’esortazione del professor White.

“Ok …” – Jesse sorrise felice.

Era felice.

Se ne andarono, incrociando Law, portato sino a lì da Lula, così come esordì l’inglese, appena ebbe Robert a tiro – “Ho dovuto chiedere a soldino, dov’eri” – ed era teso, in pena.

Glam si sollevò, come un sole all’alba, pensò Downey, guardandolo.

Per un attimo, tutto sembrò andare al rallentatore, finché Robert si ritrovò sul petto di Jude.
L’amore di una vita, stava piangendo.

Di una vita, che aveva appena fatto un passo indietro.


Geffen prese posto alla guida dell’Hummer, mentre Lula salì dal lato passeggero, quando ormai aveva smesso di piovere.

Il legale si guardò intorno: era buio e le luci del parcheggio gli sembrarono per un secondo, quelle dell’ospedale.
Come in un effetto stroboscopico, il riverbero di giallo si rimescolò al blu, dell’insegna del ristorante dei Tomlinson.

L’orologio digitale lampeggiò.

“Avrei giurato segnasse il dieci settembre …” – disse piano, con stupore.

“No papà è l’otto, non vedi?” – soldino sorrise.

“Già …”

Lula si mise l’indice sul nasino e fece una smorfia simpatica – “Non facciamo casino, papi, se no Petra e Pepe si sveglieranno, ok?”

Geffen notò dallo specchietto, che, in effetti, i due bambini stavano dormendo sul sedile posteriore.

“Ma loro, cosa ci fanno qui?”

“Questo è un segreto papà” – rise – “… Andiamo a casa, vuoi?”

“Certo amore … Certo.”




Downey chiese a Jude si alzare la capotta della loro vecchia fuoriserie, quindi, a metà del percorso, verso il loft di Malibu, si sollevò, arpionando il bordo del parabrezza, l’aria ancora intrisa di schegge di pioggia a tempestargli gli zigomi e la fronte, di acqua e sale, ma non importava.

“Ti buscherai un raffreddore Rob, accidenti!” – lo rimproverò Law, ma una strana euforia, gli stava gonfiando il cuore di gioia.

“Non ne morirò, non questa notte!” – esclamò l’americano, poi tornò ad aggrovigliarsi a lui, grazie al divano anteriore.

“Ti amo Robert” – disse intenso il biondo.

“Ti amo anch’io Judsie …” – sorrise, baciandolo sulla stempiatura, adorandola ancora di più.



Se mai fosse stato possibile.



 Pepe



mercoledì 5 ottobre 2016

NAKAMA - CAPITOLO N. 77

Capitolo n. 77 – nakama



“Mi passi la spremuta, Cole?”

“Certo, ecco … Hai fame stamattina tesoro” – disse quasi con sollievo, l’irlandese.

“Stamattina? Diciamo che è quasi ora di pranzo” – Leto rise – “… comunque sì, ho una fame da lupi … A proposito di gente che stava per sbranarsi, come stanno Jude e Robert?” – chiese, addentando una fetta biscottata, ricoperta di miele.

“So che dovevano incontrarsi … Penso che Jude mi aggiornerà a breve”

“Incrociamo le dita, mi sono sembrati di nuovo in crisi”

“Temo lo siano, in effetti”

“Mi dispiace Colin, tra l’altro, con Rob, ci siamo un po’ allontanati, temo per colpa mia, ecco …” – rivelò esitante.

“Per via di Glam?” – bissò sereno il consorte.

Jared annuì, arrossendo – “Voglio recuperare, eravamo così uniti, abbiamo persino lavorato insieme … Certo, secoli fa!” – e ritrovò l’entusiasmo iniziale, su quel buon proposito di riavvicinarsi a Downey.

“E’ bello vivere in armonia, Jay: hai preso la decisione giusta, credimi.”




Il cielo cominciò a piangere, increspando di goccioline il parabrezza dell’auto di Robert, fermo ad un incrocio, quando il suo cellulare si illuminò.

Era Jesse.

