martedì 3 ottobre 2017

NAKAMA - CAPITOLO N. 96

Capitolo n. 96 – nakama



Come pugili, su di un ring immaginario, adesso stavano, ad angoli opposti, Glam e Scott, contro Norman e JD, all’interno della saletta di attesa, del primario Foster, in persona.

Gli addetti alla sicurezza, lo avevano informato, circa la rissa intercorsa tra Geffen, Reedus e Morgan, sedata a fatica non solo da Vas, ma anche dal diagnosta, amico storico dell’avvocato più famoso di Los Angeles.
Un neo senatore, per giunta, ma Glam sembrava essersene dimenticato, mentre i reporter, delle principali testate cittadine, lo stavano come braccando, per avere conferma della sua nomina, da parte di Michelle Obama.

“Bene, potete accomodarvi: vi siete calmati, era ora!” – sentenziò il proprietario della clinica, facendoli passare nel suo studio privato.

“Vorrei andare da mio figlio, se permette” – esordì cauto JD.

Foster lo squadrò, severo – “Lei è un pregiudicato, da quanto ne so, dovrebbe essere in manette e lei” – si rivolse a Reedus – “… Lei ha in custodia il signor Morgan, giusto?”

Geffen si morse le labbra, ma non proferì parola.

“Infatti e sono dispiaciuto per questo equivoco, mi creda” – provò a giustificarsi il tenente, a sguardo basso.

Si sentiva come un topo in trappola.

Avrebbe voluto telefonare a Chris, ma Hemsworth lo avrebbe sbranato, una volta saputa la verità su lui e JD, alquanto mortificato e ansioso di riabbracciare Philip.

“Comunque, suo figlio è in osservazione, tutto procede nel migliore dei modi, ma non si sveglierà prima di quarantott’ore, come minimo” – spiegò più calmo Foster, sedendosi in poltrona.

“Io vado da Paul” – Scott scattò in piedi – “Penso tu non abbia nulla in contrario, John”

Foster annuì – “D’accordo, è al terzo piano, camera 304”

“Ti ringrazio” – e si dileguò.

Glam prese un lungo respiro, controllando il palmare – “Se non vi dispiace, andrei anch’io: sono il suo tutore legale”

Foster fece una smorfia indecifrabile - “Ed io ho una cena di gala, con il sindaco: quindi, Reedus, come pensa di procedere?”

“In che senso?” – chiese frastornato.

“Nel senso che non può girovagare per la struttura, senza agenti di rinforzo: vuole chiamare il suo comando? In caso contrario, dovrà ricondurre in carcere il signor Morgan e chiedere dei permessi speciali, dovrebbe saperlo” – sibilò irritato e stanco.

Norman annuì – “E’ ovvio: il detenuto è una mia responsabilità e lo riporterò al distretto immediatamente; buonasera a tutti” – e, strattonando JD, dopo avergli bloccato i polsi rapidamente, entrambi uscirono in corridoio, con il cuore in gola.




Paul voleva unicamente essere lasciato in pace.
Peccato non riuscisse a comunicarlo a nessuno, per quanto si sentiva intontito, dopo la lavanda gastrica.

Deglutiva a fatica, così che Scott gli passò dell’acqua, in modo affettuoso, quanto il suo tono – “Bevi piano … Ci hai fatto prendere un tale spavento, sai?” – e strizzò le palpebre, su quegli spicchi di cielo, così luminosi, nonostante la penombra, in cui la stanza era immersa.

“Vi importa davvero di me?” – domandò flebile.

“Certo tesoro” – “Zio Glam …”

Il sorriso di Geffen, incontrò il suo sguardo triste.

L’uomo prese posto, al suo capezzale, accanto a Scott.

“Nessuno, Paul, merita il tuo gesto, sai?” – disse con dolcezza, sistemandogli il lenzuolo sul petto glabro – “Hai freddo?”

“Un po’ …”

“Scott ti prende una casacca, ok?”

L’amico annuì, andando a cercarne una, nell’armadietto, sotto alle finestre.

Rovia si girò del tutto sul fianco destro, come per guardarlo meglio.
Glam scosse il capo rasato, ossigenandosi, per trovare la forza di dirgli la verità, una volta per tutte, così da convincerlo a dimenticare Norman e, forse, persino JD.

Scott tossì, come per troncare il discorso sul nascere, dopo avere intercettato le sue intenzioni e Geffen tacque.

“Perché non andate a festeggiare, zio?”

“Perché non ne abbiamo alcuna voglia, piccolo” – Glam sospirò, pensando che il loro clan si era riunito a villa Meliti, senza programmi precisi, dopo un rapido scambio di sms, per brindare insieme, prima dell’alba.

“Io resto qui” – puntualizzò Scott, riaccomodandosi, dopo avere aiutato Rovia a vestirsi.

Un lieve bussare, distolse i loro sguardi dal ragazzo, direzionandoli verso la soglia, dove Morgan, a sorpresa, si palesò, con alle spalle Reedus, incapace di farlo desistere, da quell’idea balorda, di andare proprio lì, da Paul.

Paul che sorrise, spontaneamente, perché quello gli stava dicendo il suo cuore.

Nulla di più.
Nulla di meno.

“Ciao, posso parlarti solo per un minuto?” – domandò JD, timido e assorto sul giovane.

