sabato 12 febbraio 2011

GOLD - Capitolo n. 65

Capitolo n. 65 – gold



Colin si asciugó il viso, dopo essersi sbarbato, fissando la sua immagine riflessa nello specchio del mobile, dove nascondeva sotto chiave ogni sorta di farmaco.
Fece una breve riflessione, poi ingurgitó un paio di tranquillanti, per superare indenne il momento dei saluti con Jared, che lo stava aspettando giá pronto ad andarsene, giú nella sala, dove aveva finito di preparare i bambini, ormai diretti, con Simon, alle quotidiane attivitá scolastiche.
Risalí per vedere a che punto fosse il compagno, trovandolo in ottima forma.
“La limousine della produzione è nel viale… c’è anche Claudine…” – sorrise abbracciandolo.
Colin lo bació con dolcezza, indugiando ad occhi aperti sulle espressioni compiaciute di Jared: “Ti amo anima mia…”
“Anch’io Colin…ci rivedremo presto…”
“Lo spero davvero… mi telefoni quando arrivi?”
“Certo… abbiamo ancora qualche minuto per noi?”
“Temo di no… ma possiamo prendercelo questo tempo, non credi Jay?”
“Sí Cole… sí.” – e tornó a baciarlo, accarezzandolo ovunque arrivassero le sue mani gelide.

Le previsioni meteo per Haiti non erano rassicuranti.
Il volo fece appena in tempo ad atterrare, che un principio di tempesta si avvicinó all’isola.
L’appartamento era silenzioso e vuoto, cosí come il frigorifero ed il letto, dove Jared pensava di trovare Glam, irreperibile al telefono.
L’hammer non era in garage, cosí chiamó un taxi, per arrivare alla fondazione e poi da Pamela.
“Olá chi si vede!”
“Ciao Pam… scusami, cercavo Glam… e Syria.”
“La ciqua sta riposando, ma di Geffen non so nulla, sparito el maldido!” – rise.
“Ah… ok, posso salutarla?”
“Credo che sí, prego, vi porto un caffé?”
“Ottima idea…” – rispose inquieto, per non avere trovato Glam neppure lí.
Pensó alla casetta sulla spiaggia, ma era pericoloso andarci a quel punto.
Syria lo salutó con un bel sorriso, ricambiata con molto affetto.
“Sei stato a Los Angeles? I tuoi figli stanno bene?”
“Sí, grazie… faceva caldo anche lí. Hai visto Glam?”
“Ha telefonato stamattina per sapere se avevamo bisogno qualcosa…”
“Ma tu gli hai parlato Syria?”
“Pochi secondi, voleva sapere se stavo bene… Lui è un uomo cosí buono… merita il nostro amore.”
“Sí… hai ragione…” – i suoi occhi divennero lucidi.
“Jared posso dirti una cosa?”
“Ti ascolto…”
“Perché non lo lasci libero?... Soffrirá terribilmente, ma poi si rassegnerá, lui è abbastanza adulto e maturo per farlo…”
“So che penserai che sia uno stronzo e…”
“No… no. Sei un uomo che non ha ancora trovato le risposte… secondo me ovvio. Il problema è che trascini in questa tua confusione persone che non se lo meritano.”

“Dimitri la tua casa è un porcile!”
“Accontentati ombre, prendi il tuo tè nel bicchiere e non rompere!”
“Ce l´hai un po` di vodka da mettere in questa brodaglia?”
“Sicuro Geffen… eccola.” – e sghignazzó, versandogli una dose abbondante.
“Va meglio cosí? Cicatrizza tutto quella, sai?”
“Non le mie ferite…”
“Ma che cazzo ci fai tu qui nella mia tana puzzolente? Ahahahah”
“È l’ultimo posto dove verrebbero a cercarmi.”
“Guai con la polizia?!” – domandó stupito.
“Ma no… ma quale polizia, parlo di altri guai…”
“Ohhh sí, il puttaniere che è diventato un po’…”
“Un po’ cosa? Sú dillo!” – ruggí minaccioso.
“Scopati chi vuoi, ma non guardare me!”
“Dimitri, a me manca solo piú di portare a letto te e posso anche suicidarmi! Anche se devo ammettere, hai un certo fascino ahahahha salute… mmm buona. Me ne daresti ancora un pochino?”
“Oh Signore…”

Jared tornó all’alloggio, rinunciando ad ulteriori ricerche.
Invió piú di un sms a Glam, pregando di raggiungerlo almeno il giorno seguente.
Voleva parlargli, senza sapere quale discorso intavolare, per districare la matassa che gli pesava sullo stomaco da giorni.
La violenza del vento aumentó all’improvviso, scagliando contro alle vetrate foglie e rami, provenienti dal giardino sottostante.
Jared si precipitó a chiudere le tapparelle, dopo avere acceso le luci in ogni camera.
Deglutí, cercando nevroticamente la torcia, nel caso la corrente elettrica andasse via.
Era inevitabile e la casa precipitó in un buio angosciante.
Anche l’illuminazione in strada era saltata, quindi era inutile provare a riaprire le saracinesche.
Si appoggió al muro, tremando e sudando.
La gola gli si seccó, mentre gli occhi pungevano per il pianto, che non riuscí a trattenere.
Il telefonino era isolato, forse funzionavano le chiamate di emergenza, ma era assurdo chiamare aiuto.
Il palazzo era semi deserto, ma lui ormai sentiva ogni genere di rumore, sobbalzando per ció che in realtá era frutto della sua immaginazione.
Andando a tentoni prese un cuscino dal divano, stringendolo a sé, come a cercare un conforto immaginario.
Il tonfo di vetri rotti sovrastó le altre percezioni e solo allora gridó.
Era arrabbiato e spaventato.
“Basta Jared… basta hai… hai quasi 45 anni e… e te la fai sotto per un temporale…!”
Partí un allarme a sirena ed un clacson, dalle auto giú in strada.
“Bastaaa!!!” – il suo grido era inghiottito dalla furia dei tuoni e le sagome sinistre degli oggetti presero vita sulle pareti, grazie ai flash dei lampi continui, che filtravano dalle fessure degli infissi.
Respiró profondamente, cercando un minimo di autocontrollo, ma fu inutile.
Si rannicchió in posizione fetale, sbattendo con la nuca sui gradini che portavano alla zona cucina, dal salotto.
Si massaggiava imprecando, ma quel malessere era niente in confronto al terrore, che gli soffocava l’anima.
Strizzó le palpebre, come se potesse servire a qualcosa nascondersi con la mente da quell’inferno.
Un bussare prepotente ed inaspettato lo fece trasalire.
Con le dita cercó di decifrare l’entitá della barriera tra lui e la blindata, pregando di poterci arrivare sano e salvo.
Senza neppure sapere come, arrivó alla maniglia, chiedendo chi fosse, ma solo i colpi sul legno rimbombavano insieme al resto di quel frastuono intorno.
Spalancó la porta, vedendo una figura massiccia davanti a lui, che lo prese per le braccia – “Jared!!!”
Era Glam, ma lui non lo riconobbe.
Era in preda al terrore, si accasció nell’ingresso, quasi posseduto da convulsioni incontrollate: “Non toccare mio fratello!!! Lasciaci in pace!!!” – esclamó, mentre l’altro provava a tranquillizzarlo, stringendolo sul petto.
“Jared… Jared sono io… Glam… accidenti cosa ti prende?” – disse calibrando il tono della voce, per non impressionarlo ancora di piú.
Accarezzava i suoi capelli, mentre Jared singhiozzava fuori di sé – “Shannon… mandalo via… mandalo… via…” – aggiunse flebilmente, ansimando, ormai in preda ad un attacco di panico completo.
Solo allora Geffen si ricordó dell’abuso ai danni di Jared, perpetrato da quello zio acquisito, che in seguito morí di cancro, tra parenti affranti ed ignari di quanto fosse stato brutale con ragazzi come Jared.
Lo prese in braccio, portandolo sul letto ed accendendo qualche candela, che sembró rassicurare Jared.
Tornó a prendersi cura di lui, vedendo che non gli era passata la crisi, nonostante potesse vederlo bene – “Cosa devo fare con te Jared…? Me lo spieghi…?” – quasi lo imploró, con tenerezza, trovando insopportabile ció che aveva subito e che si mescolava a quelle carenze affettive, negate da un padre assente, che forse lo aveva anche disprezzato, oltre che rifiutato.
Dal nulla alle troppe e luride attenzioni di quell’altro verme, a cui Jared si era di sicuro affezionato, sostituendolo nel proprio cuore a quel genitore, che la vita gli aveva ingiustamente negato.
Lui e Shannon erano due bambini bellissimi, derubati del bene legittimo, che solo chi ti mette al mondo puó darti.
Lo culló, finché Jared riprese coscienza della situazione: “Glam…pensavo che… io pensavo…”
“Ssssttt non dire niente… non farlo, tanto io ormai non so piú chi sono… voglio solo amarti ed accumulare sbagli finché non capiró che sará un lavoro inutile… e non me ne importa un cazzo, questa è la veritá piccolo…”
“Glam mi dispiace… mi dispiace…” – la sua angoscia si sciolse sul cuore di Geffen, che inizió a spogliarlo, mentre Jared faceva altrettanto, in modo fluido e continuo, come le spinte che un attimo dopo invasero il suo corpo.
Jared si schiudeva come quei fiori rari e preziosi, ricevendo Glam con generositá: lui lo sentiva dagli umori caldi, che anticipavano il loro orgasmo, nei quali era cosí bello perdersi, senza piú cercare ragioni, senza piú pensieri.
Sans souci.
Quindi era quella la formula?
Poteva inaridirti, poteva deluderti, poteva alienarti da ogni dignitá.
Il minimo sarebbe stato ribellarsi, imporsi, ma quel bimbo maltrattato era lui ed entrambi erano affamati d’amore da un tempo eterno, che si dilatava e li inghiottiva.
La stessa sensazione, che da orrenda diventava magnifica, materializzandosi nelle spinte progressive, che ora, continuavano a ripetersi dentro a Jared, girato su di un fianco, che mugugnava delizioso nella gola di Glam, perduto in singulti anche animaleschi, per il piacere che si era impadronito di ogni suo nervo, portandoli al limite di loro stessi, divampando e dilagando piú volte, avvinghiandosi e poi liberandosi, girandolo sotto di sé, tormentandolo con le dita, poi la bocca, poi le dita ed infine il sesso, pronto e capace di scoparlo fino allo spasimo.
Due morse afferravano i polsi di Jared, che affondava nel guanciale soffice, tutta la sua libido appagata, pretendendone ad oltranza.
Glam si svuotó nuovamente, mentre il sesso di Jared era ancora intrappolato nelle mani dell’amante, che lo finí con la bocca, ingorda di lui.