L’attore gli aveva lasciato il numero, per qualsiasi necessità, senza fargli alcuna promessa, però, di nuovi incontri.

Il ragazzino non riuscì a parlare, tra un singhiozzo e l’altro, se non salutandolo con un tono strozzato.

“Ehi, ma che succede? Jesse …”

“Ho … Ho litigato con Walt”

“E chi sarebbe?” – Rob sorrise, accostando.

“Il professore di chimica, quello della foto” – Pinkman iniziò a calmarsi.

“Ah sì, il burbero … Per un brutto voto?” – chiese paterno.

“No … Magari … No, è una storia davvero diversa e … e penosa, me ne vergogno a morte” – confessò più lucido, al riparo sotto una pensilina, alla fermata del bus.

“Dove sei, vengo subito a prenderti, ok?”

“Non volevo disturbarti, Robert, mi sento così … Così inutile” – e ricominciò a piangere, più dignitosamente.

“Questo non è vero e lo sai Jesse, ma adesso dammi l’indirizzo, avanti, sono già per strada” – insistette caparbio.

“Ok … Davvero arrivi?”

“Promesso.”




Il motel era piuttosto isolato.
Reedus si guardò intorno, dopo avere ricevuto l’ultimo sms da quel tale Morgan.

§ Camera 403 … §

La struttura era fatta di villini, ognuno con tre appartamenti, almeno così sembrò a Norman, che si avvicinò al blocco 400.

JDM doveva essere lì, ma non c’erano altre auto o moto, oltre alle loro, una Mustang e una HD, appunto.

L’ex sbirro non voleva di sicuro prenderlo di sorpresa, ma unicamente affrontarlo e chiedergli spiegazioni, sul perché conoscesse Paul, dimenticandosi quel dettaglio dei soldi, particolare passato in secondo piano, annullato dalla sua gelosia, in realtà.

Fu così, che, ingenuamente, Reedus ricevette un bel colpo alla nuca, appena attraversato il patio, antistante le porte di ingresso agli alloggi.

Da non credere, per uno con la sua esperienza.
Chissà Chris quanto avrebbe riso, se mai glielo avesse raccontato.
Un giorno.




Robert aprì la blindata, digitando un codice, sulla tastiera, inserita nello stipite in acciaio tinta verde acqua: era un loft a concezione domotica.

Ogni cosa si attivava a comando vocale.
Era divertente, pensò, stranito, Jesse.

Trovarsi lì, insieme a Robert Downey Jr, a Santa Monica, dove il sisma aveva provocato danni minimi, sembrò allo studente, un ulteriore sogno ad occhi aperti.

Downey sorrise, facendo strada e mostrandogli quella casa, dove nessuno era stato mai.
In un’epoca non troppo lontana, il divo più pagato e amato di Hollywood, ebbe la mania di acquistare numerose proprietà, per investimento, ma anche per noia.

L’appartamento in questione, era una di queste.

“Ce l’hai la patente, Jesse?”

“Sì …”

“Allora dovresti darmela per qualche minuto”

“Ok …” – e gliela porse, estraendola da un portafoglio, che un tempo doveva essere stato un oggetto prezioso, ma ora, risultava assai rovinato.

Robert fece un paio di foto, poi compose un numero.
Era quello della sua segretaria.

“Ciao Denise, tutto a posto? I bimbi? Ok … Senti, ti invierò via e-mail un documento di identità, dovresti redigere un contratto, ho un nuovo assistente; fammi una cortesia, aprigli anche un conto corrente, dove accrediterai lo stipendio mensile … Sì, bene, fai emettere una carta di credito e un bancomat, ovviamente, mandando il tutto a questo recapito, lo vedi sul localizzatore, dove sono ora, giusto? Si chiama Jesse, abiterà qui, è un benefit” – e rise, avvicinandosi al davanzale, mentre Pinkman, immobile al centro del living, aveva persino smesso di respirare.

“Sì, certo, ma fai contabilizzare già cinquemila dollari, perché è in prova da quindici giorni e l’ha superata” – lo guardò – “a pieni voti … Perfetto, ti ringrazio, ci aggiorniamo domani, per gli appuntamenti settimanali, stammi bene” – e riattaccò, azzerando poi la distanza, tra sé e Jesse.