Aveva troppi ricordi e nessuno veramente bello.
E solo perché era stato lui, a sporcarlo.

Paul acconsentì, rannicchiandosi, senza guardare oltre Morgan, ignorando quasi la presenza di Reedus, che si spostò in corridoio, accerchiato da Scott e Glam, ostili, nel loro ostentato silenzio.

“Sei in arresto?” – chiese tossendo, accorgendosi delle manette.

“Sì, torno dove dovevo restare” – ammise JD, sedendosi lento.

“Non capisco come mai tu sia qui …”

Morgan sorrise – “E’ per Philip, mio figlio, è stato operato … E’ una lunga storia, ma tutti i miei guai, sono partiti dalla sua situazione di salute precaria, anzi disperata, un cuore malato ecco”

“Non mi hai mai detto nulla su di lui”

“Forse non volevo apparirti debole oppure giustificarmi inutilmente, del resto non lo sapeva nessuno in galera, ero considerato un duro, ricordi?”

“Come potrei dimenticarlo … Philip sta meglio?”

Morgan arrise al suo interesse sincero – “Tu sei incredibile Paul e io ti ho fatto solo del male … Ero come impazzito, ero diventato un autentico mostro, ma vedi, sembra che anche ora, voglia trovare delle scuse e”

“Succede spesso, anch’io l’ho fatto, dando la colpa a mio padre, ai suoi abusi” – riconobbe lucido – “ma potevo prendere strade diverse dalla droga: sono stato un idiota” – e quasi rise, più rilassato.

“Anche oggi hai fatto una sciocchezza a quanto pare”

Rovia fece un cenno di assenso, mordendosi le labbra ben disegnate.

“Mi sento in colpa, Paul, anche per questo, sai?”

“Mi hai mai voluto un po’ di bene?” – chiese diretto, guardandolo intenso.

“Io …”

“L’hai voluto a Norman, vero? Gliene vuoi sul serio, lo capirebbe anche un cieco, così lui” – affermò calmo.

“Paul”

“Un attimo fa, prima di lasciarti solo, Norman ti ha dato una carezza, in mezzo alle scapole e c’era così tanto amore, in quel gesto”

“Siamo stati due folli”

Rovia sorrise – “Gli innamorati lo sono”

“Io ti voglio bene, Paul, adesso io te ne voglio, riesci a credermi?”




Stella prese due bicchieri di punch caldo, avvicinandosi poi a Jared, per porgergliene uno.

“Grazie” – Leto sorrise – “Dove sono gli altri?”
“Un po’ ovunque” – anche lei rise solare – “… c’è una tale confusione per casa oggi” – e si accomodò al suo fianco, sul Chester verde bosco, nella biblioteca di Meliti.

“Stella, ascolta, volevo parlarti del progetto” – Jared si morse le labbra – “… sì insomma”

“Sarebbe bello, se tu lo definissi nostro, ma temo che l’idea sia stata unicamente di Colin, vero?” – replicò con serenità.

Il cantante annuì.

“Dare una sorellina a Isy e Syria, cioè a tutti i nostri figli”

“Oppure un fratellino” – lo interruppe allegra.

Leto inspirò – “Già, infatti … A proposito, anche Glam ne è entusiasta” – rivelò, lasciando intatta la sua bevanda fumante.

“I tuoi uomini, in sostanza” – concluse lei, guardandosi in giro – “… i tuoi amori, a dire il vero, Jared” – e tornò a fissarlo.

Leto non aveva mai smesso: Stella era bella, in forma, perfetta per la maternità surrogata.

“L’anno prossimo prenderò la mia decisione”

Risero.

“Cioè domani, Jared?”

“Pressappoco … Sì, è giusto che anche tu conosca le mie intenzioni, una volta per tutte; salute!”




Hemsworth lo stava chiamando da circa venti minuti.

Alla fine, salendo in auto, con al proprio fianco JD, Reedus rispose.

“Sì pronto!” – sbottò esausto.

“Norman ciao, sono io” – la voce del suo socio suonò perplessa.

“Scusami Chris, ora non ho tempo”

“Tempo per cosa?” – il biondo rise – “Volevo solo invitarti a cena da noi, per festeggiare o sei in servizio?”

“Sì lo sono” – confermò più calmo.

“Ok … Hai una voce strana, tutto a posto?”

“E’ stata una giornataccia” – e guardò Morgan, che non sembrava neppure più respirare, per la tensione.

Dagli ascensori uscì Geffen, che puntò dritto verso di loro.

“E non è ancora finita, temo.”




Scott, alla fine, dovette cedere.

Rovia gli aveva chiesto di cercare Pinkman e di avvisarlo, in qualche modo.

Un sms sembrò la soluzione migliore.

Jesse non sapeva quale scusa trovare, per uscire; la cena era pronta, il catering del Dark Blue l’aveva appena consegnata e White si era persino messo in giacca e cravatta, per l’occasione.

Camminava incerto, con le stampelle, ma era davvero migliorato.

“Tesoro vieni? Se no si raffredda!” – lo reclamò il più anziano, armeggiando con una bottiglia di champagne.

