martedì 5 novembre 2013

ZEN - CAPITOLO N. 208

Capitolo n. 208 – zen


Law stava quasi per sbattergli la porta in faccia, anticipando Robert nell’entrare all’interno della loro suite, fortunatamente deserta.

Senza voltarsi, l’inglese diede un pugno nel primo stipite a tiro, rompendosi per poco le nocche della mano destra ed imprecando forte, anche più del necessario, per liberare quel rigurgito di rabbia, annidato nel suo stomaco da quando avevano lasciato un altro campo di battaglia.

Quello dove Steven e Christopher sembravano essersi detti addio.

“Calmati Jude, non serve a niente” – gli disse asciutto il consorte, versandogli dell’acqua in un bicchiere, che il biondo gettò direttamente nel caminetto acceso.

Erano uno di fronte all’altro, tesi, sconvolti e come ripiombati in vecchi incubi.

“Dove ho sbagliato, eh Jude?” – gli chiese improvviso e provocatorio.

Downey non ne poteva più di quel sentirsi costantemente giudicato per le proprie attenzioni rivolte a qualcuno che non fosse l’amore di una vita.
Una vita che gli aveva dedicato a pieno, anche quando si sentiva una nullità, per colpa di Jude e basta.

“Qualunque cosa ti dica, sarò sempre io quello sbagliato Rob!” – inveii.



Louis lo stava imboccando.
Harry sorrise – “Mi sono slogato una caviglia, ma queste funzionano” – e gli fece il solletico.

“Zitto e mangia! E non fare tutte queste briciole, qui ci dobbiamo dormire, almeno ancora stanotte”

“Già, domani si torna … Cosa vuoi per San Valentino Boo? Manca una settimana” – chiese spostandogli i capelli dalle tempie, dove si affrettò a posare un bacio troppo casto, per quanto lo stava desiderando.

La stoffa rigonfia dei pantaloni del pigiama non mentiva.

Louis rise malizioso – “Sesso sfrenato ogni pomeriggio, quindi tieniti libero” – scherzò.

“Sarò al lavoro, se Glam non mi licenzia”

“Allora verrò a trovarti in studio” – e gli leccò le labbra, sistemando il piatto sul carrello – “oppure in tribunale … e mi infilerò sotto la scrivania per farti venire con la bocca …” – e lo baciò profondo, mentre si spogliavano con urgenza.

Il calore che pervase entrambi, sembrò divorarli, esaltando una libido acerba, ma non inesperta.

Lou si posizionò sopra il bacino di Harry, ormai distesosi tra i cuscini, le dita impegnate a brandire i fianchi del suo Boo, che gemeva al primo contatto bagnato, tra la propria fessura e l’erezione del compagno.

Quel dolore lo riempiva e saziava, come un marchio a fuoco, impresso ripetutamente nelle sue carni esili, ma terribilmente affascinanti.

Apparteneva ad Harry e tutto aveva un senso.

Quando faceva l’amore con Vincent era diverso.
Ci pensava al presente, correggendosi colpevole, in quel paragone inopportuno, ma che il cervello rivelava ad ogni amplesso insieme al futuro marito.

Lux era … perfetto per lui, come se qualcuno avesse forgiato i due elementi, capaci di fondersi più e più volte, senza mai stancarsi.

Dopo averlo fatto con Haz, invece, Lou era come pervaso da una corrente di alta tensione, i suoi nervi, i muscoli, continuavano a percepire come un orgasmo latente, amplificato al solo tocco del più giovane, durante le coccole, che mai gli negava.

Vincent era ugualmente generoso e lo sfiorava di continuo, lo accarezzava anche se Lou prendeva un bicchiere di aranciata dal frigo oppure leggeva un giornale: il calore ed il profumo di quell’uomo, non li avrebbe dimenticati.
Mai.


“Quanto si ferma?”
“Una notte … no, forse due” – Chris balbettò, estraendo la carta di credito dal porta documenti.
Si aggiustò il bavero del giaccone, levandosi la cuffia, che lo stava facendo sudare.

Aveva la febbre, ne era certo.

