lunedì 7 ottobre 2013

ZEN - CAPITOLO N. 194

Capitolo n. 194 – zen


Brendan si sollevò sui gomiti, per non pesargli troppo, mentre Brent si era come aggrappato al suo collo, dove affondava baci, sempre più intensi.

Aderiva alla sua pelle un po’ ispida, con le labbra schiuse, come a percepirne il sapore, le pulsazioni, l’aroma di persona più adulta, talmente affascinante e libera, da rimescolargli i sensi.

Brendan era molto dolce, non aveva fretta e forse anche questa attesa sembrava oltre modo eccitarlo.
Come se non bastasse il fisico asciutto e proporzionato, i muscoli tesi e vibranti, lo sguardo azzurro cielo di Brent, che si increspava di emozioni su quel volto a dire poco perfetto, il suo sorriso, carico di aspettative, confluivano in un’immagine totalizzante e satura di armonia, quasi un miraggio per l’analista.

La sua leggerezza d’animo, il suo anticonformismo, avevano spesso creato degli equivoci con i partner, senza comunque negare evidenti colpe nel non volere mai fare sul serio.

Le tre storie importanti, rivelate a Brent, non lo erano state affatto; o quasi.

“Cosa stai facendo Brendan?”
La domanda arrivò diretta, così l’occhiata del ragazzo, un po’ sperduta tra la vista delle spalle larghe ed attraenti di Laurie e ciò che stava cercando nel cassetto del comodino.

“Il … il preservativo, pensavo che tu” – spiegò quasi in preda al panico per avere rovinato tutto.
Brent sorrise.
“Non mettere altre barriere tra noi … Ce ne sono già abbastanza, l’hai detto anche tu”
“Piccolo io …”

Brendan sentì come un’onda di emozioni invadergli il petto: avrebbe voluto proteggerlo anche dall’aria e mai aveva provato nulla di simile per un compagno.

“Voglio sentirti … Lo voglio e basta” – e lo baciò, persuasivo.


“E secondo te Vincent, uno prende e se ne va via così?? Senza una parola, una spiegazione e poi con quali premesse, siete due pazzi!”
Le urla di Louis rimbombavano tra le pareti della suite, che Lux e Geffen avevano affittato per un paio di notti al Bellagio di Las Vegas.

I componenti di quel duo inatteso, spaparanzato sul divano, ascoltavano la predica furibonda, scrutandosi ogni tanto, con aria brilla, dopo la prima bottiglia di champagne.

“Mon petit” – accennò Lux, per poi essere bruscamente messo a tacere dal suo interlocutore, strepitante in presenza di Harry, impegnato a preparare la cena.

“Mon petit un cazzo!”

“E’ proprio cotto” – bisbigliò Glam, ridacchiando e cascando sul tappeto; i farmaci che prendeva erano piuttosto incompatibili con gli alcolici, anche se non pericolosi.
Di solito reggeva le bevute in maniera straordinaria; quella, però, era un’altra vita.

“Lou calmati!” – sbottò il francese, ottenendo un po’ di silenzio.
“Ok …” – disse mesto.

“Noi siamo al sicuro e … e stiamo bene, non stare in pena, ok?”
“No”
“Perfetto, l’essenziale è capirsi mon petit” – e sorrise.
“Vincent perché lo hai assecondato?” – domandò più calmo.
“Perché è questo che fanno gli amici … E noi lo siamo da tempo, con Glam”
“Questo posso anche accettarlo, però …” – ed esitò.
“Però cosa?” – ed alzandosi Lux prese il palmare, annullando il viva voce, per poi spostarsi in camera da letto.

Il cellulare di Geffen vibrò quasi simultaneamente a quell’azione.
Era Robert.

“Sì pronto!” – rispose l’avvocato, senza minimamente preoccuparsi di mascherare la propria sbornia.
“Dammi un buon motivo per il quale non dovrei ammazzarti Glam”
“Ops … visto che morirò presto, non devi fare altro che avere un minimo di pazienza Rob … e non ti sporcherai nemmeno la coscienza” – rise.

“Dove sei?”
“Nella città del vizio … e dei casinò … Ho già bruciato centomila dollari, sai?”
“Spiccioli, vero? … Bravo, avresti potuto impegnarli in una maniera migliore”
“Onestamente amore mio, ho già dato e non smetterò, sia chiaro!” – ed un singhiozzo fastidioso intercalò il suo interagire.
“Oh Cristo …”
“Sì, sono ubriaco fradicio, meglio di Christal, che di chemio, non trovi? Le mie ossa gradiscono il primo, a quanto pare” – mormorò sconfortato.

“Torna a Los Angeles immediatamente”
“No”
“No? Guarda che abbiamo i mezzi e le persone capaci e pronte a venirti a prelevare e portarti di peso, se non mi dai retta, sono stato chiaro?!”
“Ah … ma dai … Ad occhio e croce, se trattasi di energumeni di mia conoscenza, direi che li ho a libro paga da anni e non andrebbero mai contro il volere del sottoscritto, Rob piccino di Geffen” – e scoppiò a ridere e poi a piangere.