Pinkman rispose veloce, facendo scorrere le dita affusolate e minute, sulla tastiera del suo tablet – “… dopo mezzanotte o domattina, non so come fare adesso: salutami Paul, digli che sarò da lui prima possibile; mi dispiace, davvero … JP”

“Eccomi! Uh quanta roba Walt … Lascia fare a me, dai”

“No, me la cavo” – brontolò – “… Un brindisi, Jesse?”

“Certo” – e lo assecondò, affiancandolo, più per sostenerlo, che per alzare i calici, in vista dell’imminente capodanno.

“A noi” – White inspirò, turbato.

“A noi Walter” – e ne bevve un sorso breve, interrotto dal bacio, improvviso, dell’altro.

Si distaccarono guardandosi.

“Sono così disperato Jessy” – ammise l’uomo, gli occhi lucidi e fissi su di lui.

“Ma va tutto bene, ok?” – Pinkman tremò, senza andarsene via da lui.

“Scopi con qualcuno?” – chiese secco.

“No, ma che ti inventi!?” – ora c’era almeno un metro, tra loro, in realtà un abisso.

Di bugie.

White sorrise mesto – “Arrossisci ancora, quando menti, incredibile, sai?” – e c’era tenerezza, in quell’amara constatazione.

“Ma cosa pretendi da me?! Qualunque cosa io dica, tu non mi credi?!”

“Infatti: io non ti credo” – replicò, stranamente più calmo.

“Fai come ti pare Walt …” – sbuffò, in imbarazzo.

“Lo farò Jesse.” – ancora un respiro – “Domani vado a New York, da Skiler, dai nostri figli”

Quel nostri, lo lacerava ancora così tanto, ma non quanto apprendere quell’inaudita novità.

“Cosa?!”

White deglutì a vuoto, reggendo i suoi opali vividi di rancore.

“Forse non vorrà vedermi, non importa, ma ho bisogno di stare con loro, con Junior specialmente e poi con la bimba è ovvio” – sembrò puntualizzare, come se fosse normale tutto ciò.

Invece non lo era e Pinkman glielo avrebbe voluto urlare in faccia.

Peccato che non gli uscì neppure una parola.




Reedus sgommò via, prima che Geffen si avvicinasse abbastanza per impedirglielo, chissà in quale maniera, si domandò mentalmente il poliziotto.

Un colpo di clacson, distolse l’attenzione di Glam da quella prospettiva, spostandola verso l’arrivo di un’auto, che gli lampeggiò.
Era Downey.

“Robert” – e gli sorrise.

“Ho ricevuto il tuo messaggio, sono in ritardo?”

“No, anzi” – e salì.

“Quello chi era? Sembrava avere una fretta del diavolo”

“Era Norman, con JD, il padre di Philip”

“Ah … Come sta?”

“E’ stabile; ce ne andiamo Rob?”

“Ho già accompagnato Jude e le bimbe dal nonno, ci stanno aspettando, c’è anche Jared”

“Ok” – Geffen stava guardando il traffico.

“L’ho visto parlare con Stella, mentre uscivo”

Glam non disse niente.

Fino a destinazione.






sabato 29 luglio 2017

NAKAMA - CAPITOLO N. 95

Capitolo n. 95 – nakama



Graham sfogliò velocemente la cartella di Philip, un’ultima volta, prima di entrare nella sala preparazione, per i chirurghi, come lui e Mikkelsen: privata ed esclusiva.

Mads era già arrivato, puntuale, come al solito: gli dava le spalle, appoggiato ai lavabi, la testa china.

Will sorrise, posando velocemente quei fogli su di un ripiano viola, pronto ad affiancarlo, non solo nella sterilizzazione, ma, specialmente, in quell’operazione, non affatto semplice.

C’era in gioco la vita di un ragazzino.
C’era molto da perdere e ogni rischio preso, poteva trascinarli anche verso un fallimento amaro e inatteso.

“Tesoro sei già qui, molto assorto vedo” – Graham scherzò, premendo il distributore di sapone liquido.

Il compagno prese un lungo respiro, tossendo poi, senza guardarlo; non ancora.

“Ehi Mads, ti senti bene?”
Adesso era Will, pienamente concentrato su di lui e allarmato da quel silenzio, rimescolato ad un fetore di alcol.

“Mads …?” – la sua voce, esterrefatta, divenne un soffio.
Quindi un’esclamazione – “Mads hai bevuto?!”

Com’era possibile?
                           
“Co cosa?”

Graham lo afferrò per le spalle, iroso e disperato.

“Che ti è preso, come hai potuto ridurti così?”

Lo stupore stava prevaricando la rabbia ed era solo un preludio, alla delusione, che ne sarebbe seguita.

“Quel … quel Philip” – una risatina biascicata, accompagnò la sua spiegazione assurda, ma non del tutto – “… quel Philip, mi ha ricordato un periodo, mi ha … Mi ha risvegliato delle emozioni, che credevo di avere rimosso, capisci?”

“Come puoi farmi questo?” – la frase risuonò supplichevole, in quell’ambiente a tinta verde tenue.

“Scusami Will” – e cominciò a piangere, appoggiando la fronte madida, sulla spalla sinistra dell’altro, che finì per abbracciarlo, senza convinzione.

“Calmati … Vieni, proviamo con una doccia fredda, ok?”

La sua iniziativa, non ebbe molto successo.

“Mi scoppia il cervello” – singhiozzò tremante il luminare, accasciandosi, mentre si massaggiava, inutilmente, la nuca.