“Sia chiaro: io non ti sto comprando o corrompendo, io ti sto aiutando, ok?” – disse serio.

Pinkman annuì tremando.

Durante il tragitto, il ragazzo aveva detto tutto a Downey: di White, della droga, della sua disperazione, perché Walt non riusciva ad amarlo.
Come lui, del resto, lo amava.


“Io non merito nulla di tutto questo, Robert”

Il moro, gli diede una carezza, calda, partecipe – “Tu ci sei stato, Jesse, quando il mio mondo crollava”

“E’ … è stato un caso” – e sorrise, i topazi lucidi.

“No, è stato bellissimo” – e lo prese a sé.

Si baciarono.

Il mondo, là fuori, poteva anche finire.




L’ambiente sapeva di disinfettante.
Di sicuro, le pulizie erano state fatte da poco, pensò Norman, risvegliandosi, nella penombra di un ambiente sconosciuto.

Era legato ad una sedia e mezzo nudo.

Quel JDM, gli aveva lasciato addosso unicamente i jeans.

Reedus si sentì un imbecille, ma ebbe un sussulto, appena si accorse di lui.

“Jeffrey Dean Morgan … Tu?!” – ringhiò.

JD rise, sulla soglia della camera da letto.

Era in accappatoio, forse si era fatto una doccia, aveva i capelli bagnati, notò lo sbirro.

“Quante volte mi hai arrestato, tenente?”

“Una sola, ma mi è bastata”

“Solo perché ti ho preso a calci nelle palle? Per questo ti ricordi il mio nome? Puoi chiamarmi JD, comunque, del resto Rovia lo fa da quando ci siamo incontrati” – e rise ancora più forte.

“Cosa cazzo vuoi da me, da noi?!!” – esplose.

Morgan si inginocchiò tra le sue gambe, dopo una camminata lenta.

“Da … Voi? Ah intendi, da te e Rovia? Quella puttanella, già … Me lo sono fatto appena messo piede fuori dalla galera e pensa, lui non ha opposto resistenza, anzi”

“Dici solo delle stronzate!! L’avrai come minimo aggredito e poi ricattato! Con cosa, delle foto, una video?!”

“Accidenti, non ci ho neppure pensato, avrei dovuto farlo ahahah … Ma no, il denaro me l’ha dato a gentile richiesta e non solo quello” – e si umettò le labbra – “… non so se mi spiego, piedipiatti” – e gli fece persino un occhiolino, per provocarlo ulteriormente.

“Non ti crederò mai, quindi fottiti!”

“Veramente ho altri progetti, Norman …” – e gli accarezzò linguine.

“Smettila!” – e si dimenò, facendosi solo male ai polsi e alle caviglie.

Quei nodi erano stretti.

“Non mi crederai nemmeno, quando ti dirò che ti ho pensato un casino, dopo che mi hai fatto ingabbiare, per quella partita di cocaina, a San Diego, però te lo voglio raccontare lo stesso, che mi costa? Ho sempre detestato la mia diversità, ci ho quasi ammazzato la mia prima moglie, quando se ne rese conto e mi prese in giro, a te posso confessarlo” – e sorrise inquietante – “… tra noi ci capiamo … E poi Rovia mi ha fatto capire che non facevo poi così schifo, come diceva lei”

“Paul era … Era in cella, insieme a te, quindi …”

“Io l’ho protetto, l’ho salvato, altrimenti sai cosa ne sarebbe rimasto di quel pulcino bagnato?” – e sorrise caustico, mentre armeggiava con la sua lampo.

Reedus chiuse le palpebre, come se fosse sufficiente ad uscire da quell’incubo.

Anche se il dopo barba di JD lo stava confondendo.
Inabissando.

“Ora ti riserverò un trattamento speciale … A Rovia non l’ho mai fatto … Non si può dire il contrario, certo, di lui, a me” – e, dopo avere giocato con l’erezione del suo prigioniero, la inghiottì, capace, come neppure credeva di essere.

