lunedì 9 febbraio 2015

LIFE - CAPITOLO N. 89

Capitolo n. 89 – life


“Chiudi gli occhi Glam e pensa a qualcuno, che vorresti qui, ora, al posto mio …” – Hiroki glielo disse piano, con un sorriso – “… Non importa … Non è mai stato importante, non esserlo, per qualcuno, che non ci ama, ma al quale si vuole bene, come io a te” – e si lasciò trafiggere, a cavalcioni sopra le gambe di Geffen, immersi nella vasca idromassaggio.

Gli incensi, che il ragazzino accese un po’ ovunque, avevano un odore strano, che intorbidiva i sensi e la visione circostante, che l’avvocato percepiva, mentre Hiroki ondeggiava su di lui, esperto, sensuale.

Si baciarono, guardandosi.

Glam lo accarezzò, premuroso ed Hiroki si commosse, arrossendo, mentre veniva, tra bolle azzurrognole ed una schiuma sottile e biancastra.

Il maturo amante, volle farsi più partecipe, di quel dolcissimo supplizio carnale: brandì i glutei sodi e minuscoli del giovane, ergendone il busto, per portarselo alle labbra, all’altezza del suo ombelico ben disegnato ed ornato da un tatuaggio a forma di fiore.

Un fiore del deserto.
Fatto di sabbia incendiata dal sole e vento, carico di profumi.

Un luogo lontano, perduto nei sogni.

“Lo sapevo che ci saremmo persi Cole ed i cavalli hanno sete, accidenti!”
Leto inveii, spronando il suo destriero bianco, nella direzione opposta, a quella intrapresa dall’irlandese, che scoppiò a ridere.

“Ma sei sempre così melodrammatico, Efestione?!”

“E piantala, non stiamo girando!” – sbottò, dandogli ormai le spalle.

Farrell lo seguì, ridacchiando molesto – “Ho capito, hai le tue cose signorina”

Jared si bloccò, puntandolo irritato – “Se non la smetti con queste battute del cazzo, ti spacco la faccia, giuro!”

Il moro, in quel periodo biondo per ragioni di scena, si ammutolì – “Ti chiedo”

“Ma vai al diavolo!” – e partì al galoppo, allontanandosi.

“Ehi aspetta!”

La radura, dove si fermò finalmente, al cantante sembrò un vero miracolo.

Quando sentì il bip del navigatore dell’altro, Leto si innervosì nuovamente.

“Tu già lo sapevi, vero?” – domandò asciutto, facendo abbeverare l’animale, con molta delicatezza nei gesti.

Era bellissimo.

Colin lo stava fissando da cinque minuti buoni.

“Certo, non metterei mai a rischio la tua vita Jay …”

“Come se adesso ti importasse qualcosa di me …” – mormorò sconfitto.

La sera prima, come spesso accadeva, Farrell era rimasto a fare le ore piccole in un club, poco distante dall’hotel, dove Jared lo aspettò inutilmente sino quasi all’alba, per poi vederlo rientrare con un paio di ragazze, fradice di alcol quanto lui.

“Guarda che non è successo niente” – precisò il nuovo Alessandro Magno, di Oliver Stone, immaginando a cosa stesse pensando il suo splendido interlocutore.

“Lo credo bene, eri fatto di vodka e cocaina, ovviamente” – bissò severo.

Farrell annuì – “Non ne esco se non mi aiuti, pensavo di avertelo già detto Jay”

“Io ci ho provato” – e le iridi blu zaffiro, avvamparono di rammarico e lacrime, perché la rabbia era troppa

“So che l’hai fatto e so anche di averti ferito”

“Mi hai picchiato, non dovrei neppure più rivolgerti la parola e solo perché avevo buttato quella merda nel posto dove deve finire, nel cesso, miseria schifosa!”

Colin azzerò la distanza, stringendolo forte a sé, stavano singhiozzando entrambi e mescolare quegli ansiti di afflizione ed amore, divenne qualcosa di terribilmente speciale, per loro.

“Ti amo Jared …”

“Anch’io, pezzo di idiota che non sei altro” – e lo scrutò triste.

Farrell sorrise, poi si baciarono.
A lungo.




“Jared …”

“Ciao Glam, buon Natale” 

Il suo volto era sereno, Geffen ne rimase colpito, schiudendogli le porte a quel luogo quasi segreto.

“E’ una parte della tua casa, che non ho mai visto … Posso?”

“Certo Jay, accomodati pure ed auguri anche a te” – lo strinse lieve, premuroso, ma a disagio – “… Non sono da solo”

Hiroki spuntò con un vassoio, carico di tazze e biscotti, con addosso una tuta bianca, simile a quella di Geffen, che abbozzò un sorriso – “Ti ricordi di”

“Hiroki, sì certo” – lo interruppe Leto, andando ad abbracciare il giovane.

“Ciao Jared, come stai? Hai fame, qui ce n’è per tutti”

“Sì, vedo, però vorrei rimanere un po’ con Glam, magari in spiaggia, per una passeggiata, se ti va” – e si rivolse al legale.

“D’accordo … Mangerò più tardi Hiroki”

“Nessun problema” – e sorrise, senza lasciare trapelare alcuna emozione sgradevole – “… Posso tenere compagnia ai bimbi?”