“Dio alzati! Non puoi mollarmi, Philip non può aspettare! Il suo tempo è quasi scaduto!”

Le rimostranze di Graham, caddero nel vuoto, anche se Mads si rimise in piedi, seppure incerto e confuso.

“Opererai tu: ne sei capace Will: io ti assisterò come posso”

“E cosa diremo alla tua equipe, miseria schifosa!?”




“L’ultimo giorno dell’anno e noi siamo qui, a passeggiare tra le rovine della End House” – Jared rise, un passo avanti a Geffen, entrambi le mani in tasca, gli occhi di Glam piantati tra le scapole dell’ex, troppo magro, per i suoi gusti.

Erano al terzo piano dell’ala nord, ancora in ristrutturazione, dopo il sisma.

“Colin è al lavoro?” – chiese il legale, per nulla interessato alle sorti dell’irlandese.

“Sì, il film è quasi finito, penso riceverà dei premi, la trama è davvero interessante” – Leto prese fiato, voltandosi, per fissarlo, colpevole e bellissimo, per essere ancora così importante ai sensi del suo interlocutore, rapito dai suoi zaffiri cangianti.

Da ogni sua espressione, dal suo corpo esile, che gli parlava di continuo.

“Allora sarà un anno migliore, il prossimo, Jay” – un sorriso tirato, senza trovare le parole giuste, per lui, che ne aveva sempre una vincente, in chiusura delle sue arringhe.

Ma non con Jared.

“Con Denny hai chiarito?” – chiese brusco l’artista, quasi a volersi togliere un peso dallo stomaco e dal cuore.

“Chiarito cosa?”

“La vostra situazione, è” – deglutì amaro – “è chiaro, no?”

“Qui di chiaro c’è solo un fatto, sai Jared?”

“E cioè?”

Geffen sorrise, stanco – “No, non importa, discorsi appassiti, il vento o chissà cosa, se li è portati via”

“Le nostre vite altrove, ecco cosa se li è portati via, Glam, non è difficile capirlo: forse tu dovresti provarci sul serio con Denny, è una brava persona, le sue gemelle ti adorano”

“Una brava persona? Quando sposò Tomo non credo tu ne avessi così tanta stima, per quanto Shannon ne soffrì o sbaglio?” – rise senza convinzione; voleva andarsene, troncare il discorso, dimenticare Jared, una volta per tutte, come buon proposito di Capodanno, che mai si sarebbe avverato.

“Acqua passata”

“Già, un po’ per tutti Jay” – e si voltò, per andarsene davvero.

“Dove vai, scusa?” – domandò quasi con apprensione il cantante, avanzando deciso, verso quella schiena ampia e solida, come nulla dentro di loro.

E fuori.

Un crepitio e il pavimento si aprì, sotto ai piedi di Leto, come una voragine, inattesa quanto pericolosa.

Geffen stava tornando a guardarlo, perché non sarebbe stato giusto, lasciarlo lì in quel modo, dopo quel bacio in ospedale, dopo il tutto e il niente, che si era incancrenito, tra loro, ormai.

E fu un attimo.
Di quelli, in cui Glam sapeva diventare efficace e risolutivo: con un gesto rapido e di forza, riuscì ad afferrare Jared per il polso destro, rischiando di finire di sotto insieme a lui.

“Jay!!”

“Non lasciarmi, non”

“Non ti lascio maledizione!” – ringhiò in affanno, tirandolo su, accogliendolo poi sul petto, insieme al suo stupore, alla sua disperazione.

“Glam …”

“Io non ti lascerò mai” – mormorò sconvolto, tenendolo a sé.

“Glam spostiamoci, ti cerco dell’acqua, sei paonazzo”

“Basterà questa” – lo interruppe, sedendosi sul pavimento e prendendo una pasticca dalla tasca dei pantaloni – “… me le ha prescritte Scott, in caso di stress eccessivi”

Leto rise nervoso, inginocchiandosi, ancora impaurito – “E io lo sono, per te, da sempre, vero?” – provò persino a scherzare.

Geffen gli passò il pollice destro sulla fronte e poi sugli zigomi – “… Tu sei la mia benedetta dannazione Jay … Ma la vita sarebbe così noiosa, senza di te, accidenti …”




Graham si sistemò la mascherina, senza guardarlo.

“Il professor Mikkelsen coadiuverà ogni nostro passaggio” – disse Will, puntando lo staff di Mads, muto e nascosto dalla stessa barriera verdognola, in stoffa sterile – “ma non interverrà direttamente, perché oggi non si sente bene: ci sono obiezioni?”

Nessuno ne sollevò, anche se l’imbarazzo, tra i presenti, era palpabile.

“Ok, andiamo” – e si diressero in sala operatoria, dove Philip era già stato sedato e preparato.

La porzione di pelle, lasciata scoperta e illuminata da lampade apposite, fremeva leggermente ad ogni pulsazione del giovane.

“Buio” – sembrò sentenziare la voce roca di Mikkelsen e ogni sguardo si orientò sul punto, dove Graham avrebbe fatto la prima incisione.

Mads disse il meno possibile, sino al momento cruciale, in cui la sua tecnica, attraverso Will, avrebbe risolto.