“Stanza 205, in mansarda, è l’unica rimasta singola …”
“Va benissimo” – sorrise a fatica.
“Ha solo quello zaino, nessun bagaglio od attrezzatura?” – chiese l’inserviente del rifugio, con un sorriso simpatico.

“No, solo questo … viaggio leggero”

“Ecco la chiave, la cena è alle otto”
“Sì ok … Posso avere qualcosa in camera, non mi sento molto bene, preferisco coricarmi …”
“Nessun problema, vuole un’aspirina?”
“Sì, è l’ideale … Poi del brodo e qualche verdura … Niente carne”

“Abbiamo dei filetti di pesce, il nostro chef li cucina con una salsa al limone” – spiegò gioviale.

“Ok … una porzione anche di quelli … Adesso vado, la ringrazio.” – lo salutò educato, salendo poi con la scala interna in legno massiccio.

Durante l’ascesa in funivia aveva pianto: c’erano lui ed una coppia di anziani, che non smettevano di scrutarlo, esitando su chiedergli o meno se avesse bisogno di aiuto.
Erano carini, si tenevano per mano, dei nonni probabilmente: erano invecchiati insieme, magari fra mille problemi, ma i loro visi denotavano serenità, che nulla era riuscito a scalfire, pensò il leader dei Red Close.

Lui non aveva mai conosciuto quella sensazione, se non per brevi periodi: aveva ricevuto molti doni, ma altrettante manchevolezze, da un destino, che sembrava divertirsi a farlo sentire inutile e senza un domani.


“Ehi Jared …?”

Lux gli diede un buffetto, sorridendogli appena Leto schiuse le palpebre, rivelando lo sguardo arrossato.

“Ciao … mi … mi sono addormentato” – disse sfregandosi la faccia, mentre si alzava dal parquet, facendo attenzione a non svegliare Geffen.

“Sembravate due ghiri” – il francese rise, accomodandosi.

“Stavamo parlando … Glam era provato, ha avuto una crisi, prima che arrivassi”
“Dovevate vedervi? Non me l’ha detto”
“No … Cioè volevo sapere come stava”

“Certo Jared, non devi mica giustificarti” – replicò dolce.

“Torno da Colin”
“E’ al ristorante, l’ho incrociato con i vostri bimbi … Ora vedrò se Glam si sente di scendere, ma ho qualche dubbio”

“Vi mando su qualcosa?”
“Sì, volentieri, niente vino, meglio evitare”

“E cosa cambierebbe, sentiamo …” – bofonchiò l’uomo, stiracchiandosi.

“Glam, ma allora” – Jared sorrise, andando ad abbracciarlo.
“Ehi … Non sono ancora morto” – e sorrise, fissandolo amorevole.

Ormai nascondere i suoi sentimenti sarebbe stato così inutile e persino nocivo: voleva essere sincero, diretto, aperto a tutto il bene ed il male, che quel percorso stava per riservargli, senza appello.

“Dio non voglia” – ribatté diretto il marito di Farrell.

Glam scosse la testa rasata, reggendosi sui braccioli per recuperare una postura decente – “Devo andare in bagno”
“Ti accompagno?”
“No Jay, vai pure, me la cavo, poi c’è Vincent” – gli sorrise meno convinto.
Leto annuì perplesso, non voleva lasciarlo lì senza di lui.

Alla fine si allontanò, non senza avergli dato un bacio tra la guancia ed il collo, sussurrandogli un “ti voglio bene Glam”, così vero da spezzargli il cuore.


Il cellulare di Chris si illuminò.

Un numero privato.

“Sono Robert, dove diavolo sei?”
L’impeto di quella domanda lo scosse.

“Alle piste nere … resto qui …”
“Chiama almeno la bambina, cazzo!”

“Rob … che cos’hai …?” – chiese timido.

“Sono stufo marcio, ecco che cos’ho!”
“Hai litigato con Jude per colpa mia? E’ assurdo”
“Lo penso anch’io …” – e si quietò un minimo, riprendendo fiato.

Alla biglietteria c’era coda.