“Sì, sì certo” – si affrettò a dirgli Geffen, dopo avere infilato calze e scarpe, pronto ad uscire con Jared, che si era già avviato, senza aggiungere altro.




I lunghi capelli del leader dei Mars, danzavano nel vento.

Lui e Glam avevano percorso un breve tratto, sulla battigia, ascoltando i rumori circostanti, tenendosi per mano, finché non si allacciarono, avanzando di poco, sino a fermarsi, speculari, a fissarsi.

Leto deglutì a vuoto, poi schiuse di poco le labbra, che Geffen stava scrutando, come in attesa, di una sentenza probabilmente.

A ciò che aveva fatto o meglio, all’esatto contrario.

“Volevo esprimerti il mio rammarico per come è finita, tra te e Robert” – esordì l’artista, come se stesse recitando un copione, fatto di compostezza e scarsa sincerità, in netto contrasto.

Fermi con le mani in tasca, adesso, ma Glam cercò con esse altri spazi.

Spostò le ciocche, ai lati del viso di Jared, che si dimenticò di respirare.

“Ho fatto i miei passi, mi sono assunto le responsabilità, che finalmente volevo, però era tutto sbagliato, a quanto pare Jay” – replicò serio, senza smettere di sfiorarlo ed intossicarlo con l’aroma di dopobarba, di cui sapevano le sue dita calde e forti.

Geffen era questo: una roccaforte, forse immersa, con le fondamenta, nell’argilla, ma dura ad affondare.
Ad arrendersi.
A morire.

“E non ti sembra uno spreco, ora? Un sacrificio inutile?”

Geffen sorrise a metà – “Ne ho fatti parecchi, uno più, uno meno, ne è valsa comunque la pena”

“Tu lo ami?”

“Amerò Robert e non solo perché abbiamo un figlio insieme. Con Kevin abbiamo perduto questa gioia, ma non ciò che ci lega, è palese ed ogni giorno suona più insistente al mio cuore, questa convinzione”

“E di me, cosa ti resta, Glam?” – domandò emozionato.

“Tu …” – chiuse le palpebre, sature di lacrime – “Sempre.”




Pamela andò loro incontro, un po’ trafelata.

“Ehi nina, che succede?”

“Ciao Glam, Jared …” – la donna esitò per un istante – “… E’ arrivato Sebastian, da Haiti e non è solo”

“Tuo fratello? … Non lo aspettavamo”

“Infatti, però è importante, c’è con lui una persona, una signora anziana, che vuole parlarti Glam: dice di chiamarsi Alaysa.”




Downey scartò il regalo di Jude con una certa impazienza.

“Ma cos’è …?” – mormorò assorto, aprendo una scatola, con stampata sull’involucro, una loro foto dal set di Holmes.

“E’ qualcosa che si può ricomporre e … scomporre, ma io mi auguro non avvenga mai più Rob” – e gli diede un bacio nel collo, seduti vicini sul tappeto, davanti al caminetto scoppiettante.

La casa di Sadie era un rifugio per Law.
La sua prima moglie lo aveva sostenuto in passato ed in molteplici occasioni, anche nella sua relazione con Robert, al contrario di Sienna Miller, che provò anche ad ostacolarli, inutilmente.

“Un … puzzle?” – esclamò il moro, notando che i pezzi, corrispondevano all’immagine del coperchio.

“Sì … E’ una moda del momento, sì insomma, forse più per ragazzini o bimbi” – e rise, solare, magnetico, nel suo pullover troppo leggero e scollato, tinta avorio, che lasciava trapelare il suo busto villoso, nonché il suo profumo speziato, dono del ritrovato compagno.

“No, no, è splendido Jude, è … è nostro” – e lo baciò intenso, commosso.

Appena si staccarono, Law fece aderire le loro fronti, in un connubio, capace di escludere qualsiasi forma dell’universo – “Dio non mi sembra vero Rob, che nessuno mi svegli, se questo è un sogno”

“Io non lo farò … Ci sveglieremo insieme e ci accorgeremo che è stato tutto vero, ok?” – gli sussurrò dolce, abbracciandolo con vigore.

“Ok … Che ne dici, proviamo a farlo? Io sono una frana, ma tu mi aiuterai, vero?”

Downey annuì, segnandogli con i pollici, gli zigomi arrossati.

Rovesciarono quindi il contenuto ed iniziarono ad assemblarlo, scherzando su quel periodo, ricordando alcuni aneddoti, come del resto capitava ad ogni Natale.

Una splendida abitudine ritrovata.
Per loro.




Era anziana, la carnagione bruciata dal sole di Port au Prince e dal trascorrere del tempo.

Le falangi asciutte di Alaysa scorsero i tratti somatici di Geffen, in piedi davanti a lei: era completamente cieca.

“Da quando avevo dodici anni, ma ciò non mi ha impedito di avere sei figli, sa?” – spiegò attenta al suo sembiante – “… Una di loro, era la madre di Lula e Josh” – puntualizzò, prendendo un lungo respiro, per poi tornare ad accomodarsi.

Geffen impallidì.

“E lei, Glam, è come soldino l’ha sempre descritta: forte, invulnerabile”

“Come fa a sapere come lo chiamavamo?” – chiese con un filo di voce il legale.

Kevin era alle sue spalle e stava tremando, sorretto da Colin, mentre Jared si era addossato ad una parete, sbigottito quanto il resto dei presenti.