Se non fosse stato per un imprevedibile intoppo.

“La malformazione è al contrario, come abbiamo fatto a non rendercene conto, dannazione!”

Su quella frase di Graham, tutti si bloccarono, attoniti e in attesa di nuove disposizioni.

Per risolvere, per uscirne vivi.

Mikkelsen inspirò greve, strizzando le palpebre, mentre Will stava esitando: gli strappò quindi il bisturi elettronico e, con un gesto deciso, affondò in quella cavità palpitante e ostica, prossima ad una deleteria fibrillazione.

“Aspirare, qui e qui, sudore, cazzo svegliatevi!” – ruggì, destando i colleghi da quell’impasse cruciale, mentre la storica collaboratrice Jasmine, gli tamponò, svelta, la fronte gocciolante.

La pressione e il battito di Philip, si stabilizzarono, dopo un picco malevolo.

Morgan jr, era salvo.




La sua telefonata allarmò a tale punto Scott, da farlo scapicollare in moto, in mezzo al traffico delle feste, sino alla villa sulla spiaggia di Paul, senza perdere un minuto di tempo.

Tempo.

Rovia non ne aveva avuto mai abbastanza, per riprendersi la propria vita, né accanto a Reedus e tanto meno con Pinkman.

Norman, che teneva le mani di JD Morgan, seduto davanti a lui, nella saletta di attesa della Foster, in un mutismo reciproco, causa la troppa ansia, per le sorti di Phil.

Jesse, a sua volta, si dedicava amorevole, alle esigenze di White, ancora costretto sulla sedia a rotelle, ma per poco, Hiddleston glielo aveva assicurato.

Walter avrebbe ripreso a camminare antro la metà di gennaio, Tom ne era certo, grazie alla caparbietà di un paziente, che non aspettava altro che potere tallonare quella creatura fatta di sbagli e carezze, di nome Jesse Pinkman.

Tanto amore, del quale Rovia non sapeva neppure i dettagli, come nel caso di Norman e JD, innamorati e perduti, in un rapporto simbiotico e, per certi versi, inspiegabile.

Lui, Paul, non se lo sarebbe potuto spiegare mai, in effetti.

“Quante ne hai prese, cazzo!?” – esclamò il medico, in crisi di ossigeno, per la corsa e la tensione.

“Lasciami in pace” – il rantolo di Rovia, gli scivolò dalle labbra, insieme ad un po’ di saliva, per la nausea, dovuta all’ingestione di alcuni barbiturici.

Erano di sua madre, Paul li conservava, per uno sbafo di rossetto sull’etichetta, che lei aveva lasciato, trafficando con il tubetto, in plastica avorio, a scritte azzurro cupo.

Come il domani, che Rovia avrebbe preferito non vedere affatto.

“Devo farti vomitare, avanti andiamo! Dov’è il bagno?”

Nessuno risposta.
Un paio di schiaffi e Paul riprese i sensi, giusto il tempo di svuotarsi, inginocchiato davanti alla tazza del cesso, come quando era un tossico, come quando divideva la cella con JD Morgan e si sniffava anche la colla, rubata al reparto falegnameria dal suo coinquilino, violento e pretenzioso, di avere il suo corpo e la sua anima buia.

Sarebbe stato così semplice farsi ammazzare da lui o da qualche balordo del braccio K: perché non lo aveva fatto, ora si domandava mentalmente, riverso contro le maioliche, a scacchi bianchi e neri, quanto i suoi giorni.




Graham portò buone notizie.
Norman e JD si abbracciarono forte.

“Possiamo vederlo?” – chiese il tenente, senza preoccuparsi di quanto potesse pensare Will, su di loro.

Ufficialmente, Morgan era stato condotto lì dal poliziotto, per seguire l’esito dell’intervento, prima di tornare in carcere, essendosi costituito.

La versione di Reedus, adesso, faceva acqua da tutte le parti, ma l’amore assoluto di Mads, era distratto da un’angoscia, che salvò i due, ma unicamente da lui.

Geffen, a pochi passi da loro, era livido, per quanto appena scoperto.

Era una conferma, del resto; i suoi sospetti, come quelli di Vas, risultarono più che fondati, ormai.

“Voi state insieme … Io non ci posso credere!” – esordì furioso, oltrepassando Will.

“Glam … Ascolta, ti posso spiegare” – Norman provò a difendersi, tanto ormai non poteva più sfuggirgli.
“Spiegare cosa?!? Sapete perché sono tornato?! Non solo per avere notizie di Philip, ma, soprattutto, perché Scott sta portando qui Paul, mezzo morto!”

“Ma cosa stai dicendo …?” – si intromise JD, stranito e, all’apparenza, turbato.

“Ha tentato il suicidio, con delle pasticche, se non fosse stato per Scott sarebbe spacciato!”

“Glam calmati” – Graham si frappose tra loro.

“Ma come faccio a calmarmi! Ti rendi conto di quello che sta accadendo, Will?!? Della carognata, che entrambi, hanno fatto subire a Paul?! E lui neppure lo sa, ci scommetto, vero Reedus?!” – e lo prese per il bavero della maglia, sbattendolo contro al muro.

Morgan non rimase fermo a guardare e, se non fosse stato per Vas, si sarebbero fatti tutti molto male.