L’addome di Reedus si infiammò, di contrazioni e piacere.

“No … ti … ti prego JD”

“Fai il bravo e ti lascio andare, giuro … ti lascio tornare dai tuoi, dalle tue principesse, non torcerò un capello a nessuno … A nessuno, se farai ciò che voglio, ok?” – gli ansimò nel collo, dopo averlo liberato solo in parte, per farlo alzare, i polsi ancora bloccati dietro i fianchi ormai nudi, come il resto di Norman.

C’era qualcosa, in quell’avanzo di galera, in grado di annebbiare i suoi sensi, vanificando anche un minimo accenno di ribellione, da parte dell’ex tenente, ormai addossato alla parete, contro la quale JD cominciò a scoparlo.

I ricordi dell’abuso, subito da Hemsworth, riaffiorarono, vividi e scomodi, nella mente di Reedus.
I morsi tra le scapole e le spalle, sarebbero scomparsi, mentre tutto il resto, era destinato ad imprimersi in lui, come accaduto con Chris.

Indelebilmente.






Lo sguardo di Jesse, era il cielo, di quella stanza, adesso.
Il temporale, là fuori, era divenuto tempesta.

Gli avventori dei locali, sulla costa, erano corsi all’interno.
Anche Geffen, con Pepe e Lula, lo fece, mentre aspettava che Jude, si aggregasse a loro.

Robert non poteva immaginarlo, che gli uomini della sua vita, stavano per incontrarsi, per stare con i bambini, dopo il primo giorno di scuola.

Lui, non ci sarebbe stato.
Lui, stava facendo l’amore con un ragazzino, che poteva essere suo nipote.
Ma che importa?
A nessuno, era mai davvero importato qualcosa di lui?

Di sicuro stava sbagliando, a nascondersi dietro ad un cinismo, che non gli apparteneva o, meglio, dentro ad un corpo, che, generosamente, lo accoglieva, senza chiedergli niente.


Law portò i cuccioli a scegliersi il menu su di un tabellone elettronico, mentre Glam provava a chiamare l’ex, per favorire una riconciliazione, dal sapore amaro.

Nessuna risposta.

Arrivò anche Jared, con Syria, abbarbicata a lui, dentro ad un marsupio.

Erano meravigliosi.
Pensò Geffen.
Dimenticandosi di Robert.


Robert che respirò più forte, dopo essersi svuotato in Jesse, ritirandosi, poi, come un’alta marea.

“Dio che caldo …”

“Ti prendo da bere Rob …”

Downey sorrise.
Magnifico.
Nei suoi anni, nel fisico ancora tonico, compatto, dandogli poi una carezza, in un gesto colmo di tenerezza.

“Tu … Tu stai bene?”

“Sì Robert … Vado, ma torno subito”

“Ok …”

Jesse Pinkman gli sembrò come un folletto, nello sgusciargli via, tenero, felice.

Felice.

Jesse Pinkman tornò subito.

Jesse Pinkman, che quasi certamente, sarebbe stato ricordato per avere ritrovato Robert Downey Jr, riverso, senza vita, in un letto, di una casa non sua, con rivoli di sangue, precipitati dal suo naso e dalla sua bocca, sino a inzuppare il cuscino, sopra al quale, uno dei volti più noti del mondo dello spettacolo, sembrava essersi addormentato.

Per sempre.

Il cielo, là fuori, non aveva mai smesso di piangere.











lunedì 3 ottobre 2016

NAKAMA - CAPITOLO N. 76

Capitolo n. 76 – nakama



“Papi Rob!”
La vocina di Pepe echeggiò dai cancelli della scuola.
Geffen lo lasciò andare, affinché raggiungesse il genitore, in fondo al viale, dopo che Downey era sceso dall’Audi, parcheggiata decentemente, questa volta.

L’attore si inginocchiò, arridendo all’abbraccio del piccolo, molto eccitato per il suo primo giorno da scolaro, in un istituto nuovo di zecca, dopo che quello tradizionale, frequentato dai bimbi della famiglia, era andato distrutto, a seguito del terremoto.