“Lui parla con me” – sorrise.

“Dal mondo dei morti?”

“Morti …?” – sussurrò con stupore.

“Lula non è più con noi, forse lei non poteva saperlo”

Alaysa sorrise – “Se così fosse, lui non potrebbe parlarmi”

Geffen scosse il capo – “Vorrei poterle credere, ma l’ho seppellito più di un anno fa, dopo l’attentato alla mia Fondazione, forse ne avrà sentito parlare”

Alaysa artigliò il proprio bastone da passeggio, puntando l’uomo dalla poltrona, dove si era seduta, nel suo abito multicolore – “Quando uno di noi muore, non può mettersi in contatto con chi lo ha generato o con i suoi parenti, come me”

“Vede” – e gli si avvicinò pacato, inginocchiandosi ai suoi piedi – “… Lula è rimasto con me, in un certo senso, per mesi: tutti lo vedevano, ci parlavano, come se esistesse ancora, ma Lula si stava sacrificando, per salvarmi da un cancro inguaribile, prima di passare nell’aldilà, senza più la possibilità di palesarsi in alcun modo: fu soldino a spiegarmelo, capisce?”

“So cosa ha fatto Lula: è con il nostro sostegno, di chi è sopravvissuto, che è potuto rimanere accanto a lei, glielo garantisco” – ribatté seria e decisa.

Geffen si rialzò lento, tendendo la mano a Kevin, raggiunto da Tim, che si unì a lui, avvolto dalle ali dell’avvocato – “Cosa sta cercando di dirci Alaysa?”

“Semplicemente che da qualche parte, Lula vive, ma il suo pensiero è debole, si sta come spegnendo e le mie percezioni sono vaghe, lui non sa spiegarmi dove si trova”

Kevin scoppiò a piangere – “La smetta, non dica assurdità, mio marito le ha appena detto che il nostro bambino è morto!!”

Quel lapsus ferì Tim, ma solo in superficie.
La reazione del bassista era più che legittima, così la sua confusione.

Oltre le vetrate, una pioggia cominciò a crepitare sui davanzali, illuminati a tratti da lampi inquietanti.


Si era fatta sera.

All’improvviso.




 LULA

mercoledì 4 febbraio 2015

LIFE - CAPITOLO N. 88

Capitolo n. 88 – life



Il suo corpo nudo, lo stava come ipnotizzando, mentre se ne stava seduto di schiena, sul bordo del letto, i palmi posati ai lati dei fianchi sottili, ancora imperlati di sudore, come il resto della sua pelle diafana e tatuata, stagliata contro quella luce abbacinante.

Geffen allungò la mano sinistra, poi si sollevò, per andarsi a sistemare alle sue spalle, avvolgendolo, mentre ne raccoglieva i polsi sottili, baciando la sua nuca, dopo avergli spostato con il mento ispido i capelli dal collo, dove mordicchiò un po’ dispettoso, ma profondamente emozionato, quei lembi lisci, sino a farlo inarcare e sorridere, quanto lui.

“Jay …” – gli respirò tra le scapole, poi risalì con le labbra lungo la spina dorsale, così il proprio membro, nella fessura, che aveva già dilatato con le dita umide, senza che l’altro si spostasse, ma semplicemente facendolo ancorare con le dita affusolate, alle sue ginocchia solide, piegando Jared in avanti, guardandolo poi ondeggiare, mentre lo cavalcava al contrario.

Una visione estatica, indescrivibile, carnale, di assoluto possesso.

Geffen si destò di soprassalto.
Fuori era già buio e si era addormentato dopo pranzo, per la spossatezza da stress, per il jet lag, per quella triste vigilia, senza più Robert accanto a sé.

Jared a Londra, Kevin e Tim impegnati con la loro cucciola, giustamente, il resto della famiglia sparpagliata qui e là, senza neppure ricordarsi in quell’attimo, che il figlio Richard era al piano di sotto, ad intrattenere gli amici del padre, rimasti a Los Angeles.

Ricky era benvoluto da tutti e la sua ultimogenita era adorabile.
La moglie, una splendida ragazza, aveva superato la terza gravidanza senza mettere su un solo grammo, così da non sfigurare accanto ad un consorte, che sembrava uscito da una rivista di moda.

Ricky era in compenso una persona umile, un architetto impegnato nel sociale, desideroso di cambiare un po’ il mondo con soluzioni abitative, a salvaguardia del pianeta: stava, infatti, intrattenendo Ruffalo, su di un discorso sui materiali di nuova generazione, mentre Niall cullava Veronica, pronta ad andare dal nonno, al piano superiore.

Horan raggiunse la nursery, incrociando Geffen, ancora un po’ scosso per quel sogno, così reale.

“Ehi tesoro ciao …” – si rivolse ad entrambi e Niall gli passò la nipotina.

“Buongiorno Glam e auguri” – lo salutò simpatico.

“Anche a te … Eccola qui, la mia principessa, hai visto che bel cavaliere ti ha scortato dal tuo vecchio?” – e rise, portandola sul fasciatoio, dove la cambiò con fare esperto, sotto agli occhi di Niall, che perse un battito.

Vedere quell’uomo, capace di essere così impetuoso nella vita, sciogliersi come neve al sole, ai gridolini di un fagotto sgambettante, era qualcosa di singolare e commovente.