“Glam … Te lo chiedo a nome di Lula”
“Non” - ribatté aspro, poi ridimensionò il tono.
“Non tirare in ballo soldino, lui sta già soffrendo abbastanza Robert e comunque riesce a capire le mie scelte, meglio di voi a quanto pare”
“Ho sempre rispettato le tue decisioni Glam, dovresti saperlo, quindi non parlare a sproposito”
“Non mi resta altro … E vorrei essere lasciato in pace, per pochi giorni, dopo di che Jim sa che andrò da lui per la terapia” – spiegò più lucido.
“Jared sta impazzendo, è in uno stato penoso”
“Fa sempre così … Ora almeno ha una ragione concreta per essere disperato: a me ne ha date più d’una, in passato, per attraversare lo stesso inferno di abbandono e perdita”
“Cosa diavolo dici, Glam? Questa è pura cattiveria!” – protestò allibito l’attore.
“Avrei dovuto essere altrettanto spietato quando era il momento opportuno: avrei evitato un sacco di dispiaceri a parecchia gente”
“Quello, almeno eri tu … Questo Glam io non lo riconosco, sai?” – replicò triste.
“E’ che non ho più scampo, Robert, nessuna alternativa, niente scialuppe di salvataggio: se mai avete avuto il meglio di me, un tempo, ora, probabilmente, arriverà il peggio …”
“Non te lo permetterò Glam: questa è una promessa, giuro.”


Il cuscino, che Brendan gli aveva sistemato sotto ai fianchi stretti, era spazioso e morbido al tatto: così come la lingua, caldissima, che l’analista stava facendo correre dall’inguine all’erezione di Brent, in pieno abbandono.

Quel preliminare assurdamente stimolante, giunse al termine: Brendan lo girò a pancia in giù, con delicatezza, proseguendo in quell’arabesco immaginario ed umido, sino al solco tra i glutei del giovane, non senza prima averli schiusi, ingordo ed appassionato.

Lo tormentò a lungo, prima di entrargli dentro anche con le dita, intrise di un qualche gel o pomata, Brent non li distingueva, ma quando cominciò a dilatarlo, quel supporto cremoso divenne un autentico sollievo per la sua prima volta.

Brendan sapeva cosa fare, ma mai era stato così attento ad ogni gemito del suo amante.

Si allungò sopra di lui, per baciargli la nuca: avrebbe voluto dirgli anche qualcosa, ma temeva di sbagliare: pensò che quello era un inconveniente su cui lavorare e trovare una soluzione tempestiva.

Brendan detestava riflettere prima di parlare a qualcuno che amava.

Amore …

Quello era l’unico termine, che gli rimbombava nella mente e nel cuore dal principio.
Ed era una sensazione magnifica.

La punta del suo membro esitò un minimo, poi iniziò un cammino verso l’estasi più profonda e pura, mescolandosi agli umori di Brent, che cercava appigli ed ansimava voluttuoso.

Brendan si fermò più volte, aggiustando il bacino dell’altro, in maniera tale da ridurre gli spasmi al minimo ed amplificare le percezioni migliori di quell’amplesso ormai giunto ad un ritmo fluido e sinergico, da parte di entrambi.

Le spinte si facevano via via più aggressive e pretenziose, ma le carezze ed i baci di Brendan, erano ciò che di più tenero Brent avesse mai riscontrato in un uomo.

Così le premure, affinché anch’egli traesse il massimo del piacere da quel rapporto: Brendan ci sapeva fare, ma a Brent sembrò di non avere il controllo su nulla.

Ebbe uno strano timore, sentendosi un minimo schiacciato non tanto dal corpo di Laurie, ma dalla sua prestanza e capacità di gestire a pieno quella situazione lussuriosa ed intima.

Quando, però, lo psicologo lo voltò per poi riprenderlo e venire insieme, guardandosi negli occhi, mentre si baciavano avidi ed un po’ confusi da quella felicità improvvisa, l’ex soldato si sentì al sicuro.

O almeno volle crederci, ad ogni costo.


Harry stava tagliando l’insalata, senza più riuscire ad intercettare il dialogo tra Vincent e Louis, uscito in terrazza.
Quando rientrò, l’aria perplessa, la prima cosa che vide era lo sguardo ferito di Haz, poi un lamento di botto: si era preso un dito, con la lama molto affilata.

“Miseria schifosa!” – esplose, gettando tutto nel lavandino.
“Harry tutto bene?” – chiese accorrendo Lou.
“No! E’ tutto da buttare!”

Louis fissò il misto di lattuga e pomodori, poi si sentì stupido.

Quella frase poteva avere più di un riferimento: “Harry senti …”
“Mi hai fatto imbastire tutto di corsa, per andare al cinema e poi ti perdi al telefono, senza alcun senso!” – protestò avvampando, mentre Lou gli aveva già afferrato il polso, sciacquando quello che sembrò ad entrambi un semplice graffio.

“Stai fermo” – e sorrise, provando a recuperare un cerotto dalla mensola sopra le loro teste, senza mollare la presa su Harry, rosso porpora per il nervoso.

“Non ho bisogno di un’infermiera, ci pensavo da solo a”
Un bacio di Louis lo fece tacere.

Anche se più basso di statura, mentre le loro bocche si erano ritrovate, Louis lo avvolse, stringendolo forte ed insistendo con quel bacio umido e perentorio.

Si stavano guardando, mentre dei lievi sussurri salivano dalle rispettive gole.

Quando sciolsero quel mirabile incastro, Louis illuminò i pensieri di Harry con un sorriso dei suoi, spontaneo e naturale.

“Presto cambieremo casa Haz”
“Ma … il locale …?”
“Andremo in affitto, ho già visto qualche inserzione, nei palazzi dove abitano anche Brendan e Marc Hopper, così sarai comodo per il tuo lavoro, del resto è un quartiere praticamente ad un passo dallo studio Geffen”
Haz si staccò, ma Louis lo trattenne per le mani.

“E quando hai preso queste decisioni …?” – chiese corrucciato in superficie, mentre invece la sua reazione interiore era ben diversa.

Quel progetto riguardava finalmente loro due.