Mikkelsen controllò l’orologio, appeso in cucina, per l’ennesima volta, poi ebbe un sobbalzo, appena percepì i passi di Graham nel salone.

Si precipitò da lui, ma Will era già salito al piano di sopra, dirigendosi nella loro stanza.

Mads esitò oltre la porta, quindi decise di affrontarlo, vedendo l’altro aprire un trolley sulla cassapanca centrale, piena zeppa di cibo per cani.

I randagi di Graham, dormivano tranquilli in mansarda: ormai anche il più anziano, si era abituato alle loro allegre scorribande per casa.

Una casa enorme, che, a breve, il più giovane avrebbe lasciato, evidentemente.

“Do dove stai andando amore?” – il nervosismo, che lo stava corrodendo, lo fece persino balbettare.

“Non farmi domande idiote!” – sbottò acre, con una durezza inaudita.

“Will”

Graham si bloccò, puntandolo severo.

“Hai rovinato tutto, Mads, tutto!”

“Lo so, ma tu non puoi liquidarmi in questa maniera, senza darmi un minimo di sostegno, di comprensione, come farei io!”

“E come ho fatto io, da quando stiamo insieme, ma vedo che te ne sei dimenticato!”

Si fronteggiarono, esausti, come soldati della stessa guerra, ma su barricate opposte.

E così distanti, ora.

“Will, forse hai ...” – il suo accenno di frase, fu smorzato da una carezza dell’altro – “Scusami Mads, non volevo alzare la voce”

“Will”

“Ma non riesco a rimanere, non ci riesco … Perdonami.”

“Will …”








venerdì 28 aprile 2017

NAKAMA - CAPITOLO N. 94

Capitolo n. 94 – nakama



Gli opali di Glover, rimasero come sospesi, nell’assistere alle effusioni, tra Jared e Glam, appena il legale uscì dall’ascensore, impaziente di portare buone notizie al suo capo.

“Denny …?”
Geffen sciolse a fatica, l’intreccio di quel bacio, tra lui e l’ex, che avvampò, alla vista dell’improbabile avversario.

“Sei incredibile Glam, non cambierai mai” – sibilò il più giovane dei tre, gli zigomi invasi da un odioso tremolio, di gelosia e rabbia, mentre quasi stritolava un fascicolo, di poche pagine – “ti farai sempre usare e gettare via da questo stronzo!”

“Denny!” – e questa volta, il suo nome echeggiò come un tuono, nel corridoio della Foster.

“Tu fai così, da sempre, senza rimorsi, senza badare a chi ti vuole bene davvero …” – il tono di Glover si accartocciò, in una commozione scomoda – “… a te non importa, sei un maledetto egoista, senatore!” – e, nello sbattergli sul petto il misterioso dossier, la sua voce si riaccese.

“Senatore … Ma cosa stai dicendo?”

La risposta non arrivò, Denny era già fuggito via.

Geffen lesse velocemente il contenuto di quell’ambasciata, scoprendo che Michelle Obama, primo presidente donna degli Stati Uniti, gli aveva conferito la prestigiosa nomina, per meriti conseguiti durante il sisma di Los Angeles.

“… per il fondamentale contributo, l’altruismo, la generosità nel prestare soccorso e aiuti ai sopravvissuti …” – Jared stava scorrendo a propria volta, quell’encomio solenne e le relative motivazioni, non senza stupore e orgoglio, anche se ben altro, gli premeva sul cuore.

“Hai una storia con Denny?” – chiese d’impeto il leader dei Mars, tornando a fissarlo, esigente e fuori luogo.

“Ma cosa stai farneticando anche tu, miseria Jay!”

Leto rise con una smorfia impietosa – “Ha ragione lui, anche e soprattutto su di me” – concluse, andandosene svelto, a pugni chiusi, lasciandolo lì da solo, con il suo nuovo successo tra le mani gelide.




JD non lo aveva mai fatto abbastanza, quando Philip era poco più di un neonato: cullarlo, amorevole e attento, come in quell’attimo di loro.

Adesso, era come se il figlio, fosse pronto a rinascere, a nuova vita, grazie all’intervento pagato da Glam Geffen, un nemico pericoloso, che, presto o tardi, Morgan avrebbe dovuto affrontare.

Norman e Lukas erano scesi a prendersi qualcosa da mangiare, permettendo a entrambi di vivere una complicità rinnovata e bellissima, del tutto insperata, per Phil, sorridente e più tranquillo, grazie alla presenza del genitore.

“Hai paura, tesoro?” – chiese frastornato dalle emozioni l’ex galeotto.

Philip annuì, ma senza perdere la serenità – “Posso farcela, non fanno che ripetermelo ed è necessario, come dice il professor Mikkelsen, perché io possa avere un’esistenza normale, papà”

“Ok … Ok cucciolo, non ci saranno problemi, ok? Te lo prometto anch’io, nonostante sia l’ultimo della lista, temo”

“Ma cosa dici?” – Philip rise, stringendosi più forte a lui – “Tu sei in cima ad ogni cosa, per me: ti voglio così bene papà”

“Amore …” – JD iniziò a piangere, composto, ma senza frenarsi.
Doveva liberare ogni sensazione, per sentirsi meglio.

Un’infermiera interruppe quell’idillio perfetto: il paziente doveva essere sedato parzialmente; l’intervento era prossimo, si sarebbe svolto all’alba.