“Sei tenero … Con i bimbi”

“Sì, ci provo” – gli disse l’avvocato, giocando con i piedini di Veronica, già conquistata dal suo fascino e dalla sua voce rassicurante.

“No, no, tu sei davvero … un daddy, ha ragione Kevin” – e sorrise arrossendo.

“Ogni tanto ne combino una giusta anch’io” – e rise distratto da una feroce malinconia.

“E fai dei figli splendidi, ho visto Richard, potrebbe fare il fotomodello” – scherzò, dicendo il vero.

“Se ti sentisse Mark …”

“L’ha detto lui per primo!” – si difese buffo, riprendendo sul petto Veronica.

“Allora siamo a posto” – Geffen rise, perché Niall era così, lo faceva stare bene con niente, nel suo candore, nella sua semplicità innata e preziosa.

“Dio che bella …” – sospirò il ragazzino, mentre la neonata giocava con i suoi riccioli biondi.

“Aspetta, vi faccio una foto … Ne ho centinaia … A proposito Niall, potresti pensare anche un po’ a Pepe? Tu hai un tocco magico con i bambini e lui ti adora” – chiese educato.

“Sì, sì, abbiamo fatto una costruzione insieme, prima” – si affrettò ad informarlo.

“Perfetto … Sì, perché io non ci sto molto con la testa e non vorrei trascurarlo”

“Mi dispiace per te e Robert, questo lo sai, vero?”

Geffen annuì mesto: era lacerato, non riusciva a nasconderlo, tanto meno a Peter.

“Vi abbiamo scovato!” – Richard rise, irrompendo con Mark nella stanza.

Ruffalo strinse a sé Niall, accarezzando le gote a Veronica.

Glam abbracciò Ricki – “Bentornato a casa … Come vorrei che tu restassi”

“Lo farò papà: vieni, devo dirti una cosa …”




“Ho nella testa ogni ansito del … dell’ultima volta, che abbiamo fatto l’amore, Robert”

Jude glielo gemette nel collo, quel ricordo, quasi balbettando, in crisi di ossigeno, ma in balia completa di lui, del suo profumo, tra le sue gambe, che ancora fremevano a scatti brevi e discontinui, sotto il suo peso, al quale l’americano rimase avvinghiato, per diversi minuti, ad occhi chiusi.

Continuava a tenerli in quel modo, nelle frazioni di tempo, più difficili da metabolizzare: lo aveva scritto a Christopher, in una e-mail carica di rimorsi.

§ Pensavo a te, mio dolcissimo ragazzo, figlio mancato, però più presente di chiunque altro possa fregiarsi di un tale dispiacere …
Mi sento un fallito, con Peter, davanti ai suoi occhi, come oggi, Christopher, al suo sorriso fiducioso, che ho tradito, così come ho tradito Glam, forse dal primo minuto, in veste di coniuge.
L’ho insultato la sera stessa del nostro matrimonio, cadendo tra le braccia di Jude, perché non ho mai smesso di amarlo e lui sa esserci, quando mi serve, quando muoio, quando non sono più io …
Ora non saprei dove andare, se non sul suo cuore, a riposarmi, a riprendermi un po’ di quella vita, che Jude ha distrutto per primo: è un paradosso d’amore, però io non riesco a farne a meno.
A disintossicarmi, forse.
Ti abbraccio forte Christopher, perdona lo sfogo di questo relitto, ora non mi resta che auto commiserarmi.
Sono patetico.
Sono ridicolo.
Ma ti voglio bene, sai?
Mi manchi …
Auguri, anche ad Ivan, abbi cura di lui e dai un bacio a Clarissa, a presto, Rob §


“Eravamo in auto, fuori pioveva ed io avevo appena visto quanto Glam amasse ancora Jared, in ospedale … Ma ciò non mi giustifica, non mi scusa” – esordì, appena riprese fiato, tenendo a sé Law, che non voleva altro da quella notte prima di Natale.

“Ma in quell’occasione ci siamo solo baciati Rob …”

“Noi facciamo l’amore anche così, non credi? Anche un bacio è sesso … per noi”

I loro corpi erano caldissimi e Jude gli riscivolò dentro, di nuovo, con una naturalezza disarmante, tornando anche a baciarlo, invadente, caparbio, semplicemente ambito da Downey, quella la verità, che entrambi percepivano.

I suoi colpi erano come un’esecuzione, alla quale Robert non poteva sottrarsi; non lo avrebbe mai fatto.

Law si inclinò, portandosi dietro Robert, che strinse i denti, poi schiuse la bocca, infine la spalancò, perché quel secondo orgasmo fu più intenso del primo e la fascia di carne e muscoli, che l’altro stava sovraccaricando di stimoli, implose in un culmine di sensazioni ingestibili, tanto da farlo ridere e piangere di lussuria e disperazione.




“Ma dici davvero, Ricky?”
Geffen glielo chiese perplesso.

“Sì, in primavera torniamo in città, con Sophia ed i bimbi, lei ha anche già trovato un lavoro part time, ci servirà una babysitter” – e rise entusiasta, per i nuovi progetti, che lo riguardavano – “Ed io ho accettato un incarico davvero interessante: supervisore per il nuovo quartiere sull’oceano, che dovrà essere costruito con tutti i crismi ed a bassissime emissioni inquinanti, pannelli solari e via così, che ne pensi papà?”