“Veramente non faremo niente, senza il tuo consenso, infatti ne stiamo parlando, è uno dei sogni che vorrei realizzare insieme a te” – replicò tranquillo.
“Dei …?” – e sgranò quei fanali carichi di appartenenza a Louis, da fargli saltare il cuore in gola.

I capelli arruffati, la camicia nera aperta sui pettorali tatuati e tesi, senza contare quei jeans scuri ed un po’ stretti, perché rubati a Louis, per avere tutto di lui, anche prendere la forma, che lasciava agli abiti: quella visione di Harry bucava il cuore.

“Io voglio sposarti Haz” – rivelò sincero.

Tutto sembrò tremare intorno.
Forse Harry stava perdendo i sensi, per l’emozione, per come glielo aveva detto.

“Ti amo Lou”

Riuscì a pronunciare unicamente questa frase, poi crollò sul parquet, avvinghiato a Louis, trascinato in quella discesa fatta di risa e lacrime, quasi liberatorie, da parte di un Harry inedito.

Louis prese qualcosa dalla tasca della felpa: era un astuccio.
Conteneva le loro fedi di fidanzamento.

“Mio Dio …” – mormorò il futuro avvocato.
“Sono belle vero? E le ho comprate senza l’ausilio di nessuno, ok?” – ed ammiccò, riferendosi a Lux.

Harry annuì e se le infilarono a turno.

Le baciarono, per poi abbracciarsi nuovamente, cullandosi in quel limbo fatto di speranze colorate e possibili, che nessuno aveva il diritto di sottrarre loro, per alcuna ragione al mondo.

Nessuna.




 Louis and Harry engaged ;-)





 Brendan and Brent in love ...


giovedì 3 ottobre 2013

ZEN - CAPITOLO N. 193

Capitolo n. 193 – zen


Jim sorrise, mostrando quel foglio, che aveva divorato nel contenuto, a Hugh, altrettanto trepidante di conoscerne i dettagli.

“Amore guarda, le analisi di Nasir sono davvero buone … E’ … è un miracolo”
Laurie lo strinse forte a sé – “Di sicuro, ma diamo a Cesare quel che è di Cesare … Quella canaglia di Geffen, gli saremo grati a vita” – poi lo guardò sollevato – “Ci conviene?”
Mason annuì ridendo – “Può chiedermi anche un rene … Accidenti … Ehi Preston mi cercavi?”
Il medico oltrepassò la soglia dello studio del collega, porgendogli una seconda cartella clinica – “Dovremmo parlare di questo Jim … E’ importante”
“Si tratta di Nasir?” – chiese allarmato Laurie.
“No, assolutamente no”


“Hanno semplicemente tentato di liberarsi di me per l’ennesima volta, ma, come potete vedere hanno fatto cilecca”
Geffen rise, tenendo sul petto Lula, mentre Jared, Colin, Kevin e Tim accerchiavano il suo capezzale, carico di disegni e biglietti di auguri.

“Sei una roccia e poi ti vedo in forma, sai?” – disse Farrell.
“Anche tu non sei male” – e gli diede un pugno leggero sul braccio, dando poi un buffetto a Jared – “Ti sei mangiato tutte le unghie tu, vero?” – e lo abbracciò.
“Taci, mi costerai una cifra in manicure!” – rimbrottò Leto, lasciando poi il posto a Tim e Kevin, che quasi si accucciolarono tra le ali dell’avvocato, dopo che soldino era corso al davanzale, per sistemare dei fiori, dono di Pamela.

“Daddy per la convalescenza verrai da noi, vero Tim?”
“Certo, non ti mancherà niente promesso” – e gli sorrise carico di emozione.

“No, me ne andrò a Palm Springs, forse ingaggio un infermiere …”
“Di ottant’anni mi raccomando” – sibilò Colin e tutti risero.


Brendan lo stava guardando da un paio d’ore, abbracciato al proprio cuscino, mentre Brent era steso supino, accanto a lui, avvolto dal piumone, che rivelava solo in parte i loro busti nudi.
Si erano tenuti addosso l’intimo, dormendo abbracciati, senza che accadesse nulla di più, di quell’unico bacio.

Avevano mangiato qualcosa, prima di coricarsi, provati dalla giornata e dalle notizie giunte da Hugh, sull’ottima ripresa di Nasir.

Il resto sembrò potere o dovere aspettare, tra di loro; anche quelle parole non dette, incagliate in fondo ai loro cuori, segnati da cicatrici indelebili.

“Ehi …” – Brent gli sorrise.
“Ciao … ti ho disturbato?”
“No … anzi …” – e si stiracchiò – “Il tuo materasso è una pacchia” – e si raggomitolò, girandosi sul fianco, per scrutarlo meglio.
“Meglio di qualsiasi branda, lo immagino …”
“Puoi dirlo forte …” – sospirò, strofinandosi la faccia.

Era bellissimo.

“Ti preparo la colazione?”
“No, resta qui Brendan … ancora un po’”
“Ok” – disse rapito, senza comunque prendere alcuna iniziativa.
Ci pensò Brent.

Gli diede un bacio ai lati della bocca, poi uno più vero, pienamente corrisposto dall’analista.
Avrebbe potuto contare i propri battiti, tanto gli martellavano nel cervello.

“Grazie Brent …”
“Per cosa?”
“Essere qui …”
Il giovane sorrise, tornando alla posizione iniziale – “Grazie anche a te allora”
“Per cosa?” – e rise compiaciuto.
“Sei sempre così gentiluomo?”
“No” – bissò schietto.
“Ah ecco …” – e, sollevandosi, l’ex marine si appoggiò allo schienale imbottito.
“Ti dispiace, adesso?” – domandò più serio Laurie.
“Affatto … E poi io non sono mai …”

Silenzio.