Morgan uscì, senza mai smettere di guardare i quarzi liquidi e profondi di Philip, che si addormentò quasi subito.

“Ciao!”

La voce di soldino, lo fece sobbalzare.
Morgan si voltò di scatto, nella sua direzione.

“Ciao …”

“Mi chiamo Lula e tu sei il papà di Philip, giusto?”

Le gambe ciondolanti, seduto sopra al davanzale, i fanali luminosi, l’accento vibrante di simpatia e gioia, tutto ciò investì l’uomo, che si sentì a disagio, pensando all’incombente e inevitabile incontro con Geffen, anche se dell’avvocato non vi era traccia.

“E tu sei il figlio di Glam, giusto?” – tanto valeva stare al gioco.

“Infatti … Philip è bravo nel suo lavoro, sai? Le gemelle di papi vanno sempre da lui, per le ricerche in università”

“Hai conosciuto così, Phil?”

“Certo, ma tu non dovresti essere qui, perché potrebbe essere un pasticcio se papà ti vedesse” – quasi gli bisbigliò.

“Vorresti aiutarmi, Lula? Come mai?” – chiese interdetto, dal suo comportamento.

“Diciamo che io so che sei una brava persona, ecco”

“Dovresti dirlo a tuo padre”

“Dirmi cosa?”
Geffen e Vas erano giunti alle sue spalle, l’aria torva.

“Jeffrey Dean Morgan, non posso crederci, ma capisco tu non possa fare a meno di assistere Philip in questa avventura” – esordì Glam, puntandolo, con aria minacciosa.

Soldino scese e si mise in mezzo – “Papi non innervosirti, non ve n’è ragione, davvero!”

“Lula con te facciamo i conti dopo, non dovresti allontanarti da Vas, ok?” – lo rimproverò, ma adorante.

Soldino rise, dissolvendosi, per poi riapparire al capezzale di Philip.

“E’ dunque così, che l’ha fatto, accidenti” – ringhiò il sovietico.

JD sbiancò.

“I suoi poteri stanno aumentando … La nonna di Lula ce lo disse, ricordi Vas?”

“Sì Glam, lo vedo” – e sbuffò, afferrando poi Morgan per le spalle larghe – “Cosa ne facciamo di lui?”

“Ehi, lascialo subito!” – anche Norman si era palesato sulla scena, con Lukas, che raggiunse immediato il compagno, accolto affettuosamente da soldino.

“Tenente Reedus, arriva a proposito, c’è da arrestare un latitante, anche se non capisco chi l’abbia avvisato del ricovero di Philip” – Glam si rivolve a lui con fermezza, mentre qualcosa non gli quadrava affatto.

“Morgan si è costituito giusto stamani e l’ho accompagnato personalmente, togliendogli queste, per non impressionare il ragazzo, ok?” – e gli rimise le manette.

JD lo assecondò, senza battere ciglio.

“Norman vuoi farmi credere che il nostro amico, si è presentato al distretto, senza imbeccate?” – Geffen tornò a dargli del tu, con aria sospettosa.

“Avevo il suo cellulare e gli ho mandato un sms: quando Morgan era in contatto con Paul, l’ho memorizzato, quindi l’ho informato, nonostante potesse sembrare una trappola e in parte lo è stata, visto che ha funzionato, come vedi” – spiegò, le pulsazioni accelerate.

Glam prese un lungo respiro – “Meglio che Paul non sappia di lui” – pensò ad alta voce.

Reedus annuì – “Lo riporto in cella, sono già in ritardo, andiamo Morgan” – e lo strattonò via.

Vas inarcò il sopracciglio sinistro, guardando poi Glam.

“Tu gli credi?”

“Assolutamente no, Vas … Assolutamente no.”





“Norman ti dico che non se l’è bevuta!”

“Sali in macchina, cazzo e taci!” – sbottò infuriato il tenente, mettendosi alla guida, non senza avere prima liberato Morgan dai “ferri”.

“Io mi costituisco, ok? Lo faccio per davvero e lo faccio per Philip, per noi! Sconterò la pena residua e”

“Ma cosa diavolo dici?! Sei un evaso, ti beccherai minimo altri trent’anni e noi ti perderemo!”

JD inspirò, un peso all’altezza del diaframma, un senso di soffocamento.
Si era infilato in un vicolo cieco, senza più scampo.

“Ti rovinerò la carriera Norman … Ci scopriranno, Geffen non mollerà, ha capito tutto, sai? E poi con quel bimbo, quel Lula, è uno stregone o chissà cosa, leggerà nella mente, vedrà il futuro”

“Non dire stronzate” – replicò afflitto Reedus, le braccia incrociate sul volante, la faccia stampata sulla plastica dello stesso, un pianto incipiente ed un nervosismo ingestibile.

“Eppure sembrava volermi aiutare …”

“Ma chi?”

“Soldino o come si chiama … E’ simpatico” – e sorrise, alienato dalle circostanze.

“E’ l’amore di Geffen, la sua priorità, se qualcuno soltanto lo sfiorasse, quello ti ammazza senza pensarci due volte, sappilo”

“E chi glielo tocca … Ma ora che si fa?”

“Torniamo a casa” – e mise in moto.