I raggi del sole dopo un uragano, sembravano sfiorare timidamente le spalle di Jared, che dormiva a pancia in giú.
Glam vi posó alcuni baci, inginocchiandosi di lato e ricoprendo il suo sembiante perfetto ed atletico, con un lenzuolo pulito.
Si abbassó sul suo collo, facendogli sentire il profumo di caffè ed il tepore delle sue premure.
Jared sorrise.
“Tu sei… il mio tutto.” - gli sussurró.
“Glam…” – si giró, sedendosi ancora confuso dal sonno e dal riverbero accecante.
Geffen avvolse tra le mani la sua nuca, delineando gli zigomi con i pollici, quasi studiasse ogni millimetro di quella perfezione – “Ti appartengo Jared… Adesso trabocco di gioia… domani impazziró dalla rabbia… il giorno seguente voleró, sognando…La veritá è che questo è il solo modo di vivere che io conosca, l’unico che abbia un senso, per me…”
“Glam io…”
“Te lo ripeto…” – sorrise abbassando la testa e poi tornando a scrutarlo – “Non dire nulla… so che mi ami ed è solo in questo modo che tu sai farlo… Solo questo Jared.” – e lo bació, tornando a possederlo per ore.



venerdì 11 febbraio 2011

GOLD - Capitolo n. 64

Capitolo n. 64 – gold



I loro occhi si stavano interrogando felici, fu Colin a rompere il silenzio – “I bambini non ci sono… se ti accontenti di me, io sono qui…”
“Possiamo… possiamo stare insieme? Adesso?”
Colin lo bació di nuovo, piú intenso.
Senza neppure ricordarsene i passi ed i rumori, durante quel breve tragitto, si ritrovarono nella penombra della loro camera, isolandosi da tutte le realtá, che avevano oppresso i loro cuori da troppo tempo.
I palmi delle mani di Colin, plasmavano ció che sentiva in quelli del compagno, fino ad intrecciare le dita, per stringerle allo spasimo, in un orgasmo bellissimo.
Si sollevó appena dal corpo di Jared, ammirandone la perfezione e la solaritá, perdendosi nelle iridi rubate ad uno spazio di mare, che ancora dovevano vivere, muovendosi in lui profondamente, ricominciando ad amarlo, pervaso da eccitazione ed appagamento totali.
Urló la sua estasi, ritornando a stringerlo, ripetendo il suo nome, che non aveva mai smesso di invocare quello di Farrell, a cui sembró di vivere un’allucinazione, tanto era incredibile avere lí il suo Jared – “Ti amo, ti amo… ti amo… Jay… mio Dio… Jay…” – piangeva e godeva di lui, come se fosse la prima volta.

Geffen compró un puzzle.
Lui odiava i puzzle, ma lo compró ugualmente.
Sparse i pezzi sullo scrittoio della casetta sulla spiaggia ed inizió ad osservarli.
Il soggetto era Saint Michel, l’isola francese, un posto incantevole e distante.
Scelse quasi a caso, preferendo qualcosa di complicato.
Molti dettagli, mille pezzi.
Sbuffó.
La convalescenza era deleteria per le sue abitudini iperattive, quindi controllava le calorie, il cibo, faceva pesi, ma era talmente inappetente dopo la partenza improvvisa di Jared, che l’ultimo problema sarebbe stato quello di ingrassare.
Il suo cellulare ricevette un sms di Kevin.
Voleva quasi non leggerlo, ma non poteva evitarlo.
§ Ciao Glam… perdona questo mio silenzio, ma avevo bisogno di buttarmi nel lavoro per qualche giorno e staccare la spina… anche se è impossibile… Impossibile non pensarti, non soffrire, non sbagliare… Mi sono sbronzato e sono stato da cani, ma almeno tu non eri il primo pensiero, visto che dovevo preoccuparmi solo di vomitare… Ora va meglio… Cioè… meglio…Lasciamo stare. Siamo in Olanda, ci sono… ci sono una marea di fiori…Vorrei… io vorrei solo averti accanto daddy…Ti amo. §
Lo chiamó subito, ma Kevin non rispose.
Invió un altro messaggio, pochi minuti dopo.
§ Scusami… non ce la faccio… scusami davvero Glam. §
Geffen fece volare tutto, rovesciando il tavolo, per poi accasciarsi sul pavimento per raccogliere tutto, come una furia, piangendo ed imprecando.

Miss Wong suonó la campanella della cena, un’abitudine introdotta da Jared, che la trovava divertente, soprattutto nel vedere i bambini e gli ospiti accorrere da ogni parte della End House, come se fosse sempre una festa.
Colin si affacció, controllando che ci fossero tutti – “Ehi piccoli, papá ha una sorpresa per voi…”
Tutti alzarono gli occhi ed esultarono nel vedere Jared – “Papiiiiii!!!” – gli corsero tutti incontro, atterrandolo sugli scalini, baciandolo e stringendolo nel loro immenso amore.
Farrell aveva chiesto loro di non opprimere mai di domande sul tipo “Sei qui per restare?” o “Vero che non parti?” – convincendoli che sarebbe stato Jared a dire quando non se ne sarebbe piú tornato ad Haiti.
Si concentrarono, invece, sul suo lavoro alla fondazione, domandando dei piccoli, delle montagne di patate che lui era costretto a pelare, dei dottori ed anche di zio Glam.
“Lui sta bene, cammina con il bastone ed un tutore al ginocchio…” – disse tradendo un certo imbarazzo.
Colin sorrise – “Glam è una roccia e poi deve avere fatto un patto con il diavolo… o con qualche angelo custode…”
“Hai ragione amore…cosa ne dite di vedere un film tutti insieme? Un bel cartone in 3 D?”
La proposta fu accolta con entusiasmo, cosí si trasferirono alla sala di proiezione, dove tutti accucciolati sotto a grandi coperte di pile, giocando con gli occhialini appositi ed i pop corn, trascorsero un paio di ore in piena armonia.