“Splendido e vorrei fosse già da domani, però è meglio che passino un paio di mesi, sì è l’ideale …” – replicò assorto.

“Cosa intendi, scusa? Hai dei problemi?”

“Di sicurezza, te lo avevo accennato …”

“Sì, so anche cosa è capitato a Pepe e Robert, i giornali arrivano anche in Australia” – scherzò lieve – “… a proposito di Rob, è un vero peccato, lui non ha capito quale avvenire ha compromesso, tornando da quel Jude”

“Non importa Richard, io gli vorrò sempre bene” – puntualizzò pacato – “… e poi abbiamo Pepe, insieme”

“Sì, quel bimbo è straordinario …” – sospirò – “… anche se tu e Kevin eravate i miei preferiti” – ammise sincero.

Lui ed il bassista erano sempre stati molto legati.

“Kevin ed io abbiamo condiviso un amore bellissimo, così come un dolore insopportabile, quale è stato la perdita del nostro Lula, però siamo ancora uniti ed io lo adoro, lui mi ha amato senza mezzi termini, senza eccezioni: non lo meritavo, ma so che c’è ed io mi sento un po’ meno solo”

L’ex era appena giunto oltre la soglia, con Layla in braccio ed ascoltare Glam pronunciarsi in quel modo, a suo favore, gli fece mancare il respiro.

“E di Jared? Cosa mi racconti?” – Ricky sorrise complice.

“Jared è … Jared” – il legale scosse la testa – “… Ce l’ho nel sangue, su questo non posso prendermi in giro: ogni tanto ci provo, lo allontano, lo faccio ragionare, ma mi illudo”

“Nel senso che è tornato all’attacco?” – bissò curioso, almeno quanto Kevin, che se ne stava zitto a pochi passi da loro.

“No, non direi, ma è come un filo, che ci lega, che non si spezza o meglio … Né lui, né io, facciamo qualcosa di concreto, perché ciò accada, una volta per tutte.”




Downey ebbe un sussulto, appena Geffen gli rispose.

“Ciao io volevo dare la buona notte a Pepe” – esordì imbarazzato.

“Certo … Tu stai bene?”

Il quesito era intriso di dolcezza, probabilmente l’ultima cosa, che l’attore si poteva aspettare dall’ex.
L’ultima attenzione, che gli si doveva, in simili circostanze.

“Sì Glam, grazie, in parte sì, ecco”

“Ok, ora te lo passo, sto andando anch’io da lui”

“Allora lo faremo insieme” – sorrise.

Insieme, certo, a migliaia di chilometri di distanza.

“E’ in camera con i gemelli e Jay Jay” – precisò Geffen, arrivato a destinazione.

“Hanno già scartato i regali?”

“No, lo faranno domani mattina … Ehi Pepe, c’è papi Robert, ti vuole salutare”

“E’ tornato?”

“No …” – un’esitazione dolorosa – “… No, tesoro, è all’apparecchio, te lo passo”

“Ah sì … ciao papi …” – disse con una punta di sconforto.

“Amore ciao, volevo dirti tante cose, ma adesso ho … ho un nodo in gola”

“Fa tanto male?”

“Sì, perché mi manchi e perché ti ho fatto soffrire, mentre alla tua età, tu dovresti avere solo giorni pieni di gioia Pepe” – stava piangendo e Jude, lo cinse, provando a consolarlo.

“Ma potremmo averli lo stesso, se tu lo vorrai papi” – e gli sorrise, commutando la telefonata, in una video chiamata, per mostrargli il suo sorriso.

“Dio, sei bellissimo amore mio”

Law si scostò, come se non centrasse nulla in quell’affresco, dove al centro Robert rimaneva come sui carboni ardenti.

“Ti voglio tanto bene papi Rob, ma adesso dobbiamo fare nanna, se no Babbo Natale non passa!” – e rise, mandandogli dei baci.

Downey annuì tremando – “Sì, sì, certo, ma domani ti richiamo e così ogni mattina, finché non ci rivedremo, per la vacanza in montagna, ok?”

“D’accordo papi, fai tanti sogni anche tu … A domani, ciao!” – ed agitando le manine, sembrò poi dissolversi, in una miriade di colori.




Quando se lo ritrovò davanti, Geffen provò un certo sbigottimento.

“Hiroki?!”

“Ciao Glam e buon Natale!”

Il ragazzino aveva uno zainetto sulle spalle ed un sorriso smagliante.

“Tu dovresti …”

“Sì, lo so, anche zio Kiro mi ha fatto la predica oggi a tavola, ma volevo stare un po’ con la mia famiglia e poi riparto subito, ma non senza incontrarti”

“Su vieni, hai cenato? Noi abbiamo finito da poco, diciamo che c’è un buffet nel salone, se vuoi approfittare”

“No, no, mi sono rimpinzato a dovere e poi il mio stomaco è poco più grosso di una noce” – rise, guardandosi in giro.

“Come vanno gli studi?”

“Bene, rigo dritto, non avere dubbi” – lo rassicurò, salendo verso la mansarda.

“Io ho bisogno di starmene un po’ solo, ma ci sono ancora un paio di stanze libere in fondo a questo corridoio”

“E lì cosa c’è?” – domandò, indicando una porta laccata di rosso, con dei pomelli in ottone dorato, dalla foggia molto particolare, simile a due dragoni speculari e stilizzati.