“Se Glam fa delle ricerche, se chiamasse i tuoi capi?”

“Correrò il rischio JD, ok?” – e gli afferrò il viso, baciandolo con irruenza e amore, in un disperato bisogno di lui.

Unicamente di lui.





Colin riuscì a fare finire i compiti ai gemelli, non senza che questi lo prendessero in giro, per il nuovo look, barbuto, grazie al quale Farrell ricordava molto un severo professore.

Era per un nuovo ruolo, appena iniziato a girare.

Jared li stava spiando, quindi entrò, reclamato da Thomas, che si era subito accorto del suo arrivo.

“Scusami Cole …” – disse in un soffio il cantante, facendo un solo passo avanti.

“Per cosa?” – il moro rise, guardandolo innamorato.

“Vi ho interrotti”

Bugie.
Sempre bugie.

“Abbiamo terminato, per miracolo” – e andò ad abbracciarlo, baciandolo – “… hai un po’ di tempo, per tuo marito?” – gli sussurrò poi nel collo.

Jared fece un cenno di assenso, aggrappandosi al suo corpo solido e prestante, a quel suo modo di sconvolgerlo ancora, dopo tanti anni insieme.

Le pesti sparirono, direzione sala giochi, rinnovata da poco, con nuove diavolerie elettroniche, installate dagli zii Tomo e Shan, come regalo natalizio.

L’atmosfera della End House era speciale, verso la fine di un anno davvero indimenticabile, nel bene e nel male, per ogni componente, di quella sempre più vasta e stravagante famiglia.

Il tempo, che Colin gli aveva chiesto, si saturò ben presto di carezze e ansiti, nel tepore della loro camera insonorizzata; era lì, che molto spesso, i coniugi più chiacchierati sui social internazionali, riuscivano a collidere nuovamente, dopo insensati girovagare, per nuove o vecchie costellazioni.

Jared si immaginò questa similitudine, mentre Colin lo dilatava e si faceva spazio in lui, sfiorandogli l’interno delle gambe magre, prima con la sua ispida ed umida impetuosità, poi con i fianchi solidi e virili.

Lo baciava sempre tantissimo, lo voleva, da sempre, nello stesso, identico modo.
Senza limiti.

E poi ritrovarselo, occhi negli occhi, nella fusione delle loro bocche, febbrili, nell’assaporarsi, uniti e tantrici, in una danza appassionata e armoniosa.

Il singulto del divenire, divampò nei gemiti di Farrell, crescenti, devastanti.

Ebbri di felicità assoluta.

Jared non sarebbe mai stato veramente suo.
Questo era quanto lo legava di più a lui.
Questo era quanto, Colin, aveva imparato.




Denny non se n’era ancora andato.
Era rimasto sul suv, nel garage sotterraneo, a mordersi le pellicine, sentendosi un coglione, con la voglia di piangere, di gridare, all’interno dell’abitacolo, ciò che lo stava dilaniando.

La vergogna.

Di amarlo, di volere Glam, dopo avere fatto finta, che non fosse vero quel sentimento e che gli poteva bastare, un fugace incontro, di tanto in tanto, farci del sesso, perché quello funzionava, tra loro.
Solo quello.

La portiera fece un suono secco e quel dopobarba, anche Glover, lo avrebbe riconosciuto tra mille.

“Per fortuna sei ancora qui, ora chiariamo questo casino, ok?”
Il tono di Geffen non era aspro, anzi, quasi paterno.

Denny avrebbe voluto incazzarsi, mentre invece era pronto a saltargli al collo, chiedendo scusa, elemosinando i suoi baci: come aveva fatto, a ridursi così?
Se lo pose il quesito, certo, ma senza avere tempo e modo di rispondersi.

Glam lo stava baciando, con tenerezza, raccogliendogli le gote arrossate e bagnate, in quei palmi grandi e speziati.

Caldissimi.

“Visto che non dici nulla, Denny … Su una cosa sbagli, comunque: io ti voglio bene”

E quel bastardo, chiunque lo avrebbe marchiato così, avrebbe potuto dirgli qualsiasi cosa, abbindolandolo, con chissà quali secondi fini.

Peccato che Glam Geffen, non ne avesse con lui.

Purtroppo?





“Anche se la tua pelle avvizzirà, rimarranno i tuoi occhi e il tuo sorriso, finché riuscirò ad averne ricordo, finché potrò vederli in ogni angolo della mia mente, fino alla fine e per l’eternità. GG”

Il biglietto, pinzato al cellophane, dove una corbeille di orchidee bianche, era stata avvolta con cura, dal suo fiorista di fiducia online, venne subito nascosto da Jared, appena Colin sopraggiunse in salone.

“Splendide, chi te le manda amore?” – domandò con noncuranza, pronto a tornare sul set, per le ultime riprese in notturna, prima della pausa di Capodanno.

“Sono da parte di Glam … E’ per ringraziarmi del sostegno fornito a Philip: gli ho portato dei vestiti di Yari e qualche cianfrusaglia, per ingannare la noia, dopo l’operazione”

Una girandola di inganni, evidentemente, dove lui sapeva mentire alla grande.

Farrell sorrise – “Non ti tiri mai indietro: sono fiero di te, sai?” – e lo salutò, con un ultimo bacio.

Jared pregò, non fosse mai tale.
Mai.