“Tu lo sapevi che mio fratello era partito per i Caraibi?” – domandó Jared prima di coricarsi, armeggiando con il telefonino.
“No tesoro… non ne sapevo nulla...” – rispose sereno riponendo gli occhiali da lettura, dopo un’ultima occhiata alle battute delle scene in programma durante il primo giorno di lavoro.
“Giri di nuovo con Joel?” – chiese con un sorriso.
“Sí Jared… ti manda i suoi saluti… avevo bisogno di un po’ di tran tran da set… o di caos… e delle urla di Claudine…” – rise, per poi tossire arrossendo.
Jared se ne accorse, allungandosi al suo fianco – “Ehi… che succede Cole?”
“Nulla… nulla. Sono ancora sorpreso per questa tua breve vacanza… vorrei che… tu lo sai Jared, ma posso dirti solo che non vedo l’ora di vederti restare.”
“Succederá… te lo prometto.”
“Non serve… è il nostro domani, è giá scritto ed io ti ameró ogni giorno di piú, nell’attesa che ció si realizzi.” – su quelle parole sigilló le proprie labbra a quelle di Jared, rimandando la confessione su quell’overdose di farmaci, che lo aveva portato sull’orlo di un baratro, dal quale non si era ancora allontanato.
Durante la notte, considerando il fuso orario, Colin si rifugió in bagno, per mandare un sms a Jude, dove gli chiedeva se avesse detto qualcosa a Jared su quanto era successo, ma lui lo rassicuró.
§ Te lo avrei detto, in compenso sono felice che lui sia da te… Ti abbraccio forte, chiamami quando vuoi, tanto con Robert si dorme poco, a presto… §
Quando Law schiacció il pulsante dell’invio provó una fitta fastidiosa alla bocca dello stomaco, della quale si dimenticó subito, grazie alle carezze di Robert, che alle sue spalle lo stava cingendo amorevole.

“Vado a prendere l’auto a noleggio, aspettatemi qui, poi andiamo in albergo e subito in spiaggia, ok ciurma?”
“Ok Shan… prendiamo i fumetti, vero Josh? Tu cosa vuoi?” – domandó Tomo sorridendo.
“Caramelle… e sigarette, grazie piccolo…” – e lo bació.
Una volta nell’abitacolo, prese il cellulare per chiamare Owen.
“Shan… finalmente…”
“Ciao…ho pochi minuti, non sono a Los Angeles…”
“Siete partiti?”
“Sí… sí Owen, è stato necessario…Tomo era distrutto, gli ho detto la veritá ed ora io non so come potrá finire fra di noi…”
“E di noi Shan…? Noi che fine faremo? O siamo giá finiti…?” – domandó angosciato, ma senza enfasi, quasi severo.
“Io ti amo Owen… ti amo e mi manchi… ma mi sono sentito morire nel vedere il ragazzo che adoro da una vita, umiliarsi e supplicarmi perché non rovinassi la nostra famiglia… Lui ed io abbiamo un figlio ed è una cosa serissima, anche se siamo una coppia gay, noi siamo genitori al cento per cento di Josh, di cui siamo responsabili, ma che soprattutto adoriamo.”
“Non chiederei di meglio che avere un bambino con te Shan, tu… tu lo sai… e ti amo… ti amo Shan…” – ripeteva il suo nome, come se servisse a farlo tornare da lui.
“Quando torno verró da te, non posso farne a meno, nemmeno se lo volessi… ciao Owen, ti bacio…” – e riattaccó, lasciando Rice in preda ad un sofferenza fisica e mentale, che non conosceva.

GOLD - Capitolo n. 63

Capitolo n. 63 – gold



Jared e Glam tornarono all’appartamento nel pomeriggio, dopo essere passati alla fondazione a ritirare della corrispondenza.
“Sicuro di volermi fare da infermiere, Jared?”
“Sí, sicuro… tra poco arriva Rodriguez per cambiarti il tutore, almeno cosí mi ha detto.”
“Dovrebbe essere meno ingombrante, comunque fa meno male.”
“Ne sono felice…” – sorrise, baciandolo.

Il medico fu puntuale, accompagnato da una sorpresa per Geffen.
“Lula! E tu cosa ci fai qui?”
“Mi mancavi tanto daddy…” – disse con uno dei suoi sorrisi irresistibili, come gli occhioni grandi, neri ed intensi.
“Tesoro…” – lo strinse, inondandolo di baci.
Sembrava assorbirlo con il suo amore paterno.
Jared li guardava sereno, commuovendosi, senza farsi accorgere.
Quando Sebastian se ne fu andato, Geffen accese la tv sul canale dei cartoni, con grande gioia del bimbo, che aggrappato al suo collo, non smetteva di guardarlo – “Che c’è piccola peste?”
“Quando torna Kevin…?” – chiese a bassa voce.
“Non lo so…magari gli telefoniamo domani…” – replicó incerto.
“Ma…ma lui vuole davvero essere il mio papá?”
Glam si irrigidí, imbarazzato, per molte ragioni – “Lula quello che posso dirti è che sicuramente io saró il tuo papá… se mi vuoi.” – rise, facendogli l’occhiolino.
“Sííí!” – e lo assalí con la propria gioia infinita.
Jared si intromise solo a quel punto, quasi a disagio – “Allora facciamo la pizza ragazzi?”
Lula approvó radioso, mentre Glam si strofinó gli occhi stanchi – “Per te va bene?” – domandó calmo – “Sí Jared, ti ringrazio…”

Shannon spostó i capelli dal volto di Tomo, affondato nel suo collo.
Lo bació, facendo durare quel contatto per un tempo, che il compagno accolse come un miracolo.
Avevano fatto l’amore su quel pavimento e fu l’unico modo per fare uscire Tomo da una crisi devastante, che stava facendo precipitare anche Shan in uno sconforto assurdo.
“Andiamo a prendere nostro figlio, amore…?”
“Sí Tomo… andiamo… Avvisa il suo asilo, ci prendiamo una vacanza, te lo avevo promesso, ricordi?” – sorrise accarezzandogli la fronte.
“Ai Caraibi…?” – disse stupito.
“Sí… chiamo l’agenzia, compreremo quello che ci serve sul posto… fai solo un bagaglio veloce per Josh, con tutte le medicine, non serve altro.”
“Ok… ok grazie… grazie.”
La sua rabbia si era sciolta, nella calda illusione che tutto sarebbe tornato come prima, nessun rancore, nessun rimorso, Tomo voleva solo Shannon al proprio fianco, in quella vita che gli dava tante sicurezze: rinunciarvi sarebbe stato peggio che morire.

“Contento di dormire con il tuo papá?”
Jared sorrise a Lula, che sgambettava sotto al lenzuolo, a fianco di Geffen, che si sentiva un peso sul cuore e non poteva parlarne con lui.
“Aspetta, ho una cosa per te…” – e tornó alla scrivania, dove stava stampando gli scatti fatti per Haiti, da raccogliere in un album, che avrebbe regalato a Geffen per il suo compleanno.
“Cos’è zio Jared?” – domandó Lula quando rientró in camera – “Una foto di una persona a cui vogliamo tutti un mondo di bene…”
“Kevin!!” – disse il bimbo entusiasta.
“La mettiamo qui… sul comodino, cosí controlla che il tuo daddy non ti prenda a calci mentre dormi…” – si sforzó di ridere, arruffando i capelli di Lula.
“Ora dormi… ciao cucciolino…”
“Ciao zio…” e gli diede un bacio.
“Jared…”
“Ciao Glam… riposati…” – sorrise, annuendo allo sguardo interrogativo di Geffen, come se tutto andasse bene, ma non era davvero cosí e lo sapevano entrambi.
Jared si assopí nervosamente sul divano, posizionando la sveglia del cellulare all’alba.