Anche Brendan si tirò su - “Tu non sei mai …?”
Brent deglutì un paio di volte – “Mai avuto rapporti … Oh miseria, io ce l’avevo un ragazzo, però”
“Ho capito, ho capito” – lo interruppe dolcemente – “Non occorre un disegnino, ma se vuoi lo faccio” – provò a scherzare, ma Brent si incupì.
“Non mi è mai piaciuto … come lo facevamo e neppure a Matt … ne sono certo.”
“Ok … parliamone, se vuoi”

Brent si alzò brusco, cercando i propri abiti, tutti nell’asciugatrice, ma non poteva saperlo.

“Non voglio essere un tuo paziente, cazzo!”
“Stiamo solo parlando tra”
“Tra amici?? Gli amici non si baciano!”

Laurie uscì dalle coperte con calma, prendendo da un cassetto una tuta – “Ti starà comoda, sei la metà di me, però meglio che niente. Vado a fare del caffè, sono in cucina se mi vuoi.” – e sparì nel corridoio, senza più guardarlo.


Mason stringeva quel fascicolo, senza smettere di guardare Geffen.
Aveva fatto uscire tutti.
Hugh era rimasto con lui.

“Glielo dico io Jim …” – esordì cauto.
“No … No, è mio dovere e tu dovresti unirti agli altri …” – disse composto, la gola asciutta.

“Rimani doc” – Glam inspirò – “Sentiamo, sono pessime notizie, vero?”

“Non voglio e posso nasconderti nulla Glam …”
Hugh tirò la tenda, senza potere udire le proteste di Jared, stampato contro quel vetro, un po’ come il resto dei presenti, fatti accomodare nella saletta adiacente la camera di Geffen.

“Abbiamo capito cos’hai … La tua malattia ecco”
“Lo immaginavo”
“Ci sono volute analisi, che mai avrei pensato di fare, ma sono di nuova generazione e la nostra struttura le ha introdotte proprio per i trapianti, capisci?”
“Certo” – disse fermo.
“E’ emersa una rarissima forma di tumore alle ossa: è stata scoperta due anni fa ed i casi censiti sono veramente pochi”
“Bene, non avrei mai accettato un cancro banale, vero Hugh?”

Laurie era impietrito e di sicuro non abituato ad esserlo, anche di fronte alle situazioni peggiori.

“Quindi come risolviamo questo casino?” – chiese Glam, non senza che la voce gli tremasse nell’addome, perché consapevole della risposta.

“Al momento esistono solo dei protocolli sperimentali, per rallentarne la diffusione delle metastasi”
“Mi sottoporrò ad essi, nessun problema” – ed una lacrima rigò il suo zigomo sinistro.
“Glam ti rimangono dieci, undici mesi … i primi nove, grazie a questi farmaci, dovrebbero essere sopportabili …”
“Mentre per il gran finale come mi ridurrò?” – anche le sue iridi ebbero un fremito.

Di rabbia.
Le dita della mano sinistra stavano stritolando il lenzuolo.

Mason tacque.

“ALLORA??!” – ruggì Glam, senza più celare una disperazione, che gli stava divorando ogni senso.

“Soffrirai … sarà un epilogo doloroso …”
“Uno scempio, quindi? Diverrò una larva, il fantasma di me stesso? Correggimi se sbaglio …” – e rise in preda ad una nevrosi lacerante.
“No non sbagli” – replicò in lacrime Jim.
Accadeva di rado che si lasciasse andare davanti ad un paziente, ma Geffen non era semplicemente questo: era l’uomo, che aveva ridato la vita al loro Nasir.

“Glam io ti aiuterò in ogni modo, cercherò una soluzione, anche per alleviare gli effetti devastanti di questo male …”

“So che farai del tuo meglio Jim, ma adesso uscite e dite alla mia famiglia cosa accadrà, perché non sono stupidi quelli là fuori, sapete? Sono le persone che amo e … e mandatemi Lula, nessun altro, loro comprenderanno e siate premurosi con Jared e Kevin, conto anche su di te Hugh” – affermò quasi gelido, dopo essersi asciugato dignitosamente il pianto, che stava illuminando il suo volto, ancora terribilmente affascinante.

“Conta su di me …” – mormorò afflitto Laurie.
“Non ho dubbi … Ed ora scusatemi, devo fare un paio di telefonate.”


Louis era entrato nella prima toilette del reparto, per darsi una rinfrescata.
Quando uscì, vide Harry, in giacca e cravatta, fermo a parlare con Vincent, mentre Flora passava oltre lui, senza neppure accorgersi della sua presenza, tanto era assorta.

Lou le fece un cenno di saluto, ma senza riscontro.

Haz si sfilò la cravatta, non sopportandola, cosa assai nota a Louis e che, stranamente, lo accomunava a Lux, che preferiva un abbigliamento sportivo.
Il francese rise e gliela sistemò dai lati del collo sino sotto il bavero, dicendo – “Se no la perdi, io ne ho seminate decine tra l’Europa e gli Stati Uniti, sai?” – ed aggiunse una scompigliata di capelli, a quella premura simpatica.

Louis restò immobile, vedendo la reazione di Harry, gratificato dalla presenza di Vincent e dal suo atteggiamento da fratello maggiore o tuttalpiù paterno.

Era una carenza che albergava anche nel passato e nel presente di Harry: con Louis non ne parlavano mai.
Sbagliando.

“Mon petit che combini? Credevo ti fossi perso”
“Amore ciao” – esclamò Harry, andandogli incontro per stringerlo a sé e dargli un bacio profondo e sentito.