“Dove sei papà?”
Donwey sorrise con le lacrime negli occhi ed in gola – “Ti sto raggiungendo, immaginavo fossi lì … volevo rimanere da solo, ma ci speravo, ecco …”
“Pensi che farò qualche stronzata?” – divenne aspro, poi docile – “Non è escluso …”
“Christopher non farmi questo” – sbottò lacerato, soprattutto dal pensiero che la priorità del giovane doveva essere semmai Clarissa, mentre lui non centrava nulla nelle sue scelte, così come nei suoi sbagli.


Colin lo fece sedere da parte e gli portò del tè caldo.

“Cosa è successo Jay?” – mormorò cauto l’irlandese, cingendolo con cura, seduti sopra ad un divanetto circolare.
“Scusami … scusami Cole è che … io non riesco a sopportare questa tortura … Glam sta sempre peggio”

“Tesoro non saremo mai veramente pronti o preparati, è come un treno in corsa, che ci è piombato addosso, senza via di scampo”

Si strinsero.

“Colin vorrei tanto potere fare qualcosa”

Farrell lo guardò innamorato e sofferente al tempo stesso.

“La tua vicinanza è la migliore medicina per Glam … Il problema è come ne uscirai tu da una simile esperienza, perché assistere un malato terminale non è semplice, anche se conosco il tuo coraggio, la tua abnegazione, Jay” – e lo baciò, con l’implicita e silenziosa supplica di non esporsi a quello che poteva essere definito in molti modi.

Colin, peraltro, non paragonava l’intento di Jared ad un adulterio; non questa volta.

Prese un lungo respiro.

“Tesoro appena torniamo, ti porto via per qualche giorno, ok? … Poi … Poi se vorrai, andrai da Glam, per il tempo che riterrai necessario”

“Colin …”

“Se ti senti di farlo e so che è così, non pensare a me, vacci e basta” – ed a stento trattenne un pianto lacerante.

“Mi confondi e … e mi rendi orgoglioso di te, del tuo altruismo”
“Glam non è un nemico, non è un rivale, non lo è più … Purtroppo per lui”

Si riabbracciarono, intrisi di paura verso il futuro, che mai era apparso loro così incerto.






 IL NOSTRO CHRISTOPHER (IAN SOMERHALDER) IN UN BELLO SCATTO INSIEME A MATT BOMER (PERALTRO IL NS. MATT IN ZEN)






lunedì 4 novembre 2013

ZEN - CAPITOLO N. 207

Capitolo n. 207 – zen


Ivan non lo aveva mai fatto.

Baciarlo così, ad occhi aperti, mentre gli viveva dentro, come un ruggito, spezzato a metà.

Chris riprese fiato, per gli spasmi ancora troppo intensi, ma non senza cogliere un dettaglio, che gli provocò una certa inquietudine.

“Perché non hai goduto …?” – balbettò ansimante, spostandosi di lato, come faceva sempre, per cercare una sigaretta sopra al comodino, anche se in quell’attimo sembrò esitare, sentendosi osservato.

“Non importa …” – e lo strinse forte, avendolo ancora a portata di braccia, di quelle ali così robuste, all’apparenza invincibili, mentre il suo respiro si faceva fragile, nelle iridi di Christopher, dove andava a riflettersi anche la sua di angoscia.

“Lascialo”

Il cantante tremò.

“Non … No, non posso, abbiamo una figlia …”

Si sentì perduto, anche se la risposta nacque spontanea, ma solo dal suo cervello.

Dopo, non dissero più nulla.


Louis lo aveva vegliato sino all’ora di pranzo.

Alle funivie, quando lo aveva stretto di nuovo a sé, non sapeva se piangere o ridere per la gioia di vederlo in buone condizioni, nonostante avesse corso un pericolo non indifferente: Harry gli spiegò l’accaduto, lodando Vincent, che mai aveva smesso di guardare entrambi.

Un qualcosa che infastidì un po’ Lou, sempre al centro dell’attenzione di quell’uomo così generoso e paterno.

Mentre avvolgeva Haz, le sue dita della mano sinistra si intrecciavano a quelle di Lux, con gratitudine.

Scott diede un lieve sedativo ad Harry, dopo averlo visitato.
Doveva rilassarsi, nulla di più.