Insieme a lui, Downey si avvicinò all’ex, con aria serena – “Buongiorno Glam”

“Ciao Robert, tutto bene?” – chiese guardandosi in giro.

“Sì, certo”

“Temevo non arrivassi” – e lo fissò.

“Non sarei mancato per nulla al mondo e lo sai” – replicò senza perdere il suo buon umore.

Pepe si aggregò, nel cortile, agli amichetti di Lula, mentre questi non badava alla loro conversazione.

Geffen prese un lungo respiro – “Manca poco alla campanella, devo andare in studio, rimani tu?”

“Nessun problema”

“Potremmo vederci più tardi, ti porto a pranzo Rob, che ne pensi?” – propose, ritrovando il sorriso.

Downey lo guardò, intenso, facendogli così tremare il cuore.

“Tu ed io, Glam, dovremmo smetterla di dirci quanto ci amiamo e”

“Succede perché è vero, almeno per me!” – lo interruppe brusco.

“Non ha molto senso, visto che mi sono risposato con Jude”

“Ciò non toglie, che tu avrai sempre un posto speciale nella mia vita, non solo per nostro figlio” – argomentò deciso.

Robert gli diede una carezza sul volto.

“Perché ti senti ferito dai miei sbagli?”

“Ti riferisci a quel ragazzino?” – bissò aspro.

“Anche tu hai avuto un debole per Louis e non solo, quindi non rimproverarmi a vanvera, ok?” – obiettò più serio.

“Ma certo, io sono quello sbagliato, Robert, con tutti ed ogni volta che mi permetto di fare un’osservazione o un rimprovero, come dici tu, passo sempre per il da che pulpito! della situazione!”

Downey abbassò lo sguardo, compostamente – “Ti ringrazio per l’invito, ma devo vedere Jude …”

“Tu non mi devi niente, hai ragione: né spiegazioni, né scuse, anche se mi ha offeso, vederti così prodigo di attenzioni e così rammaricato, nei riguardi di quel poppante”

“Ha 22 anni”

“Potresti essere suo nonno! E questa è una battuta riciclata, una delle tue, sul sottoscritto!” – ringhiò ferito.

“Ci stanno guardando Glam” – disse sotto voce l’artista.

“Oh sai che mi importa?! Un benemerito cazzo!” – e se ne andò, non senza passare a salutare i figli, abbozzando una disinvoltura davvero forzata.




Era faticoso e scomodo.
Faceva male, per giunta, in molti punti, del corpo e dell’anima di Jesse, lasciarsi impalare in quel modo, dalla virilità invadente di Walter White.

Il giovane arpionò, gemendo, la testata del letto, una semplice sbarra in ottone lucido, liscia, come la sua pelle, che il professore, egoisticamente, brandendone una porzione abbondante all’altezza dei fianchi, non esitava a fare ondeggiare su di sé, elevando il corpo esile di Pinkman, per poi farlo precipitare.

In ogni senso.

Lo teneva in pugno, con delle anfetamine, che a Jesse servivano per stare sveglio, rendendo più che poteva, per arrivare alla laurea, assicurandosi quel master, tanto agognato, ma inaccessibile economicamente, per lui.
Quindi, doveva ottenere il massimo dei voti, ad ogni costo.

White era un insospettabile spacciatore, ma, anche peggio.

Lui, quella merda la fabbricava nello scantinato del villino, dove adesso stava scopando Jesse Pinkman.

In fondo, pensava ogni dannata volta White, il caro Jesse era solo un drogato, non certo uno studente modello, trasformandosi, così, nella nemesi di sé stesso.

Per non pensare ad altro, riguardo a Pinkman.





La vibrazione avvisò dell’arrivo di un sms.
Paul dimenticava il cellulare ovunque.
Un’abitudine, che, quel mattino, divenne portatrice di guai, a sua insaputa.


Norman rise, accorgendosi che il Samsung del compagno, era finito, questa volta, sotto ai cuscini, in fondo ai piedi dell’ex sbirro.