“Ehi … cosa ci fai qui Haz?”
“Ho dovuto accompagnare Flora …”
“Per Glam? Sta meglio?”
“Sembrava di sì …”
“Come sembrava?” – Lux si intromise.
“L’ho vista un po’ tesa dopo una chiamata del boss … A proposito devo raggiungerla e consegnare a Glam questi”
“Cosa sono, vestiti?” – “Sì Louis ed in questa valigetta ci sono contanti e qualche accessorio … Venite con me?”


“Prima …”
La voce gli morì in gola: Brent era come cristallizzato alle spalle di Brendan e stava parlando alla sua schiena spaziosa e ben delineata dal vogatore, che l’analista stava indossando.

Si voltò di botto, con un'arancia nella mano sinistra ed il coltello nella destra: la caraffa per le spremute era quasi a metà.

“Stammi a sentire Brent: io non ti obbligherò mai ad avere rapporti con me e forse anche con quel bacio sono andato oltre una linea di confine ben delineata dalle tue insicurezze e dal senso di inadeguatezza, che quel fottuto stronzo ha inculcato in te dalla nascita.”
“Quel …” – balbettò.
“Sì, tuo padre e non penso di offendere nessuno, tanto meno il giovane che ha passato la notte tra le mie braccia, sorridendo mentre sognava, forse e ripeto FORSE, per la prima volta senza spettri, capaci solo di tormentarlo!” – inveii, ma con una compostezza, che gli faceva mantenere i toni bassi, ma carichi di risentimento verso quella figura genitoriale, portatrice di danni all’apparenza irreversibili.

“Io … mi dispiace Brendan … Io non sono pronto …” – replicò inerme.
“Cosa ti spaventa?”
“Co cosa …?”
“Brent cerca di crescere ed affronta la realtà: sei gay, quanto me, ma te ne vergogni al punto da trattare come un coglione il sottoscritto o come un bastardo, quale non sono! Non con te, chiaro!?”
“E … e con gli altri …? Ce ne sono stati parecchi?” – domandò asciutto, odiando già la risposta di Laurie.

“Di storie serie poche … due … no, tre” – spiegò un po’ spiazzato.
“Tre? Io ho avuto solo Matt e lo trattavo male, quando scopavamo, quando io lo scopavo … e mi sentivo una merda, dopo”
“Lo picchiavi?”
“NO!” – ribatté con gli occhi lucidi.

“Eppure qualcosa accadeva per farti provare una cosa simile”

Brent indietreggiò, poi fece un passo avanti, quindi azzerò la distanza.
“Io … io non sono mai stato capace di fare l’amore … io ero sporco, perché lo desideravo, pensavo a lui, ma poi non riuscivo a dirgli un cazzo di tutto questo bene che gli volevo accidenti a me …” – iniziò a piangere.

Brendan lo raccolse sul proprio cuore, che batteva all’impazzata.

“Non mandarmi via …”
“Non lo farei mai Brent … Mai.”


Lula gli diede una carezza a mano aperta, sorridendogli commosso – “Hai paura papà?”
“No tesoro … Conto su di te, ok …? Sarai il mio punto di riferimento, più che in ogni altra occasione …”
“Certo” – e si appese a lui, che quasi lo stritolò, con il suo amore sconfinato.

“Posso?”
“Ehi Flora, benvenuta … Hai portato tutto?”
“Ovvio che sì, ci tengo al mio posto di lavoro, mica penserai che andrò in pensione, capo” – ed inghiottì un singulto, provando a celare quanto fosse sconvolta.
“Harry?”
“E’ con il resto della truppa: è scoppiato una specie di delirio collettivo, sappilo.”
“Tipico di me, solo casini baby …” – e fece l’occhiolino a Lula, che sorrise mesto.

Geffen si sollevò, mentre Mason e Laurie sopraggiungevano nuovamente.

“Glam tu dovresti parlare con loro …” – disse Laurie, in imbarazzo.
“Lo farò quando sarò presentabile … Flora mi aiuti?”
“No problem, non è la prima volta che ti vedo in mutande disgraziato”
“Puoi dirlo, mai quanto ora” – e rise, calzando i pantaloni scuri, la camicia bianca, la giacca in tinta, calzini e scarpe, impeccabile e sfrontato.

“Glam non ti senti debole?”
“Assolutamente no: quando inizio le nuove chemio o quello che sono?”
“Tra dieci giorni, non prima, è impossibile”

Geffen scosse la testa, lisciandosi le gote ben rasate dal mattino, quando era riuscito anche a farsi una doccia.

“Un tempo, sapete, quel termine, impossibile, non faceva parte del mio vocabolario: lo ribadivo a chiunque mi affidasse un patrocinio, anche il più ostico … Poi, sono cresciuto.”

“Glam qui ci sono i contanti e … occhiali da sole, cellulare, portadocumenti … Uno scotch invecchiato quattordici anni ed il tuo bicchiere di ordinanza” – la donna sorrise complice.

Il legale dei vip ne versò una quantità abbondante, senza accorgersi del vocio sempre più prossimo alla soglia, varcata da lì a poco da Jared e gli altri.

“Glam … co cosa diavolo stai facendo …?” – chiese lui al limite di una crisi di nervi.

“Faccio un brindisi … A me stesso, prosit!” – e scolò quel liquido dorato in un solo respiro.

Avvampò, ma non si scompose.

“Mon Dieu …”
“Vincent, vecchio mio, giusto di te avevo bisogno” – e lo puntò.
“Di me?”
“Vuoi seguirmi? Una settimana, non so ancora dove ci porterà la mia principessa, ma ti assicuro che ci divertiremo” – ed infilò le mazzette di dollari in ogni tasca libera.