Era tenero nelle sue espressioni arruffate, mentre stritolava il cuscino, non trovando più Boo allacciato a sé: non si era svegliato, ma gli mancava e le sopracciglia si corrucciavano, così le labbra morbide, dove il fidanzato avrebbe sparso miriadi di baci, il prima possibile.

Bussarono piano.

Louis chiuse le ante scorrevoli della zona notte ed attraversò il salottino della suite in punta di piedi, per andare ad aprire.

“Vincent … Ciao entra, Haz è in letargo” – lo salutò, con uno di quei sorrisi da fermare il tempo, colorandolo di gioia.

Lux lo abbracciò, con tenerezza – “Come stai mon petit?” – gli sussurrò, quasi lo avesse trascurato.

Louis per un soffio non si mise a piangere, sovraccaricato di troppe emozioni – “Ora bene … Sì … e lo sai” – replicò pulito, aggrappandosi a lui.

Lux gli diede un bacio sulla tempia destra, incastrando i loro volti arrossati – “Ti voglio bene cucciolo … Ora vado da Glam …”
“A fare cosa?”
“Mangiamo insieme …” – e sciolse il loro vincolo, senza fretta.

“Ok … vi raggiungiamo per il dolce: per il resto ho ordinato qui, in camera …”
“Hai fatto bene mon petit … Non saltate i pasti, mi raccomando” – ancora una carezza, ancora uno dei suoi sorrisi adoranti, poi se ne andò, come faceva ormai puntuale.

Inesorabile.


Boydon dava le spalle alla soglia, seduto rigido in poltrona, davanti alle vetrate della camera del compagno.

Appena varcata, Chris perse un battito, lasciando socchiusa la porta.

“Ciao …”

C’era stupore nel suo tono ed imbarazzo.

Steven si sollevò lento, girandosi a fissarlo.

“Dove sei stato? E dov’è soprattutto la bambina?”

“Clarissa è con gli altri …” – spiegò avvicinandosi, ma con una cautela, che condannava quell’accoglienza al peggiore degli sviluppi.

Steven strinse i pugni, come se volesse reprimere un lungo discorso, che si portava nella testa da tempo, corroso nell’animo dal sospetto.

“Non hai risposto alla prima domanda, Christopher” – insistette, severo.

“Ero … ero in giro ...”
“Con chi esattamente?”

“Che ti importa??!” – esplose.


Pamela rise, aggiustandosi il poncho.

“Madre de Dios … sto diventando una balena!”
“Naaa!” – rise anche Lula, passandole la cuffia.

“Ehi nino, come sta tuo padre?” – chiese dolce.
“Insomma … dorme poco” – soldino storse la bocca, grattandosi i riccioli, mentre rimaneva seduto sopra al divano.

Pam scosse la testa – “Sai, mi chiedevo …”
“Cosa?” – chiese curioso.

“Tu sei così speciale … Non potresti risolvere questa situazione?”
“Faccio il possibile zia Pam, però … Non è semplice” – replicò mesto.

“Soffrirà molto, vero …?”
“Sì”

I carboni di Lula divennero più scuri e profondi, innescando un’ansia inevitabile nella donna, che si sfiorò la pancia prominente, sentendo i gemelli muoversi.

L’ambiente, un istante prima piuttosto luminoso, divenne grigio.

Si girò verso le finestre, accorgendosi che stava nevicando, il cielo plumbeo all’improvviso, gli alberi agitati dal vento.

“Lula …” – e si voltò di colpo verso di lui, ma era sparito.

Un raggio di luce sembrò scaldarle la schiena: la giornata era limpida e lei ebbe la certezza di non essersi immaginata nulla, anche se aveva come la sensazione di avere fatto solo un brutto sogno.


Il soffitto tremava e la stoffa del cuscino, gli era rimasta appiccicata alla nuca.

“Lula …”

Fu quasi un rantolo.

“Sono qui papà!”

Il suo sorriso riusciva ancora a dargli sollievo.

Geffen si sollevò a fatica – “Miseria non ho sentito il telefono … avevo messo”
“Devi fare qualcosa?” – chiese passandogli un asciugamano.