Invadere la sua privacy non era corretto, Reedus lo sapeva bene, però la curiosità, lo fece cadere.

§ I soldi li ho presi, ma vediamoci un’ultima volta, non ti chiedo altro, giuro … JDM §

Norman aggrottò la fronte, sentendosi rabbrividire.
Doveva scoprire chi fosse questo tizio, perché di sicuro era un uomo, su ciò non aveva dubbi.

§ E dove, sentiamo? § - scrisse velocemente, il cuore in gola, mentre Paul faceva la doccia.

§ Me ne sono andato dal motel, non pensavo di … Tu non hai un posto, Rovia? §

§ No §

§ Ok, allora al Finning Inn, sulla quattordicesima, è qui davanti a me, ora prendo una stanza, ok? Ti mando il numero e tu vieni qui, da zio Morgan § - e tante faccine sorridenti, alcune con l’effige del diavolo, a seguire.

Reedus si ossigenò, le palpitazioni, che lo stavano soffocando.

§ Ok, esco adesso, mandami il fottuto numero … arrivo, ciao §

§ Bravo il mio teppistello, allora ti manco un po’? § - ancora emoticons, linguacciute e non.

Norman non scrisse più nulla.
Era già in sella alla sua HD, dopo avere urlato a Paul, che doveva correre a portare le bimbe a lezione.
In realtà se ne sarebbe occupata Sara, ma Rovia non poteva saperlo.
Di lei, il giovane, voleva sapere il meno possibile.




Le ante della cabina armadio stavano cigolando da almeno dieci minuti.
L’assalto di Farrell, tra le gambe muscolose e magre di Jared, sbattuto contro quei legni avorio dorato, aveva avuto pieno successo.

Colin non aveva mai smesso di baciarlo, durante l’intero amplesso e ora, che l’orgasmo li stava travolgendo entrambi, non sapeva se ridere o piangere.
Percepiva il compagno di nuovo in simbiosi completa, assoluta; non accadeva da tempo.

“Ti amo Jay, ti amo come un pazzo” – gli ringhiò nel collo madido, quanto il resto di loro, sulle ultime spinte.

Il leader dei Mars lo guardò, improvviso – “Ti amo Cole”
Infine crollarono sulla moquette, tinta miele, aggrovigliati e sazi.

Farrell gli sussurrò qualche complimento sconcio, così, per farlo ridere, poi divenne più serio.

“Facciamo un viaggio Jay” – gli accarezzò il ventre – “… facciamo ancora tanti bambini” – e rise gioioso.

Jared arricciò il naso, dandogli un bacio leggero – “Credo sia l’unica cosa, che io non sono mai stato in grado di darti” – mormorò assorto in pensieri legati, forse, alla recente visita della Curus, di sicuro tristi.

L’irlandese scosse il capo spettinato – “Tu hai fatto molto di più e lo sai”

“No, non lo so, Cole, dimmelo” – e sorrise limpido.

“Tu mi hai donato la presenza, la certezza, la volontà, di non arrenderci, uniti, durante il percorso di ognuno di loro: da solo non ce l’avrei fatta ed è la pura verità”

Leto si commosse, tappandosi la bocca con la mano sinistra, appendendosi, poi, con uno slancio, alla metà del suo cielo: in altro modo, Jared, non avrebbe saputo definire Colin, che lo stava cullando, al suono dolce dei loro respiri – “E sono cresciuti benissimo, i nostri angeli, tesoro”

“Lo sono per davvero e ci hanno salvati in così tante occasioni, vero?”

“Vero” – e Farrell sancì la sua convinzione, con un bacio, dei suoi.
Profondo e toccante.




“Ne dai una anche a me, Jude?”

Law si voltò di scatto, dopo essere stato, sino a quel momento, appoggiato alla balaustra in acciaio, in un tratto semideserto, lungo l’oceano.

“Certo” – e gli porse una sigaretta, provvedendo ad accendergliela.
Downey custodì per un attimo, la sua mano tremante, tra i palmi caldi, senza guardarlo.