Lula prese due fette della torta, lasciata sul tavolo pronto per la colazione, mentre Glam scaldava un po’ di latte, impaziente di leggere la lettera, che Jared gli lasció sotto il cuscino, prima di uscire.
§ Sto facendo del male a troppe persone…
Sono confuso e terribilmente triste… Spero di ritrovare il tuo abbraccio, quando torneró lunedí. Potevo inventarmi una malattia di Becki o Violet, ma tu non meriti queste menzogne…Ti amo tanto Glam…Tuo J §

Colin ciondolava con i piedi a mollo in piscina, leggendo il copione del film che avrebbe iniziato a girare la settimana successiva.
Sentí qualcosa, non capí, ma si giró di scatto, verso il viale.
“Jared…?!” – mormoró, alzandosi per andare da lui, che con la sua sacca stava avanzando sorridente.
“Avevo… avevo bisogno di stare un paio di giorni con te… e con i nostri figli...” – sembró una richiesta remissiva.
Colin lo strinse a sé e fu la risposta migliore, resa ancora piú gioiosa da un bacio che tolse il respiro ad entrambi.





giovedì 10 febbraio 2011

GOLD - Capitolo n. 62

Capitolo n. 62 – gold



Jared si vestí, lasciando Glam a letto, per poi andarlo a svegliare con un vassoio, colmo di cose dolci e salate, per la loro cena.
“Ciao…” – sorrise, stirandosi – “Ma quanto abbiamo dormito?”
“Un’eternitá… è di nuovo notte… Hai fame?”
“Sí… direi di sí…” – si mise seduto, aiutato da Jared – “A posto?” – “Sí Jay, a posto…” – e lo bació, riabbracciandolo.
“Mi sei mancato Glam…”
“Anche tu tesoro…mi recuperi qualcosa da mettere addosso…?”
“Certo. Il tuo telefono lampeggia… forse ti hanno cercato…” – disse timidamente.
“Fammi vedere… sí, il medico, Pamela…Anche Dimitri, reclamerá il suo tornaconto per averti trovato.”
“È stato lui?” – domandó stupito – “Quel tizio mi spaventa Glam…”
“Lo so, non è molto rassicurante, ma è utile, basta stargli a distanza di sicurezza.” – replicó quasi divertito.
“Mangiamo?”
“Ok cosa hai preso?… uh quanta roba… sí che non mangio da parecchio.”
“Anch’io. Questo è mio!” – ed afferró un toast alle verdure – “Te lo lascio volentieri… c’è qualcosa anche per l’uomo delle caverne, cioè il sottoscritto?” – rise, curiosando nei piatti – “Sí quello…pasticcio di vitello, sedano e maionese, mi sembra che ti piacesse, lo prendevi sempre al ´S bar…”
“È passato un secolo Jared.” – lo guardó sfuggente, ma sereno.
“A me sembra ieri… quando mi lasciavi correre con la tua Ferrari sul lungo mare…”
“Eri una vera peste. Mmm buono, non sfigura con quello californiano. Hai ancora la mia ragazza italiana?”
“Sí, sempre in garage… ci ho fatto un giro prima di… sí insomma, prima di partire per Haiti.” – si rabbuió.
“Capisco… Jared senti, dovrei parlarti un po’ di Syria.”
“Non sta bene?” – domandó teso.
“La gravidanza procede regolare, ma dovresti starle piú vicino, anche un minimo, temo si senta sola e quando una donna aspetta un figlio, ha bisogno di essere rassicurata e gratificata, per molte ragioni.” – espose i concetti pacatamente.
“Sono frastornato da questa cosa… avere un bambino è stata una sorpresa, quasi un trauma, ma comprendo che dovrei impegnarmi di piú con Syria e lo faró. Rispetteró le sue esigenze e se vorrá rimanere sull’isola… io non le imporró nulla.”
“Penso che ti seguirá volentieri a Los Angeles, lá stará meglio, potrá completare i suoi studi, cercarsi un lavoro, vivere al sicuro in una bella casa… So che non le farai mancare niente.”
“Tu le vuoi bene, è fortunata, l’hai sempre assistita e credo che sará sempre cosí…”
“Sará cosí, ma il bambino non è mio, quindi…” – sorrise.
“Tu, peró, gli vorrai bene, al… al mio bambino…”
“Giá lo adoro…” – replicó limpido e distante da tutte le ombre, che lo avevano accompagnato in quel periodo travagliato, accarezzandogli la fronte, per poi attirarlo a sé delicatamente, per baciarlo.
Jared si sentí come un assetato, arrivato ad una sorgente provvidenziale ed amica.
Tolse la camicia, che aveva rubato a Geffen dall’appartamento, restando con i boxer grigi, come quelli di Glam, che si lasció sfilare il vogatore e poi tutto il resto, aiutando Jared a fare altrettanto.
Spensero le poche luci, rimanendo nel riverbero luccicante dei riflessi proveniente dall’acqua della piscina oltre la vetrata, a disposizione della suite.
Con estrema e tormentosa calma, Glam bació il petto di Jared, che ansimava, sopra di lui, rimasto comodamente appoggiato ai grandi cuscini.
Dandogli poi le spalle, la bocca di Jared scivoló tra le gambe di Glam, che non smetteva di accarezzargli la schiena e poi i fianchi, fino a carpire i muscoli tonici di quei glutei disegnati, portandoseli alla bocca avida, pronta a ricambiare baci oltraggiosi ed infuocati, come le labbra del compagno, ormai custodi della sua erezione turgida e pronta per le attenzioni piú estreme.
Si prepararono a vicenda, gemendo per il piacere crescente.
Jared sentiva la lingua di Glam penetrarlo a fondo, fermarsi, tormentandolo, eccitandolo allo spasimo.
Inizió a masturbarsi, ma Geffen voleva sentirlo di piú – “Voglio prenderti… adesso…guardami Jared…” – la sua voce roca era sensuale ed impertinente.
Lui tornó a baciarlo, scambiandosi i reciproci umori, esaltandosi ancora di piú, finché il sesso di Glam lo invase, facendolo urlare e piangere, per la gioia, per l’amplesso completo, per lo spasmo che devastava le membra di Jared, che dava un ritmo smanioso a quel loro ricongiungimento.
Le dita di Glam arrivarono ai suoi capezzoli, per stringerli, mandandolo in un’estasi, che gli sembró non conoscere una fine.
Scese poi a toccarlo, per godere con lui, ma quando lo sentí arrivare al limite, lo staccó da sé, per farlo venire nella sua gola, ingoiandolo totalmente: a Jared sembró di perdere i sensi, ma poi Glam lo prese di nuovo, per completare il proprio orgasmo, dilagando in lui un istante dopo.
Il suo cuore sembró schizzare sul soffitto per le emozioni incessanti.
Si distese al fianco di Glam, che cercava ossigeno almeno quanto lui, con l’accortezza di non fargli male al ginocchio.
Si ritrovó avvinghiato a lui, dopo pochi secondi, alla ricerca di altri baci e sensazioni, con l’unico desiderio di donarsi fino allo stremo delle forze che gli restavano.

Shannon chiese a Tomo di potere vedere Josh, ma lui gli negó l’incontro, dicendogli che dovevano prima parlare loro due da soli.
“Va bene… hai ragione, dove e quando?” – domandó seccato ed angosciato da quel rifiuto.
“Vieni qui a casa, ma dovrai suonare, la tua chiave non funziona piú.”
Shan riattaccó, respirando ed imprecando.
Owen lo abbracció, erano nella sua villa a Los Feliz: “Ti sono vicino, puoi contare su di me per ogni anche minima cosa tesoro…” – gli disse scrutandolo.
“Lo so Owen… ti ringrazio…” – gli diede un bacio nel collo, per poi andarsene.