“Vedere zio Vincent, amore …” – gli sorrise, tamponandosi il petto sotto il pigiama marcio.

“Prima devi incontrare zio Jay!” – esclamò, precipitandosi ad accogliere il leader dei Mars, ancora prima che suonasse il campanello.

“Lula ciao …”
“Ciao, vieni, papi ha bisogno di te!” – ed afferrandolo per un polso, trascinò Jared da Glam, che quasi si vergognò per lo stato, in cui si presentava alla persona, che amava di più al mondo, dopo il figlio adottato ad Haiti.

“Ehi tutto bene?” – domandò preoccupato.

“Ciao Jared … devo essermi fatto la doccia, senza neppure alzarmi dal letto” – tentò di essere spiritoso, ma le stilettate alla schiena lo stavano tormentando di nuovo.

“Vuoi che chiami Preston? O Scott?”
“No … rimani qui, basti tu … e l’antidolorifico”


“Se solo ti degnassi di interessarti a quello che faccio, per me, per noi!!”

La voce di Christopher si avvertiva sino in fondo al corridoio: non c’erano barriere tra ciò che stava succedendo con Steven ed il mondo esterno, abitato dagli sguardi di Jude e Robert in transito, da soli, verso gli ascensori, che non avrebbero preso.

Restavano immobili, Downey attonito davanti a quella furia, che stava prendendo forma e parole, in rivelazioni inattese.

“Io vivo per te, per voi Chris!”
“NO! Tu vivi per accumulare successi nel tuo stramaledetto lavoro, per collezionare specializzazioni, perché devi essere sempre il più bravo, per la tua famiglia, le tue sorelle, tutte quelle persone che non mi hanno mai accettato, MAI STEVEN!!”

Il medico si prese la testa tra le mani – “Cosa stai dicendo … COSA CAZZO TI STAI INVENTANDO CHRIS PER GIUSTIFICARE LA TUA RELAZIONE CON QUELL’IDIOTA SENZA CERVELLO!!??”

“IVAN E’ UN’OTTIMA PERSONA!!”

Era vero, scopavano, ma quell’uomo venuto dal freddo, con le mani grandi, con i sorrisi sempre a metà, per non disturbare, lo faceva stare bene anche con un semplice sorriso, con una carezza, prima di salutarlo.

Chris si comportava sempre male con lui, faceva quasi il superiore, perché non poteva permettersi altro.

Se solo i suoi “suoceri” avessero saputo una cosa del genere, lo avrebbero distrutto più che con i loro silenzi.

Lo avevano guardato spesso come un alieno: troppo bello, quasi finto, accanto al loro Steven, all’orgoglio personificato di quel nucleo, dove Clarissa era la figlia del diagnosta e non di entrambi, perdonandogli persino di essere gay.

Che gente di merda, pensò anche in quel preciso frangente il leader dei Red Close ed avrebbe voluto vomitargliela addosso quell’amara considerazione.

Lo fece.

Boydon, in risposta, gli diede un ceffone, così devastante, da fare intervenire Robert, trattenuto ormai a stento da Law, che vide con la coda dell’occhio arrivare anche Ivan.

“NON TOCCARLO, LASCIALO STARE!!” – gli urlò l’attore, strattonandolo.

Le iridi di Steven non erano concentrate su di lui, bensì su di un’ombra massiccia, che sembrò inghiottire Downey, spostandolo da parte.

Boydon era ben piazzato ed incavolato quanto bastava per affrontare quell’ammasso di muscoli senza cervello.

Il cuore di Ivan, in compenso stava per esplodere, come il suo livore.

“Io ti ammazzo se lo tocchi di nuovo” – disse freddo, immobile.

“No … No, sono io che ammazzerò te se lo sfiorerai ancora, pezzo di stronzo che non sei altro” – e gli sferrò un pugno.
Inutilmente.

Ivan lo schivò con un guizzo, poi catturò i polsi di Steven, pronto a frantumarli, se solo gli occhi di Christopher, non lo stessero implorando di non farlo, perché Boydon serviva tutto intero ai pazienti che salvava quotidianamente.