“Daddy … Tu … tu sei sotto shock … Cosa stai facendo maledizione?!” – si frappose tra loro Kevin, esasperato.




“Tesoro mio … Il tuo daddy si sta mettendo in viaggio e qui mi dicono sia l’ultimo: tu ci credi?” – e gli afferrò le spalle magre, non senza guardare anche Jared, ormai al fianco del bassista.

Incluse anche lui nel suo tocco, incollandoli, mentre li guardava in un modo che né Jared, né Kevin, né nessuno, conoscevano.

“Daddy …”
“Glam …”

“L’ultima cosa che avrei voluto era vedervi piangere ancora una volta a causa mia, sapete …?”
Il silenzio nella stanza si intossicò di tensione, rammarico, angoscia.

“Io vi ho amati, vi amo e vi amerò per sempre”
Quindi guardò Colin e Tim, anch’essi vicini, nell’assistere a quella scena quasi surreale.

“Scusatemi ragazzi” – disse loro.
Baciò sulle labbra sia Kevin che Jared, a stampo, rapido, ma con l’intensità di un marchio definitivo.

Ancora una carezza, poi passò tra i due, cristallizzati in una sensazione lancinante.

Inforcò i Ray-ban, dirigendosi agli ascensori, insieme a Lux.

“No, facciamo le scale, sono solo due rampe, sino al parcheggio”
“Come vuoi Glam … Io non ho bagaglio”
“Compreremo il necessario strada facendo” – e spalancò le porte di emergenza, uscendo a respirare l’aria e lo smog di Los Angeles.

Geffen diede una lunga boccata, poi sbloccò le sicure della sua Ferrari, non senza sorridere al destino, prima di salirci sopra, con l’amico, pronto a seguirlo ovunque.


CHRIS MELONI E LA SUA FAMIGLIA . 2013




 EMMETT J. SCANLAN E KIERON RICHARDSON, I NS BRENDAN E BRENT, MOLTO UNITI ANCHE NELLA VITA REALE 




mercoledì 2 ottobre 2013

ZEN - CAPITOLO N. 192

Capitolo n. 192 – zen



Scott si strappò la mascherina, raggiungendo Jared, Kevin e Tim, in fibrillazione, nella sala di attesa per i familiari dei pazienti.
Leto gli volò incontro, seguito a ruota dal bassista ed il compagno, oltre modo teso per l’esito del doppio intervento.

“Come stanno?” – chiese il cantante, in piena ansia.
“Colin una roccia … Glam ha avuto un arresto cardiaco, ma è con noi, in coma farmacologico per sicurezza …” – ed inspirò, frustrato da ciò che sapeva alla perfezione potesse accadere a Geffen.
“Mio Dio …” – mormorò Kevin e Tim lo strinse.
Jared stava piangendo – “Posso vederli? Possiamo …?”
“Colin è in una camera sterile, ma puoi accedere, con le dovute precauzioni, per almeno ventiquattro ore, mentre per Glam solo attraverso il vetro … Mi dispiace”


Brendan stava fissando il vuoto, seduto sopra ad un divanetto, nel corridoio adiacente le sale operatorie.
Nasir era in una di quelle, la numero cinque, da almeno due ore.
Jim e Steven lo stavano operando, mentre Hugh si era sistemato in un angolo, in tenuta chirurgica, per non perdere un solo minuto di quel drammatico frangente.
Si sarebbe potuto avvicinare, sedendosi ai lati della lettiga, verso la fine: Mason glielo aveva promesso.

“Ciao …”
“Brent …?” – e si alzò, abbracciandolo, commosso.
“Ci sono novità?” – domandò gentile il soldato: era in divisa, lo stavano aspettando alla base cittadina, dove il generale gli avrebbe consegnato il congedo per motivi di salute.

“Grazie per essere qui …” – disse lo psicologo, tornando a guardarlo.
“Ti ho mandato un messaggio …”
“Ho dimenticato il cellulare in auto e non volevo scendere, magari succede qualcosa …” – e tirò su dal naso, senza rendersi conto che aveva preso tra le sue, le mani di Brent.
“Ok …” – e, deglutendo a vuoto, il giovane abbassò lo sguardo, percependo una sensazione gradevole, per la leggera pressione dei pollici dell’altro sul dorso e poi sui polsi, di quelle sue estremità affusolate e morbide.
“Brent”
“Sì …?!” – ebbe un sussulto, riprendendo a fissarlo, intenso.
“Devo … devo parlarti, ma non è questo né il momento e né il luogo giusto”

Lui non disse nulla: non ci riusciva, la gola gli si era asciugata e le pulsazioni sembravano scalpitare all’interno della sua esile cassa toracica.

Brendan sorrise a metà – “Sempre che ti importi”
“Certo che mi importa!” – ribatté il ragazzo, tirando fuori tutto il fiato che aveva in corpo.

L’uomo annuì – “Quasi mi vergogno per la gioia che provo, sai? Per ciò che sta passando mio fratello …”
“La … gioia?” – quasi sussurrò flebile.
“Certo … Credi di non meritarla?” – chiese limpido ed emozionato.

Brent si distaccò, stringendo le dita a pugno, facendo anche un passo indietro, guardando altrove – “A volte te ne esci con delle storie assurde” – sbottò risentito.
“Ma … cosa avrei detto di tanto assurdo?” – replicò Brendan, con scalpore.

Tomlinson jr fuggì via, senza dargli alcuna spiegazione.
Il bip alle spalle di Laurie indicò di colpo l’apertura delle ante scorrevoli: il trapianto si era concluso.