“Andiamo a Londra per una settimana Colin, sto un po’ con i miei figli e Rob mi aspetterá ogni sera nel nostro ovetto Kinder… Sei sicuro che posso partire tranquillo?”
“Sí Jude, ti prometto che non faró altre cazzate… Simon mi sorveglierá a vista… vero?”
Il body guard sorrise, annuendo, per poi accompagnarli all’aeroporto, dopo i saluti affettuosi ed all’apparenza rilassati, anche con Downey.
Quando furono in auto, lui non rimandó una decisione presa con Law: “Simon ascolta, devi sapere una cosa…”
“Ti ascolto…”
“Tomo e Shan sono in piena crisi, quindi potrebbero crearsi delle situazioni pericolose e stressanti per Colin.”
“Che genere di crisi?”
“Tomo ha mandato via Shan, a causa di un tradimento… anzi, lui è convinto che abbia un amante.”
“Sono a questo punto?”
“Sí… purtroppo, ma Tomo è consapevole di proteggere Colin, ma non possiamo pretendere molto da lui, è troppo sconvolto.”
“Cazzo che casino…C’è forse di mezzo quel gallerista?” – disse Simon preoccupato.
“Lo abbiamo pensato anche Jude ed io, ma Tomo non lo sospetta nemmeno a quanto pare…Forse pensa a qualche ragazzino musicista, ma è solo una mia ipotesi…”

Faccia a faccia.
Era necessario e svilente.
La tensione era palpabile, ma anche lo sfinimento negli occhi di Shan.
“Se non avessi preso io l’iniziativa, per quanto sarebbe andata avanti questa storia?!”
“Tu dai per scontato che io abbia un altro.” – replicó, mantenendo la calma.
“Per quello che so potrebbe anche essere un’altra.”
“Che assurditá Tomo.”
“Trovi? Come si dice? La vendetta è un piatto che va gustato freddo, eh Shan?” – ribatté provocatorio.
“Tu ora sei cosí incazzato, che qualunque cosa possa dirti, non cambierai idea su di me.”
“Idea? Su cosa? Sul fatto che sei un bastardo bugiardo? Fare il talent scout deve averti dato alla testa, qualcuno dei tuoi protetti si è spinto oltre, pur di avere la tua approvazione Shan?”
“Ma cosa cazzo dici?!”
“Il locale era chiuso per ferie da due settimane, il posto dove dovevi andare l’altra sera. Quando si raccontano fandonie al proprio compagno, bisogna essere un tantino piú svegli!” – urló piano.
Shannon si mise le mani tra i capelli – “Ok, non meriti la mia ipocrita falsitá Tomo. Mi vedo con un altro da settimane, è vero, un uomo, non un fantomatico poppante.”
“Chi è? Lo conosco?” - il suo tono divenne controllato, quasi sommesso, all’improvviso.
“Sí lo conosci… all’inizio è stato sesso, una pazzia, credimi, in cui lui mi ha attirato, ma ero consapevole e anche se non lo fossi stato… Cosa importa adesso? Me ne sono innamorato… lui prima di me…”
“Vi… amate?” – il volto di Tomo era una maschera sofferente, tremante, si sentí mancare le gambe, crollando sul parquet, dove inermi i giocattoli di Josh, sembravano spettatori di quegli istanti drammatici.
Shannon lo prese per le spalle, in una specie di carezza, mentre si inginocchiava a guardarlo – “Si tratta di Owen… Owen Rice. Mi dispiace Tomo… l’ultima cosa che volevo era vederti cosí…”
“O…Owen Rice…?” – balbettó incredulo.
“Sí… qualunque cosa sia accaduta tra noi, comunque, io l’ho voluta e non mi sono tirato indietro, non ho avuto rispetto di noi e della famiglia che hai creato con me, con… con il nostro Josh… Sono mortificato…non sai quanto amore…” – scoppió a piangere.
“Torna a casa ed io… io ti perdoneró…” – singhiozzando Tomo riuscí a dire quelle poche parole, prima di piegarsi, dilaniato dal dolore e da un vero e proprio attacco di panico.
“Tomo…! Tomo mio Dio respira…Tomo!!”



GOLD - Capitolo n. 61

Capitolo n. 61 – gold



Jared consumó quasi tutta la frutta, dopo una lunga doccia, rannicchiato sul divano in accappatoio, a fissare il vuoto, come in attesa che qualcosa accadesse, per salvarlo da quella bieca solitudine.
Si sentiva in colpa per tutto.
Aveva ricevuto uno strano sms da Kevin, con tre puntini di sospensione, ai quali rispose con tre punti interrogativi.
Forse era la corretta espressione dei loro stati d’animo inquieti, in bilico e nel dubbio, da quando Jared aveva deciso di prendersi la propria vita, quella frase gli rimbombava nella testa indolenzita del dopo sbornia.
Quando bussarono ebbe un sussulto sorridente e la sua speranza si materializzó nel momento in cui aprí, senza chiedere chi fosse, perché una parte di lui lo sapeva benissimo: “Glam… come hai fatto a trovarmi?!”
“Posso entrare?”
“Certo…” – e si fece da parte, seguendolo con lo sguardo arrossato sino alla poltrona, dove Geffen si mise comodo, riponendo il bastone sul tavolino, dove anche Jared andó a sedersi, vicino a lui, pronto ad affrontarlo.
“Hai l’aria stanca…” – disse sommessamente, sfiorando lo zigomo di Glam, che sospiró – “Distrutta direi. Anche tu non scherzi.”
“Pessima notte… ma è andata…”
“Lo vedo.” – il suo tono era severo o semplicemente rassegnato, come al solito.
“Per il centro Glam… riprendo domani, se non ti dispiace.”
“Non sono qui per questo.” – si guardó intorno – “Hai mangiato?”
“Qualcosa… ci sono le bucce… ho le prove…” – sorrise a metá, per poi asciugarsi in fretta una lacrima.
“Jared…”
“A… ascolta…! Io… io non saró mai un bravo ragazzo come Kevin, ma non penso… io non penso di essere cattivo, ma non è questo il punto Glam… il punto è un altro… il punto, lo stramaledetto o strabenedetto punto della mia vita, rimane uno soltanto… Colin è la metá dei battiti che mi servono per completare ogni giorno di me e tu sei il petto nel quale il mio cuore vorrebbe pulsare, vivere e… e respirare…” – il suo pianto voló dagli occhi al collo fremente, come le sue dita gelide, che finalmente ritrovarono quelle di Geffen, ammutolito e triste.
Continuava a fare scorrere i propri occhi su ogni dettaglio di Jared, sentendo il respiro di entrambi confondersi l’uno nell’altro – “Vieni… vieni qui…” – mormoró come un anelito, ultimo sopravvissuto a quella guerra senza vincitori, per poi stringerlo con tutta la dolcezza, che lui sapeva donare a chi amava, senza limiti.
Jared si abbandonó felice a lui, a quelle braccia, che sembravano salvarlo, fosse stato anche solo per un giorno, per un’ora, per un minuto, non gli importava.
Sentí la barba accennata di Glam salire dal suo collo, al suo viso, ritrovando poi le sue labbra fondersi con quelle di quell’uomo, che semplicemente adorava.
Con i palmi gli cingeva la nuca, muovendosi con una calma meravigliosa dentro l’incavo da cui nascevano i sorrisi che lo avevano fatto innamorare di lui, di lui Jared Joseph Leto, la creatura che un giorno qualcuno decise di personificare su questo confuso pianeta, rendendolo bellissimo, perché lui esisteva, con tutti i suoi sbagli, i suoi slanci di gioia, la sua disperata ricerca della felicitá, travolgendo tutto e tutti: non bastava spostarsi, occorreva fuggire, divorati dai rimpianti.
Cosí divenne meglio morire di rimorsi, in fondo non era una scelta, era davvero il loro destino, finché poteva durare, anche senza essere al primo posto, era giá cosí essenziale esserci, in quel turbinio inarrestabile, che Jared chiamava amore.