“Si tratta di un mini loft, un bunker per i miei momenti  no, se così si può dire”

“Tu quindi ci passerai la notte?”

Geffen annuì.

“Posso tenerti compagnia? Se c’è una vasca, ti preparo un bagno caldo”

“Temo di non essere io, di compagnia, Hiroki”

“Lascia giudicare a me, ok?”








  DIAMO UN VOLTO A RICHARD GEFFEN: L'ATTORE E MODELLO MARCO DAPPER, UNA MERAVIGLIA DI PERSONA, DENTRO E FUORI, CHE NEI PRIMI PIANI HA UN CHE DI MELONI NEGLI OCCHI AZZURRI E BELLI QUANTO I SUOI ;-)








 TORNA HIROKI E NON A CASO: L'ATTORE KOIKE TEPPEI



lunedì 2 febbraio 2015

LIFE - CAPITOLO N. 87

Capitolo n. 87 – life



Pepe storse le labbra, in un’espressione perplessa, mentre Glam gli teneva le manine, tra le proprie, così grandi e calde, nonostante il suo cuore fosse a mille, anche per la presenza imbarazzata di Robert, alle sue spalle.

Il bimbo ogni tanto spiava oltre quel confine, per scrutare il suo secondo genitore.

“Ho combinato qualche pasticcio, che ha fatto arrabbiare papi Rob?”

“No, no, assolutamente no” – lo rassicurò Geffen, mentre l’ex impallidiva.

L’attore gli aveva lasciato campo libero in quelle spiegazioni sul loro divorzio, ma il bimbo, come spesso accade in questi casi, si colpevolizzava ingiustamente per la fine di quel legame, che gli era sembrato così solido, nella sua innocente visione degli adulti.

Bravissimi a fingere.

“Papi Robert ed io saremo i tuoi papà per sempre, solo non vivremo più nella stessa casa, ma ci vedrai regolarmente entrambi”

“Perché papi Rob rimane qui con zio Jude, a Londra?”

Pepe aveva capito ben oltre le loro considerazioni iniziali, ancora prima di affrontare quel discorso.

Downey si avvicinò, inginocchiandosi al fianco di Glam.

“Nostro figlio è molto più intelligente e sveglio di noi: sì amore, io sono tornato con zio Jude e mi dispiace, mi dispiace da morire, se questo provocherà in te un disagio, una difficoltà, ma rimedierò in qualsiasi maniera, mi sarà umanamente possibile Pepe” – e gli sorrise con gli occhi lucidi.

“Vuoi più bene a Cami e Dadi quindi? Ed a zio Jude?” – chiese lui mortificato.

“No … Vi sono affezionato nel medesimo modo, Pepe, te lo assicuro, spero tu non abbia mai dei dubbi in proposito”

Peter si appese al collo di Glam, che si sollevò lento – “Siamo di nuovo tu ed io papà, da soli, come in principio …” – disse assorto.

“No, siamo noi tre, ma in una forma diversa”

“Tu, però, rimarrai con me per sempre, giusto papà Glam? Per davvero intendo …” – quasi sussurrò.

Geffen lanciò un’occhiata a Downey, che chiuse le palpebre, come rassegnato a quella situazione senza sbocchi evidenti.

Fuori aveva ricominciato a nevicare, in quel 23 dicembre così cupo.

Pepe aveva trascorso l’intera mattinata con la sua famiglia acquisita e pranzato alla tavola di Sadie, l’ex moglie di Jude, presente con Robert ed i loro figli, in un nucleo allargato e molto felice di accogliere e salutare il piccolo.

Geffen aveva preferito presentarsi unicamente per il caffè e per quell’odioso discorso, dopo avere messo regali per tutti sotto un enorme albero, in soggiorno.


“Adesso ce ne andiamo, papà?”

Downey lo fissò interrogativo, ignaro dei suoi piani.
L’attore aveva trascorso la notte nel mini alloggio, suo e di Law, tra le braccia di questi, a guardarsi, quasi sino all’alba, vestiti sotto un piumone acquistato in Scozia, un decennio prima.

Avevano parlato poco, verbalizzando al minimo quell’ennesima riconciliazione.
Ogni parola faceva male, del resto, viste le imminenti conseguenze delle loro scelte.


“Sì Pepe, sarebbe meglio così, perché è arrivato Richard dall’Australia, con la mia nuova nipotina, anzi … nostra, tu saresti lo zio, è un po’ complicato” – Geffen sorrise timido, spaesato – “… si chiama Veronica”

“Che bel nome” – mormorò il cucciolo, senza mai staccarsi da lui.

Downey appariva impotente ed ugualmente confuso.

“Glam vorrei … Noi vorremmo che voi rimaneste”

“Lo so Rob e lo sa anche Pepe, però se vogliamo andare dobbiamo muoverci, le previsioni per domani sono pessime, non posso rimandare il volo, ma se Pepe preferisce restare, io andrò comunque e ci rivedremo la settimana prossima”

“No, no, io vengo con te papà!” – e gli sorrise.

Quindi tese le braccine a Robert, che lo strinse sul cuore, con un’intensità commovente.

“Ok papi … E’ tutto ok, va bene?” – e gli diede un bacio sulla guancia destra.

“Scendo a salutare Sadie, vi aspetto giù, ok?”

I due annuirono, ancora intrecciati.