“Sono stato sgarbato Louis, volevo chiederti scusa”
Lux mostrò ciò che aveva dietro la schiena, rilassandosi da quella postura impettita, al cospetto di Lou, appena uscito dall’università.
Un grande mazzo di rose bianche, costellato di cioccolatini e bon bon, incartati in stagnola colorata di mille nuance, originali ed invitanti.

“Oh cavoli … Vincent”
Il suo sorriso tempestò quell’attimo di uno splendore inenarrabile dal cuore di Vincent, colmo di ammirazione e passione.
Tenerle a bada diveniva sempre più complesso ed il francese avrebbe voluto dirglielo.
Invece cadde in un compromesso diplomatico da antologia.
“Spero che siano ai gusti preferiti da te ed Harry” – e sorrise, senza mai perdere quell’aria da canaglia innamorata, che rapiva ogni respiro a Louis, che neppure lo stava ad ascoltare.
I pensieri, accavallatisi nella sua mente, lo stavano portando a mille fantasie.

“Allora … pace, mon petit?”

“Pace …? Mai stato arrabbiato con te”

“Neppure io … Sono scorbutico, come ogni ex sbirro” – scherzò, ma Louis lo stava scrutando,  come a cercare i suoi veri pensieri, nascosti dietro a quelle frasi di convenienza.
“Ogni volta che mi vieni a cercar Vincent, mi sento così confuso, ma, ti prego, non smettere … E parlami, parlami davvero”

L’affarista prese fiato.

“Mi sento consumare, come una candela: se non la spengo, non riuscirò a ritrovare me stesso, perché non esisterò più … Mi riferisco a quel Vincent, che amavi tanto e”
“Io non smetterò di amarti” – puntualizzò diretto – “… ed avrò cura di te, ma credo nella mia storia con Harry e vorrei il tuo appoggio”

“Ce l’hai mon petit” – disse sconfortato, andando ad accomodarsi sopra una panchina.
Il ragazzo lo affiancò.
“Ho … ho colto una certa intesa tra voi, del resto siete andati da mio padre, coalizzati, senza accordi, in un’iniziativa comune …”
“Faremmo qualsiasi cosa per te … questa è la verità.”
Louis lo guardò, dandogli una carezza sulla schiena.
Vincent si sentì come afferrare lo stomaco, da una presa invisibile, poi una sensazione piacevole lo pervase, dalla gola, all’inguine.

Troppo pericoloso.

“Ti accompagno?”
“Hai fretta? … Volevo passare dall’ospedale … Per Nasir”
“D’accordo mon petit … Andiamo.”


“E’ faticoso per te, vero cucciolo?”
Erano seduti su di un tronco, guardavano l’oceano: la spiaggia era bianca, abbacinante, come solo ad Haiti.
Lula arricciò il nasino – “Non così tanto …”
Geffen sorrise – “Noi potremmo”
“No, no, nuooo” – replicò lui simpatico, alzandosi, per appendersi al suo collo.
Glam si sollevò, portandoselo dietro, dandogli un bacio sulla guancia sinistra, per poi stringerlo forte: vedeva la propria ombra, alta, massiccia, al punto da inghiottire completamente i contorni della figura del suo soldino di cacio.

Iniziò a piangere – “Lula …”

Kevin, dall’altra parte della lastra, lo stava chiamando, ma, nonostante il figlio avesse attivato l’interfono, Glam sembrava non riuscire a sentirlo: ripeteva il nome di Lula, singhiozzando.
Un rumore secco distrasse il bassista: la cornetta stava ciondolando contro la parete: Kevin rivolse nuovamente lo sguardo verso l’ex e lo vide sorridere, con il bimbo abbarbicato sul suo petto, accolto dalle sue ali.

“Mio Dio Lula, esci, i batteri, non puoi!” – esclamò, ma un tocco ai suoi jeans, all’altezza dei polpacci, lo fece sobbalzare nuovamente.
“Papake abbassa la voce, se no svegli papi”
“Lula …?!” – mormorò stranito.

Controllò Geffen e lo vide assopito, con la maschera dell’ossigeno ben sistemata ed i tracciati regolari, sui vari monitor.
Entrò un’infermiera, con una tuta quasi spaziale: rimosse alcuni aghi e controllò ulteriormente la pressione.
Sorrise, facendo un segno di ok a Lula, che ridendo le rispose allo stesso modo, non senza uno dei suoi saltelli.

“Papi è fuori pericolo … Ora viene Scott e te lo dice”


“Accidenti a questi temporali ed a queste strade tutte uguali! E a questo navigatore del cazzo!”
Brendan ringhiò, tornando sulla via maestra, scegliendo la direzione opposta a quella precedente.
Vide un cartello con le indicazioni del presidio militare e si tranquillizzò.

“Era ora … Certo che mi rispondessi al telefono Brent” – si lamentò – “Miseria, parlo anche da solo, la diagnosi potrebbe essere delle peggiori …” – e rise.

La sua provvisoria allegria si smorzò appena lo vide.
Il capitano stava rannicchiato di traverso su di una panchina, fradicio, la sacca con gli effetti personali accanto ai piedi, la camicia privata, come norma, dei gradi.

Senza un impermeabile, una giacca, un cappello: se fosse stato nudo sarebbe stato meglio, perché quegli abiti zuppi, sferzati da un’aria gelida,  a quell’ora di sera, potevano fargli buscare una polmonite.

Laurie si precipitò da lui, imprecando.
Lo raccolse, spingendolo quasi sull’auto, buttando sul sedile posteriore quello zaino, di per sé inutile ormai.