L’acqua della piscina alla End House era leggermente riscaldata.
Jude spingeva i materassini sui quali Becki e Violet ridevano felici, insieme a Lillybeth, la piccola di Robert, miracolosamente concessa al padre, per poche ore, da una sempre furibonda ex moglie ormai.
Colin la prese tra le braccia, coccolandola, sotto lo sguardo sereno di Downey, che le aveva preparato un bicchiere di succo di frutta: aveva tre anni, occhi e capelli neri a boccoli, uno splendore, la pelle dorata, vivacissima nel costume rosso ciliegia.
Il padre la cambió, avvolgendola in un grande telo dello stesso colore, per poi tenerla sulle gambe, seduti sul lettino prendisole.
Colin entró in acqua e raggiunse Jude, per continuare il gioco con le sue principesse, prendendole sulle spalle, divertite e spensierate.
Il cellulare di Robert suonó, era Tomo.
Glielo aveva dato, nel caso avesse bisogno di aiuto, come in quel momento.
“Sono al giardino giapponese, sono entrato dal retro… Ho… ho cacciato Shan… sono… a pezzi…” – singhiozzava sconfortato.
“Stai calmo… ti raggiungo tra due minuti.”
Robert chiamó Simon e gli chiese di badare a Betty, spiegando agli altri che si assentava per poco.

Stava affossato tra ceste di vimini e scatole di addobbi di ogni genere, usati in passato nelle numerose feste e celebrazioni.
“Tomo… ehi, ma cosa hai combinato?”
“Rob… ho fatto… una cazzata…”
“Sú alzati…”
“Scusami, ma sto bene qui…”
Robert prese uno sgabello e si posizionó davanti a lui, che non aveva mai smesso di piangere.
“Cosa è successo?”
“Gli ho fatto le valigie e l’ho sbattuto fuori di casa… ho anche cambiato la serratura…”
“Accidenti, sembri una delle mie ex…” – rise, provando a distrarlo, ma senza riuscirci.
“Ha passato la notte fuori… con una scusa, l’ennesima balla, un’audizione fuori cittá in un locale, che guarda caso era chiuso… Mi aveva detto che dormiva in qualche hotel, perché avrebbero fatto tardi…”
“Ok, ti ha mentito, ma hai scoperto con chi era?”
“No, io ho solo chiamato il gestore che conosco e lui mi ha confermato di essere in ferie… Tutte queste cose io a Shan non le ho dette… l’ho aggredito e… e picchiato…”
“Pure?!... Scusami se te lo dico, ma non credi che almeno meritasse un minimo di confronto?”
“Non ci ho visto piú Rob… immaginarlo insieme ad un altro… un altro che lo tocca… che fa l’amore con lui… io impazzisco al pensiero di questo!!!” – strinse i pugni, le palpebre, i denti.
“Ma tu non hai mai sbagliato con lui, Tomo?”
“Sí… io ho sbagliato, è passato un secolo, con la mia ex, la ragazza che volevo sposare… Ci ho messo del tempo per decidere, ma poi gli sono sempre stato fedele, ho creduto in noi!” – ribatté deciso.
“Tu credi che si sia innamorato?”
“Temo… temo di sí Robert. Altrimenti non mi avrebbe tradito…”
“E Josh?”
“Ho chiesto a Vicki di tenerlo per oggi…”
“Lei è la ragazza che…”
“Sí è lei. Ma siamo solo amici, te lo giuro.”
“Non è necessario, anche se immagino quanto Shannon possa essere stato geloso di lei.”
“Ci sei passato anche tu con Jude?”
“insomma… no, con Jude ho avuto sempre certezze, anche se era molto esuberante come etero ahahah…”
Anche Tomo a quel punto accennó un sorriso.
“Ecco bravo… ora dovresti fare un bel respiro e cercare Shannon, per trovare una soluzione… Tu lo ami, vero?”
“Piú di me stesso.”

Quando Rob tornó, Jude lo raggiunse accigliato – “Amore dove sei stato?”
“Tomo è nei guai… ti ho raccontato il nostro incontro…”
“Sí… sí, ma ci sono stati sviluppi?”
“I peggiori… Shan è stato preso letteralmente a pedate… ora sará in qualche suite a mettersi dei cerotti, oltre a farsi consolare dal suo amante…”
Law ebbe un sussulto, poi lo fissó – “Rob… ma…”
“Sí, l’ho capito anch’io: è Rice, non ho dubbi, ma Tomo non immagina nulla.”
“Cazzo… Owen Rice. Certo è affascinante, cosí diverso da Tomo, che comunque è un bel ragazzo… ma temo che l’estetica non centri molto…”
“Appunto, penso che abbiano perso tutti la testa… Non dire nulla a Colin.”
“Va bene… guardalo, oggi è sereno…”
“Sí… merito anche tuo, sai?” – sorrise, accarezzandogli i capelli.
“E tuo Robert… sei comprensivo e maturo, in ogni occasione…”
“Maturo nel senso di vecchio?!”
“No, nel senso di rincoglionito!”
“Ah, mi sembrava!”
Scoppiarono a ridere, baciandosi dolcemente.

Jared si strofinó il naso, tossendo e rannicchiandosi meglio sotto l’ala di Glam, che dormiva profondamente; non avevano fatto altro per tutta la giornata.
Erano nudi, ma non c’era stato sesso, ma solo il contatto della loro pelle calda e morbida, perduti in un amplesso casto, fatto di baci e parole traboccanti di piccoli sogni, piccoli cuori, piccole vite, ancora una volta.

mercoledì 9 febbraio 2011

GOLD - Capitolo n. 60

Capitolo n. 60 – gold



Kevin si passó le mani nei capelli, abbozzando un sorriso, poco convinto – “Daddy mi dispiace… io pensavo che…”
Guarda, non sono arrabbiato con te, ma vorrei davvero capire cosa pensavi che accadesse. È stata una prova?”
Geffen era seduto alla scrivania del suo ufficio, a metá di quel mattino in cui non sapeva dove Jared fosse finito, collegato via web cam con il compagno.
“Ma è andato a casa…?”
“Non cambiare discorso Kevin.” – disse deciso.
“E meno male che non sei incazzato con me… non sembra proprio…”
“Kevin!”
“Non era una prova del cazzo, accidenti!” – esclamó strizzando le palpebre, nascondendo gli occhi lucidi.
Glam sprofondó nella poltrona – “Come siamo arrivati a questo punto… Io… io me lo chiedo di continuo…”
“Daddy io non volevo che tu soffrissi… io volevo…non lo so neppure io… so solo che vorrei non perderti Glam…”
“Avete ingabbiato il mio cuore, in una di quelle morse medioevali, che se mi muovo appena mi stritola… qualunque cosa faccia sbaglio. Tu stai male, Jared sta male, io sto anche peggio, hai ragione, non è una prova, è una gara a questo punto.”
“Daddy guardami…hai… hai l’aria di uno che vuole decidere e tagliarci fuori tutti… e… e mi spaventi.”
“Kevin tu hai il diritto di fare ció che ti piace e se questo vuole dire andartene per il pianeta a suonare, a me sta bene, posso aspettarti, come tu facevi nella nostra casa a Los Angeles, mentre io ero in udienza o in studio, con l’unica differenza che eravamo abbastanza vicini da raggiungerci in pochi minuti…L’amore fa superare le distanze, la lontananza… E potevo anche non credere nel tuo ritorno, potevo anche non darti fiducia, ma avevo delle garanzie precise e non le ho rispettate. Jared è piombato qui ed ha spezzato tutte le mie certezze, ha demolito il legame che mi univa a te ed io l’ho aiutato a farlo.”
“Glam lui ti ha solo ricordato quanto lo amassi… e quanto lo ami anche ora, in un modo in cui non hai mai amato nessuno… neppure me. Lo hai scritto, ricordi?”
“Certo che lo ricordo Kevin, cosí come ricordo il tuo valore e quanto sei migliore di Jared, glielo ho detto.”
“Potrei essere la persona migliore del pianeta, ma non mi amerai mai nello stesso modo.” – disse con amarezza, sconfortato e deluso.
“Vorrei che tu fossi qui per dimostrarti che non è cosí Kevin.” – ribatté risoluto Glam, che lo sentiva sfuggirgli tra le dita, come acqua, come vento, oppresso da un dolore in mezzo al petto, che gli toglieva il respiro.
Seguí un silenzio assurdo.
“Kevin…”
“Lui tornerá sempre da Colin… ed io verró… verró sempre dopo Jared…È come il centro di mondi troppo lontani… adesso…” – sembró spegnersi, come l’immagine dentro al monitor, che lasció il posto al logo di Msn.
L’ansia si impadroní di Glam, che dovette prendere un calmante, per poi chiedere aiuto a Sebastian.
Lui corse, misurandogli la pressione e contando le pulsazioni – “Cosa è successo? Non dovresti venire al lavoro, il tuo organismo è ancora debole.” – lo rimproveró, senza immaginare il dramma che rivestiva i pensieri di Geffen, come una pellicola scura e soffocante.
Si stabilizzó.
“Grazie dottore…”
“Ora ti accompagno a casa.”
“No… no mi sono trasferito qui.”
“Cosa? Non lo sapevo… scusa, ma perché non vai da Pamela?”
“Forse… forse domani, oggi rimango qui.”
“Va bene Glam. A proposito, da me c’è Syria, posso farla passare a trovarti?”
“Certo… come sta?”
“Bene, se non fosse per questa anemia… e poi anche il suo sistema cardiovascolare è delicato, ma ha molto coraggio. Sai dove trovarmi, ho da fare.”
“Ciao Sebastian, ci vediamo.”