La nuova suite affittata da Farrell era semplicemente sontuosa.
Con Jared avevano fatto l’amore tutta la notte, come se fosse stata la loro prima volta.

Erano sfiniti, ma solo l’irlandese ancora dormiva, nonostante l’ora.

Avevano saltato il pranzo, rimasto in corridoio.

Leto si sporse per recuperarlo, quasi in maniera furtiva.

Ormai era tutto freddo, ma almeno gli antipasti di pesce erano più che allettanti: peccato non avesse appetito.

In accappatoio, si rannicchiò sul divano del salottino, sgranocchiando una cialda salata.

Era stato tutto perfetto, dalla cerimonia intima a quella luna di miele, con l’unico dettaglio che lui era come disconnesso o meglio lo era ad intermittenza.

Ciò che Farrell gli stava dimostrando, era quanto di meglio il leader dei Mars potesse augurarsi, dopo tanto tempo di convivenza e di rapporto, spesso inquieto ed instabile.

Eppure l’incontro con Geffen lo aveva segnato, specie perché incompiuto, nell’intento che Jay aveva di confermargli i propri sentimenti.

Anche lui aveva visto i servizi on line, presagendo che Glam si fosse lasciato con Robert; per giunta Colin gli aveva dato anche una sommaria conferma, dopo avere scortato Jude, in auto, sino a quel negozio di dolciumi, dove l’inglese, comunque, non pensava di vedersi arrivare Downey, a sorpresa.

Questi dettagli nessuno li conosceva ancora.

Il cellulare di Glam, risultava spento da ore.
Il legale aveva dormito in un hotel qualunque, poco distante dall’abitazione di Sadie Frost.

I passi di Colin, improvvisi, lo fecero destare come da uno stato di trans, dove l’artista si arrovellava in mille ipotesi.

“Tesoro sei qui? Dio che fame …”

“Buongiorno Cole, sì, provavo a mangiare qualcosa, mentre tu dormivi come un orso” – e gli sorrise amorevole.

Farrell era diventato un uomo splendido, più che in passato.
Jared lo stava ammirando, provando quella serie di emozioni, che nessuno gli aveva mai suscitato, neppure Geffen.

Così come nessuno, neppure Colin, gli aveva mai fatto provare, ciò che il front man sentiva nei riguardi di Glam.

Era come un incastro, complesso ed affascinante, ma che poteva solo logorarti, dopo averti sedotto, irreparabilmente.

“Che ne dici se tornassimo a Los Angeles, Jay? Preferisco rientrare alla End House, che fare arrivare tutti a Dublino: Eamon e Steven ci seguiranno direttamente da qui” – propose sereno, masticando una tartina al caviale.

Leto si illuminò – “Sarebbe fantastico, ma dobbiamo sbrigarci, prima che sospendano i voli, hai guardato la tv?”

Farrell rise giocoso – “No, stavo facendo l’amore con un bel ragazzo di Bossier City” – poi lo baciò intenso e presente.

Forse come mai prima di allora.




Downey si appiccicò alle finestre della casa di Sadie.

La donna aveva salutato a malincuore Geffen e Pepe, così il resto dei presenti.

Law era rimasto in disparte, anche se Glam non aveva mostrato alcun astio nei suoi riguardi, nessuna parola cattiva, anzi; dopo avere sistemato i regali sotto l’albero, Geffen si era congedato con molta educazione, stringendo sul petto Camy e Dady, che non volevano andasse via.

“Ci vedremo in montagna, ok? Tra due settimane, così andrete sulla neve con Peter” – assicurò loro, sforzandosi di non fare melodrammi, se ne sarebbe vergognato a morte.

In compenso non vedeva l’ora di salire in taxi e dirigersi in aeroporto.

Tenendo per mano Pepe, Glam salì sul mezzo tinta nero pece, senza voltarsi indietro, mentre il bimbo faceva un cenno mesto a Robert, ma poi si abbarbicava al padre rimastogli accanto, con un sorriso di incoraggiamento.

“So che non è semplice, ci siamo passati tutti Rob …”

“Non adesso Jude” – inspirò, chiudendo le palpebre, ripetendo la frase, che proprio Glam gli aveva detto poche ore prima, in volo per Londra.

“Sì, volevo solo sapere se avevi bisogno di qualcosa …” – e fece un passo avanti, nella semioscurità della stanza, verso quella schiena, che avrebbe voluto ricoprire di baci, quel corpo, che sognava di possedere da ore: Law non poteva farne a meno, ne era innamorato follemente.

L’americano si girò lento – “Ho solo bisogno di voltare pagina, di non permettere più ai sensi di colpa di schiacciarmi, Jude”

“Ma io posso aiutarti!” – lo incalzò affettuoso, ormai a pochi centimetri dal suo viso contratto, ma affascinante.

“E tu come ci sei riuscito?” – chiese, con una punta di polemica.

Forse di critica.

“Non puoi paragonare la mia storia con Taylor, a quella che hai vissuto con Glam in questi anni, Robert …”

“Quindi per te è stato semplice, giusto?” – e sorrise nervoso.

“Affatto: io l’ho ferito, ma Taylor è giovane e potrà superare questa crisi, questa esperienza, durante la quale io non gli ho mentito e lui, da qualche parte nel suo cuore lo sa, anche se si è sentito preso in giro da me”

“Già, la vostra litigata al Cafè de Paris … Siamo sulla bocca di tutti”

“Non potremmo impedirlo, neppure se lo volessimo Robert! Che dicano ciò che vogliono, che si inventino qualsiasi calunnia, a me non importa un cavolo! A me importa di riaverti nei miei giorni e questa volta per sempre!”