“Sei impazzito??”
Brent non gli diede retta, tremando come una foglia.
Brendan riscese, recuperando una coperta nel vano bagagli.

“Avanti lascia che”
“Ti sto rovinando i sedili … quest’auto costerà una cifra che …”
“Poi magari mi avvisi quando la smetterai di dire stronzate, eh Brent? Con una e-mail, un sms, un piccione viaggiatore!”
Era incazzato nero.

Ripartì sgommando, dirigendosi al suo loft, senza che il ragazzo proferisse una sillaba.

Appena varcata la soglia, Brent si avvicinò al caminetto già acceso con un telecomando a distanza, poggiando la fronte al muro, chiudendo gli occhi e rimanendo zitto.
Brendan non capiva se lo avesse spaventato, inveendo come avrebbe fatto il padre, ma, si augurava, come un qualsiasi amico di buon senso avrebbe fatto, ritrovandolo in quelle condizioni.

“Ti preparo un bagno caldo, spogliati subito, qui ci sono un accappatoio e delle ciabatte, con questo pensa ai capelli … Cos’altro? Non mi viene in mente nulla, sarà pronto tra due minuti, ok?” – disse più calmo.
Brent fece un cenno, ancora a palpebre serrate.
Ubbidì, senza discutere, anche se gli ribolliva dentro una rabbia eguale a quella di Brendan, ma di tutt’altra natura.


“Se adesso ridi … Perché io ti conosco re d’Irlanda sai?”
Il tono minaccioso di Jared, era semplicemente annullato dalla felicità debordante dai suoi zaffiri, mentre accudiva Colin, in ottima forma, anche se in convalescenza obbligata.

“Sarà mica per … questo enorme profilattico in cui ti sei dovuto infilare per entrare qui? Ahahahah”
“Lo sapevo … Lo sapevo! E ringrazia che non ti posso fare il solletico!”
“Da te mi farei fare qualunque cosa Jay Jay …”
“Cavoli …”
“Che c’è?”
“E’ un secolo che non mi chiami così …”
Anche l’attore sorrise – “Magari per non confonderti con il piccolo di Sveva e Glam … A proposito come sta? Qui nessuno vuole dirmelo …”
“Il suo cuore si è fermato durante l’intervento, ma poi tutto si è risolto ed ora è in isolamento …”
“Capisco … Vai a vederlo Jay, io me la cavo …”
Leto deglutì a vuoto – “Tra un po’ … magari …”
“Vai” – e gli sfiorò il volto, amorevole.


La schiuma lambiva le piastrelle.
“Uhm … ho esagerato” – disse assorto Brendan, accovacciato sopra al tappeto di spugna.
“Un po’ … anche il profumo …”
“Era scritto in Cinese, l’ho scoperto poi con il traduttore del mio tablet, lasciato nel comodino: gelsomino selvatico.”
“Sei uno smemorato cronico” – Brent abbozzò un sorriso, poi si immerse totalmente, tappandosi le narici con l’indice ed il pollice sinistri.

Quando tornò su, Brendan era sparito.
Il giovane si sporse, sbirciando verso il living, sul quale la porta era rimasta spalancata, ma sembrava deserto.
C’era una luce soffusa, rimandata dall’acquario illuminato di blu cobalto.
Uscì lento dall’acqua, afferrando un telo, usandolo per avvolgersi dai fianchi in giù.
Circospetto avanzò verso l’ampia camera, notando un tavolo basso con delle candele accese, un vassoio con un paio di flute e delle tartine, all’apparenza squisite.

Stava morendo di fame, in effetti.

“Dobbiamo festeggiare Brent”
“Cazzo!” – strepitò, visto che Brendan era sbucato da dietro, senza alcun preavviso.
“E … sciogliere questa tensione …” – aggiunse pacato l’analista.

Brent si girò di scatto, il respiro corto – “Magari con un bel massaggio!” – sbottò provocatorio ed irritato, forse anche dal fatto che l’altro fosse rimasto unicamente con i jeans, scalzo ed a torso nudo, quanto lui.

Brendan scosse il capo – “Come dovrei fare con te?” – domandò arrendendole, non senza fissarlo.
L’altro avvampò.

“Ho … ho esagerato, perdonami … Tu mi hai salvato, portato qui e”
“Salvato Brent? Da cosa?” – chiese incuriosito.
“Mi sarei preso un accidente e poi ero senza un soldo per il taxi, ho dimenticato il portafogli da Meliti” – spiegò un po’ concitato.
“Tu hai dimenticato cosa?” – e scoppiò a ridere – “E sarei io quello sbadato!”

Brent storse le labbra, grattandosi la nuca – “Touchèz …” – ed inspirò, rendendosi conto che Brendan gli era ad un palmo dalla bocca.
Quella di Laurie sapeva di buono, un misto di liquerizia e menta, Brent non sapeva identificarne l’aroma preciso.

Perso in quell’indagine mentale, appena tornò a guardare dritto nelle iridi di Brendan, le vide come fondersi alle proprie.

Le loro bocche, adesso, erano unite, in un primo contatto: lieve, dolcissimo.

Massaggiandola con la propria, Brendan schiuse quella di Brent progressivamente.

Con le dita posate intorno al collo del giovane, con delicatezza, Brendan indugiò, senza neppure combattere con la sua lingua: si stavano assaporando, come rapiti dalle medesima emozione pura.

Laurie scivolò via, ma di poco: quindi fece per affondare di nuovo, scambiando l’inclinazione reciproca, quasi a cogliere ogni angolazione di quell’anfratto caldo ed umido, perpetrando il loro primo bacio, in un senso di infinito, che fermò i battiti di entrambi a quell’istante, ormai indimenticabile.