La ragazza bussó educatamente e nello stesso modo entró, per poi salutare Glam, steso sul divano, con un sorriso, che sembró sollevarlo da pensieri cupi.
“Ciao piccola, che bella visione…” – disse, tendendole la mano.
Lei sembró stringerla, come un naufrago in alto mare, davanti ad una tavola galleggiante.
“Glam hai un brutto colorito… cosa è successo?”
“Siediti che ti racconto…”
Lei si sistemó, senza lasciare il suo appiglio, dandogli un bacio sulla guancia, che Glam ricambió affettuoso – “E il cucciolo?” – chiese sfiorandole il pancino sempre piú evidente.
“È qui… o… la cucciola…stiamo benino.” – rise, schernendosi.
“Giusto, tutto puó essere.”
“Tu sembri l’unico ad interessarsi davvero alla cosa… Jared è distante, non che mi tratti male, ma non ha nessun… entusiasmo…”
“Forse ti manca la tenerezza e l’attenzione, che ti sarebbero dovute… ed hai ragione.”
“Non pretendo nulla, ma un minimo… Pazienza.” – scrolló le spalle.
“Abbiamo avuto un brutto litigio e non so dov’è o meglio… forse tra poco lo scopriró, aspetto una telefonata… È giusto che tu lo sappia.”
“Eri convalescente da Jared, vero?”
“Sí, ma è stata una pessima idea, avuta per lo piú da Kevin, che non gradiva la mia permanenza accanto a Pamela…”
“Ma Pam come infermiera è molto piú sexy di Jared!” – la sua battuta inaspettata fece ridere Geffen, che le accarezzava i capelli, dandole poi un buffetto.
“Pam è davvero affascinante, ma è solo la madre delle gemelle, un’ottima amica ed una donna che ho amato davvero ed a cui voglio un bene immenso…”
“Ed è l’unica a poterti fare le romanzine…”
“Ah Syria se vuoi provarci, puoi farlo anche tu ahahahah a tuo rischio e pericolo.” – esclamó divertito, interrotto poi dalla vibrazione del cellulare.
Rispose, annuendo con la testa – “Ok Dimitri… ti ringrazio, sei sempre il segugio migliore dell’isola, ci vediamo ciao.”
“Trovato Glam?”
“Trovato… Dai, chiamo un taxi e ti riporto a casa, poi io proseguo, verso il mio … destino. Le cose bisogna affrontarle, passandoci in mezzo, non amo svicolare.”

Shannon posó il mazzo di chiavi nel vuota tasche dell’ingresso, dove notó delle valigie pronte.
Tomo era seduto al centro del living, con una birra in mano, vuota a metá.
“Cosa sono quelle, dove andiamo?” – domandó avvicinandosi a lui, che si alzó, fissandolo.
“Quelle sono le tue cose e non andiamo, tu vai, dalla parte che preferisci, magari dal tuo amante.” – ribatté secco, senza tradire emozioni particolari.
“Tomo sei impazzito?”
“Qui se c’è qualcuno che ha perso la testa quello sei tu Shan ed io non ho voglia di cadere in depressione come Colin ed imbottirmi di sedativi per dormire e stimolanti per stare in piedi! Sono stufo marcio delle tue bugie, dei tuoi silenzi, di passare ore ed ore da solo, perché tu preferisci farti sbattere da qualcuno che ritieni meglio di me!!! Se le cose stanno cosí, vai da lui, VATTENE!!!” – ormai i suoi urli potevano essere sentiti a due isolati di distanza.
Shannon faticava a coordinare le idee, accampare scuse sarebbe stato deleterio, da un lato si sentí come sollevato, dall’altra soffriva come un cane.
“Dov’è nostro figlio…?”
“Nostro?? MIO figlio! È da Vicki, al sicuro! Questa è casa sua e noi non ce ne andremo! Subirá giá abbastanza traumi nel sapere che ha un padre bastardo come te!”
A quel punto Shan gli diede uno schiaffo, al quale Tomo rispose con una successione di pugni, al viso ed all’addome del compagno, che si accasció, sputando sangue.
“Alzati!! Ti spaccherei la faccia, cosí quello stronzo che ti porti a letto vorrá vomitare la prossima volta che vi vedrete!!”
Shan si alzó, senza prendere niente, solo le chiavi, ma appena varcata la soglia, Tomo fece volare i trolley sul pianerottolo, sbattendo la porta.
A quel punto lui le raccolse, tornando in auto, dove scoppió a piangere.
Voleva telefonare a Jared, ma non ne aveva il coraggio.
Pensó che Tomo non avesse capito che era Rice il suo rivale, ma di certo gli avrebbe fatto terra bruciata intorno, a partire dalla End House.
Qualcosa gli diceva che era meglio non correre da Owen, cosí preferí un semplice albergo, avvisandolo comunque sull’accaduto.
Lui si precipitó, per vedere come stava.
Sfiorava le labbra segnate da un piccolo taglio – “Brucia…?”
“No… No Owen… non come il resto di me…”
“Tesoro come posso aiutarti?” – lo strinse.
“Prima o poi doveva succedere… Ora la mia prioritá è Josh…”
“Certo, chiamo l’avvocato e…”
“Ma quale avvocato Owen!Non voglio fare la guerra a Tomo, vorrei solo… vorrei solo dirgli tutto.”
“Facciamolo insieme allora.”
“Owen ascoltami… Tomo non sa niente di noi, non immagina che abbiamo una relazione… In fondo non mi ha lasciato parlare, mi ha aggredito senza darmi anche una sola possibilitá di difendermi…”
“Difenderti?... Tu pensi allora di tornare a casa, come se nulla fosse accaduto, come se… se noi fossimo un… equivoco?!” – disse duramente, negli occhi e nella voce.
“Fammi respirare… se mi ami davvero, non soffocarmi… ti prego… Owen ti prego…” – lo abbracció, angosciato, ritrovando i suoi baci.
Fecero l’amore a lungo, disperatamente.


GOLD - Capitolo n. 59

Capitolo n. 59 – gold


“Sta guarendo bene… riesci a camminare senza stampelle Glam?”
“Sí Sebastian… insomma, con il bastone.”
“Ovvio. Comunque ti prescrivo qualcosa di piú leggero, tu cerca di alternarli, finché non ti sentirai piú sicuro. Per la fisioterapia ne riparliamo tra qualche giorno.” – sorrise, prendendo dall’armadietto dei nuovi farmaci.
“Pranziamo insieme dottore?”
“Volentieri… cosa ci propinerá oggi la squadra?”
“Non ne ho idea… Jared parlava di minestra alle verdure…” – Geffen fece una smorfia, poi rise.
Sembrava sereno, ma non lo era affatto.