“Grazie … E’ tanto che aspetti?” – chiese il moro, scrutando l’orizzonte, denso di nubi.

“Ti ho aspettato una vita, Robert, minuto più, minuto meno, cosa cambia?” – e sorrise, provando a smaltire la tensione.

Il più anziano rise, schiacciando la Camel sotto la suola delle scarpe italiane – “Hai la battuta sempre pronta, sei un vero attore, non potrò mai rinnegarlo” – e lo puntò, severo.

Law deglutì a vuoto – “Come sta quel … Quel, come si chiama?”

“Si chiama Jesse”

“Ecco, appunto, Jesse, come sta il suo naso?” – provò persino a scherzare, ma l’altro non ne aveva alcuna intenzione.

“Riuscirà a sopravvivere … Un po’ come noi, no?”

“A cosa, Rob?”

“Ai nostri casini, al nostro prenderci in giro, a quanto pare, anzi, perdona la franchezza, al modo in cui tu, lo fai, con me, da sempre” – affermò rigido.

“Ho avuto una debolezza e tu mi hai ripagato con la stessa moneta, ok? Possiamo voltare pagina e andare avanti?” – reagì con disperazione.

“No … NO, Jude, non funziona così, perché è squallido e finiremo per peggiorare!”

“Cosa intendi?”

“Intendo dire che diverremo ridicoli, presto o tardi, nelle nostre fragilità, in cerca di conferme, di rivalsa, finendo per carpire l’innocenza, di chi non ci merita affatto!”

“Come quel Jesse?” – domandò quasi con stupore.

“Vale anche per Taylor, senza contare che lui aveva dei progetti con Richard e tu li hai quasi mandati a puttane, con il tuo comportamento inscusabile!” – ribatté affranto.

“Non è successo niente a patto che tu e Glam”

“Glam e io cosa?! Ricky è suo figlio!”

“Ok Robert, d’accordo, non dovevo tirare in ballo Glam” – e provò ad avvicinarsi, inutilmente.

“Non toccarmi”

L’inglese inspirò, sconvolto – “Per una cosa. a Glam, devo dare ragione: come abbiamo fatto a ridurci così?”




White lo aveva girato e ripreso, fatto rinascere e ucciso, a scoparlo in quella maniera, quasi rabbiosa.
Per quale motivo, Jesse, non riuscì a capirlo; non subito.

Infine, Walt, gli crollò sopra, esausto, il fiato spezzato.

Pinkman, timidamente, lo avvolse, con le sue braccia scarne, ma toniche.

White sollevò il capo, guardandolo.
Jesse gli diede un bacio.

“Ma cosa diavolo fai, smettila con queste stronzate!” – e si ritrasse, disincastrandosi da lui, che, con un gemito estremo, si rannicchiò in posizione fetale, sul fianco destro; non voleva più nemmeno guardarlo.
Il prof, odiosamente, lo aveva umiliato così tante volte, che Jesse aveva perso il conto.

“Eccoti la tua merda e poi non sono un cretino, sai?!” – sbottò l’insegnante, gettando tra le lenzuola un blister, mentre si infilava una vestaglia piuttosto ridicola eppure a lui stava bene, pensava sempre il ragazzino, dagli occhi di ghiaccio.

“Cosa cazzo vuoi adesso?!” – e fu come ribellarsi, per Jesse.
Finalmente.

“Da chi ti sei fatto scopare, prima di me? Ti vendi anche per pagarti l’affitto o cosa? Hai forse un fidanzato?” – e ridacchiò, stranito – “Poveraccio, dovresti dirgli che ti fai sbattere da chiunque!”

Pinkman balzò in piedi, rivestendosi alla svelta, infuriato, come non mai.

“Esistono uomini fantastici, là fuori e uno si è accorto di me, se proprio vuoi saperlo White!” – esplose – “In suo confronto, tu sei lo schifo puro, hai capito?!”

Gli arrivò un ceffone.

Jesse, si ripromise, che, da Walter White, sarebbe stato l’ultimo.