Lo spinse così contro la parete, raccogliendo Chris ancora piegato sopra al tappeto.

Law era cristallizzato dal lato opposto, mentre Robert non riusciva a smettere di guardare Christopher, incapace comunque di confortarlo, perché frenato da ciò che l’inglese stava di certo pensando.


“Andiamo via” – disse perentorio, ma il giovane si divincolò, non senza irruenza e disperazione.

“Lasciatemi in pace … fatelo, una buona volta … tutti.” – e fuggì.


“Mi sento meglio”
Geffen sbuffò, tornando in poltrona.

“Mangi qualcosa?”
“No Jay, voi andate pure, io aspetto qui Vincent, poi ve lo mando” – replicò stanco, rannicchiandosi meglio sotto la coperta “come un vecchietto …” – aggiunse a tono basso.

Leto sorrise, aggiustandogli quella coltre.
Glam gli diede una carezza tra i capelli lunghi e sciolti.

“In fondo Jared …”
“Cosa …?”

“In fondo non chiedevo molto …”
“Sì …?” – vibrò.

L’avvocato sembrava parlare a qualcuno di immaginario, neppure a lui direttamente.

“Tornare a casa, prendere sul petto i nostri figli … e tu accovacciato accanto alle mie gambe, come ora, così che potessi sfiorare i tuoi pensieri, con … con le mie mani, mentre raccontavi la tua rocambolesca giornata di artista … facendoci divertire e sognare … sognare tanto …”

Geffen chiuse le palpebre, senza smettere di sfiorare le ciocche di Jared, ormai sparse sulle sue ginocchia malate, come il resto.

“Glam …”
“E non avresti mai pianto … come ora amore …” – sussurrò triste e più doloroso di quelle odiose fitte alle ossa.

“Io ti amo Glam …”

“Lo so …” – sorrise – “Ce lo saremmo ripetuti prima di dormire ed ad ogni alba, ad ogni pianto di mezzanotte, quando avremmo deciso a chi toccava cambiare la nostra Isy o preparare del latte per il nostro Lula … o magari … per altri, per ogni angelo avesse abitato la nostra casa … come suona bene, nostra, nostro, nostri …” e si assopì, mentre Jared singhiozzava, tappandosi la bocca per non infrangere quel silenzio improvviso tra di loro, quel freddo, che sembrava non dovesse più finire.







Gerard Butler, il nostro STEVEN BOYDON, da sempre gay friendly, in questa immagine dà un bacio di "protesta" per sensibilizzare l'opinione pubblica verso i diritti LGBT 

One shot – Maybe

One shot – Maybe


Pov Jared Leto

 Milan, November 2, 2013



“Qualcosa non funziona più”

Lo so, è deluso.

“Senti, ho un paio di date e poi un buco”
“Lascia stare Jared”

Respira ed io lo conosco quel modo di prendere fiato, quando facciamo l’amore, ora è diverso: Colin è diverso.

Ingoio amaro, devo eseguire ancora un pezzo o forse di più, non ricordo niente.
Guardo il monitor, barricato nel camerino: il video di City of Angels è quasi al termine, devo tornare sul palco, devo farlo e basta.

Ero così felice.
Prima di questa telefonata.

“Colin rientro a Los Angeles prima possibile, quando ho”
“No, devi andare a Roma, l’hai già dimenticato? Il festival del cinema” – mi interrompe brusco.
“Ci andranno gli altri, cazzo!”

Sbotto, non ne posso più.
Quando fa così, quando diventa fragile ed io non ho bisogno di questo.
Non ho bisogno di Colin Farrell che mi tratta male, quando mi ha trattato di merda per anni.

Forse non è più nemmeno così vero, non fa più così male …

L’avevo persino dimenticato, sul palco, quel dolore, quando non funzionava davvero niente tra di noi, quando ci insultavamo, tra un tradimento e l’altro, sempre a combinare cazzate, per non bastarci, per non sapere dire che ci amavamo e basta.

E che dovevamo trovare uno sbocco, una verità, una luce, sotto la quale camminare tenendoci per mano.

Al di là delle carriere e di chi ci avrebbe insultati.