E lo baciò, senza dargli più scampo.




24 dicembre 2022

Le dieci e trenta di mattina.
Matt sbirciò il quadrante rotondo dell’orologio, che Dimitri aveva dimenticato sul comodino.

Accadeva sempre, quando usciva a fare una corsa sulla spiaggia, camuffato nel suo giubbino di felpa, il cappuccio alzato, gli occhiali scuri, senza sapere rinunciare ad un minimo di allenamento.

Suonarono eppure le chiavi non le aveva di certo scordate, pensò Miller, controllando dallo spioncino chi fosse.

Sorrise incredulo, quindi aprì.

“Glam … Ciao, dai entra! Che sorpresa”

Quello splendido trentenne l’aveva quasi pugnalato ed ora gli si rivolgeva come se fossero amici di vecchia data, con entusiasmo ed una sottile eccitazione nel ritrovarselo lì, inaspettatamente.

“Buongiorno Matt, il tuo socio non c’è?” – chiese un po’ brusco, guardandosi intorno.

Si erano sistemati davvero bene.

“No, no, ma io volevo approfittare per dirti grazie, ecco … Lo vuoi un caffè?”

“No”

“Non ti avveleno, giuro!” – e rise solare.

“Non ho voglia di scherzare Matt, devo parlare con Dimitri” – insistette arido.

“E Dimitri è qui, ciao Geffen”
Il mercenario era appena arrivato, accaldato e già in fibrillazione per la sua presenza – “Non è una visita di cortesia, Matt, cosa credevi che Glam passasse per consegnarci una strenna?” – e ridacchiò, aprendosi una birra.

“Non bere a quest’ora Dim …” – disse sommesso il giovane.

“Non rompere, cazzo …” – sbuffò, quindi puntò Geffen – “Sentiamo cuore infranto, cosa ti porta nella nostra, ma che dico, TUA, bella dimora? E’ giunto il momento di saldare il conto?” – domandò sarcastico, le mani gelide e non certo per la lattina ormai vuota a metà.

“Mi serve un infiltrato, per entrare alla villa dei Mendoza e raccogliere nuove informazioni: in parte le ho già ottenute da Alviero Jr”

“Quel tossico?!” – sbottò il sovietico, con disprezzo.

“Tossico o meno, mi ha fornito degli indizi interessanti! Stammi a sentire, avevi ragione prima, sono qui per riscuotere” – replicò deciso.

Matt tremò, a ridosso della parete, come se ci si potesse rifugiare dentro in qualche modo.

“Ed io cosa dovrei fare? Non hanno più molta fiducia in me, dopo che sono sparito!”

“Dovrai riconquistarla, a me non interessa come, accidenti!” – esclamò con durezza.

“E dopo? Passarti ciò che avrò origliato, con il rischio di prendermi una pallottola ad ogni passo? Mica ci si può muovere agilmente in quel posto!”

“Tu lo facevi un tempo o sbaglio?”

“Sì, può darsi …” – bofonchiò assorto – “… Alviero potrebbe aiutarmi, non creedi?”

“In parte sì, ma è ai ferri corti con lo zio”

“Però abita ancora lì, nessuno di loro ha mai lasciato la dimora del patriarca, da quanto sapevo io almeno …”

“Sarà mia cura verificarlo, Dimitri e la settimana prossima ti muoverai per Haiti, senza fare scherzi, ok?” – gli intimò secco.

“Ed io? Io cosa farò, che ne sarà di me?!” – si intromise allarmato Miller.

Sembrava un bambino impaurito e la cosa faceva male al cuore del suo compagno.
In fondo lo amava, a modo suo, certo, sempre un po’ spigoloso, ma a Matt piaceva anche così.

Purché durasse.


“Sarai la ragione perché il tuo amato torni in California” – gli rispose Geffen, in modo sgarbato.

Dimitri lo fulminò con lo sguardo – “Non prenderti gioco di lui, non è una marionetta e tanto meno lo sono io! Potrei farti fuori anche ora Glam!”

Geffen non si scompose: rise piano, poi fece come uno scatto, afferrando Dimitri per la gola, scaraventandolo con una sola mano contro il muro, dal quale Miller si era già spostato, per poi sollevarlo di mezzo metro, con il braccio sinistro.

I suoi turchesi divennero liquidi, opachi, come la notte al porto, quando insieme a Kiro, tesero una trappola al tirapiedi di Mendoza, che aveva pestato Robert.

“Tu prova a toccarmi ed io ti riduco in pezzi, per quanto sono incazzato adesso e con voi lo sarò a vita, credimi!” – gli ruggì sinistro ad un millimetro dalla faccia atterrita.

Quindi lo liberò da quella morsa spietata e se ne andò – “Ti richiamo tra tre giorni, fatti trovare Dimitri, se ci tieni alla pelle!”

La porta fece un rumore ridondante, come un proiettile, che sembrò colpire Matt, all’addome, facendolo accasciare, quasi fosse un fantoccio.

“Non finirà mai …” – disse flebile.

Dimitri corse ad abbracciarlo: non poteva fare di più.