Dal tavolo in fondo alla sala, quasi in disparte, mentre Rodriguez gli illustrava i nuovi piani di sicurezza dell’ospedale, Glam osservava Jared dietro al bancone parlare con un ragazzo nuovo, appena giunto da New York, figlio di un qualche manager dell’informatica, in fuga da un mondo “falso e vuoto”, almeno cosí glielo descrisse nell’email di presentazione.
In effetti non stavano semplicemente chiacchierando, sembrava piú un flirtare, alimentato dagli sguardi di Jared, che improvvisamente si giró a fissare Glam, che non abbassó gli occhi di ghiaccio liquido, quasi turchese.
Jared si morse sfuggente il labbro inferiore, per poi sorridere ad una battuta del collega, che sembrava incantato dal suo celebre interlocutore.

A cena Jared non disse altro che l’essenziale, mentre Glam mangiava svogliatamente.
“So che preferiresti una costata di brontosauro, ma la casa passa questo, accontentati.” – disse finalmente, in tono scherzoso.
“Nessun problema, è colpa delle capsule che mi ha cambiato Sebastian. Vado a stendermi.”
“Ma è presto Glam…”
“Lo so, ma non mi sento al meglio.”
“Ok, come vuoi, io stasera esco, se vuoi chiamo qualcuno.”
“Qualcuno? Per cosa? E… in che senso esci?” – domandó accigliandosi.
Jared lo polverizzó con un’occhiata, che non necessitava di un ricamo a voce – “Sí, ok, non mi riguarda, ma fai attenzione. Io sono a posto, grazie per la premura. Divertiti.” – e sparí in camera da letto.
Sentí armeggiare Jared prima con i piatti, poi in bagno, dove mise un cd dei Mars in sottofondo ai preparativi per poi urlargli – “Io vado, prendo l’hammer, ci si vede!”
Geffen socchiuse le palpebre, nervosamente, per riflettere § Cinquantaquattro anni… e sono un perfetto coglione. Quasi cinquantacinque. Non cambia. Resto un perfetto coglione, come un secondo fa. Uscirá con quel tipo. Bravo. No…dico, no cazzo, ma cosa si è messo in testa?! Si vede che Colin al posto dei capelli avrá un cesto di lumache…Beh anch’io… no, io no, è l’uomo di Farrell, non il mio. Fanculo Jared. §

I loro corpi erano una sorta di groviglio, saldato nelle sue ramificazioni, dal sudore e dagli umori di un orgasmo continuo e dissoluto.
Le mani di Owen, allungato alle spalle di Shannon, correvano sul petto di quest’ultimo, arabescando un incantesimo, soggiogato e splendido.
Sentiva il suo fiato caldo nell’incavo tra il collo e la spalla sinistra, implorava di non smettere, anche se gli era venuto dentro giá due volte quella notte.
“Owen… non… non andartene…”
“Per niente al mondo… niente amore…”
Mescolavano dolcezza ed erotismo, in un mix a tratti ingestibile, come nel ristorante, diverse ore prima, quando neppure si erano resi conto di avere le pietanze sotto al naso ed il cameriere che aspettava di essere congedato, in un locale che Shan trovava troppo lussuoso.
“Sí, ma vedessi che bagni ha questo posto… sembrano salotti…” – mormoró Rice, senza smettere di guardarlo.
“Davvero? Non ci credo…”
“Se vuoi te li mostro.”
“Va bene. Andiamoci.”
Si ritrovarono mezzi nudi su di un ripiano abbastanza ampio per accoglierli, in un amplesso tanto veloce quanto sconvolgente; non si bastavano mai.

Geffen si assopí leggendo un libro, che finí per cadere di lato e poi sul pavimento.
Il rumore lo sveglió: si rese conto che Jared non era ancora tornato ed erano le tre passate.
Sbuffó, ma poi la chiave nella serratura sembró rassicurarlo.
Fece finta di dormire quando Jared arrivó a coricarsi, dopo avere preso due cuscini dall’armadio.
In boxer e maglietta, si rannicchió abbracciandone uno, dopo avere posizionato l’altro tra lui e Glam.
Il suo profumo era ammorbato dall’aroma della tequila, ma da quella prospettiva Geffen non riusciva a capire in che stato fosse, anche se nei movimenti appariva sicuro.
Probabilmente non era sbronzo, ma di certo turbato.
Lo sentí tirare sú dal naso, per poi affossarsi nel guanciale, per asciugarsi delle lacrime ribelli, che non riuscivano a dargli pace.
“Pensavo ti fidassi di me.” – esordí Glam, inaspettato.
Jared ebbe un tremito – “Co… cosa?” – replicó immobile.
“A cosa serve questa barriera? Una protezione? Pensi che ti cada addosso?” – il suo tono voleva essere ironico, a quel punto, ma nello stomaco sentiva tante piccole lame, pronte a lacerarlo impietose.
“No… No. Faccio finta, invece, che tu mi stia vicino. Tutto qui.” – disse con voce ferma.
“Anche… anche volendo sai che non potrei Jared, dovrei girarmi sul ginocchio ferito e…”
“Sí, giusto, è per questo.” – sorrise amaro, trasparente come un bicchiere di cristallo prezioso.
“Un uomo vero ti avrebbe detto che è per amore di Kevin, non per una ferita, che non fa male quanto questa assurda situazione. Un uomo vero non sarebbe neppure qui, a farsi mille pensieri perché tu vai in giro con il primo che ti capita a tiro e che usi per ingelosirmi e… e ci sei riuscito! Un bell’applauso all’attore dell’anno, che saresti tu ed al bastardo dell’epoca, che sarei io!” – il susseguirsi di quei concetti, si accompagnava in un crescendo di rabbia, che sembrava animare il corpo di Glam, da prima seduto, poi quasi in piedi, fino ad arrivare alla porta.
Jared non si spostó di un millimetro, ma alla fine scattó in piedi come una furia – “Dimmi dove è finito l’uomo che diceva di amarmi oltre sé stesso??!! Dimmelo cazzo dimmelo!!!” – e mentre gli gridava contro, batteva i pugni nel vuoto.
Geffen si appoggió allo stipite, iniziando a sudare per lo sforzo – “È sempre qui quell’uomo, davanti a te Jared, con tutto il carico di umiliazioni che solo tu avresti potuto fargli sopportare!!! E l’ho fatto finché ho potuto!!! Ma la misura della bassezza a cui ero arrivato me l’ha fatta capire Kevin, con la sua devozione, con qualcosa che tu non mi darai mai!!!”- era disperato, ma trovó la forza di andare verso Jared, per afferrargli le braccia, ribadendo quello che entrambi sapevano – “E anche se ti amo, piú di quanto ami lui, non posso scendere oltre e ferirlo ancora!!! E perderlo!!!” – ruggí, prima di accasciarsi sul materasso, la testa tra le mani, per nascondere un pianto, del quale si vergognava profondamente.
Jared si inginocchió, cercando di calmarlo – “Glam…ti… ti prego… io non ho fatto nulla di male con quel ragazzo, abbiamo bevuto e…parlato e basta, te lo giuro…” – si giustificó, per poi rendersi conto che Glam non aveva bisogno di quello da lui.
Si rivestí, poi raccolse poche cose nella sacca, insieme al portatile, il cellulare ed il portafogli, posando le chiavi dell’appartamento sul tavolo della cucina.
Chiuse piano la blindata, scese lento per le scale ed arrivó al garage, dove risalí sull’auto blindata, per dirigersi verso il centro di Port au prince, dove alcuni alberghi oscenamente lussuosi lo avrebbero ospitato.
Prese una suite, ampia e prestigiosa, all’ultimo piano di un resort, dove la vita scorreva su binari totalmente stonati rispetto al resto dell’isola, dove c’erano persone che morivano ancora di stenti e colera.
La direzione fece portare champagne, frutta fresca ed una scatola di cioccolatini prodotti in Belgio.
Jared li gettó su di una poltrona, stappando la bottiglia, per berne il contenuto a canna, troppo velocemente.
Arrivó all’alba vomitando, per poi crollare sul tappeto, senza riuscire ad arrivare nemmeno al divano.