Fanculo …

Piango: Dio che coglione!!
HO quasi 42 anni e piango …

Piango ancora per lui … ancora una volta.

Bussano.

“Sei ancora lì, ci sei Colin?”

L’ansia mi divora.

“E dove vuoi che vada, porca puttana!”

Quando dice parolacce, quando ridiventa sporco, le sue parole mi trafiggono, come i pugni e gli schiaffi, dopo avermi scrollato di dosso, mentre provavo ad abbracciarlo, dopo l’ennesima sbornia od era fatto da vomitare.

Ecco, la sensazione è quella e continuano a bussare.

“Arrivo porca puttana!!”

Mi sporco anch’io, un po’ di lui non morirà mai in me, del peggio di Colin James Farrell.

Avrei voluto chiedergli come stavano i bambini, cosa aveva fatto durante la giornata, ma si sarebbe incazzato nel ripetermi che ciondolava da casa, alle scuole, allo yoga, ad una passeggiata con sua sorella, come se fosse prigioniero di una vita in attesa di me.


Eppure non gli mancano gli impegni, il lavoro e …

E poi, cazzo, la verità è che siamo troppo distanti e quando ci ritroviamo, siamo così presi a fare un sacco di cose, che alla fine non combiniamo niente di logico … scopiamo, quando dovremmo fare l’amore, urliamo, quando dovremmo parlare.


Sono così stanco …

“Colin io ti amo …”

Lo dico affranto, spento, vuoto …

“No, non funziona più … non è neppure vero, ami ciò che stai facendo ora, ami le persone, che ti acclamano, in fondo ogni artista non ambisce altro ed in questo preciso periodo sei a mille, vero Jared, manca poco e farai il botto” – ride piangendo, anche lui, sciogliendo qualche altro nodo, da quel pettine infinito e gravoso.


La nostra relazione.

Si riferisce a Rayon, a quelli che dicono che vincerò un Oscar.

E’ assurdo, io non ci credo, manca soltanto che ci mettiamo in competizione, che ci rompiamo le palle anche per questo.

“Jared …”

“Sono qui”

Accasciato contro la porta, dove Shannon sta imprecando, perché la gente ha pagato per ascoltarci, qui, a Milano, come nel resto del mondo, che voglio girare fino a sfinirmi, anche se vorrei avvenisse al fianco di Colin, senza più nasconderci.

“Jared, senti … ti raggiungo in Germania, domani, ok?”

E’ ritornato dolce, è di nuovo lui, l’uomo che mi ha chiesto di sposarlo.
Un mese fa.

Sono volato in tour, pensando alla sua proposta, il cuore che scoppiava di gioia.


Per il suo compleanno, a maggio 2014, ci abbiamo fantasticato così tanto sopra, quasi da crederci …

Eppure i nostri anelli non mentono, anche se celati in un posto sicuro, quando siamo in mezzo agli altri.

Li indossiamo dormendo, siamo d’accordo così e poi quando saremo di nuovo insieme, domani …

A Colonia … o dintorni, chissà …

Colin è sempre una sorpresa, quando appare tra una data e l’altra del nostro tour.


Lo amo così tanto …

“Dopo mi collego, stiamo un po’ insieme, ok?” – propongo un po’ infantile.

Non riesco ad essere null’altro che me stesso con lui.

“Non vedo l’ora Jay” – sorride, mi sembra di vederlo.

“Anch’io” – e riattacco, pensando a quando ci baciamo ed io potrei anche morire di lui, di noi, in quegli istanti incredibili.

Torno ad esibirmi, darò il massimo e poi scapperò, senza dare corda a nessuno, credo di avere divertito il pubblico a sufficienza, di avere dimostrato quanto sia importante, per me, questa famiglia.


Mi ha salvato spesso, neppure sa quanto.


Forse un giorno riuscirò a spiegarlo, il 31 maggio 2014 o forse mai …

Esiste una persona, che potrebbe sostenermi, senza più strategie di immagine, logoranti, alienanti.


E’ l’uomo che amo.
Amo lui, più di tutto.

Se mi illumino, è merito suo, se sono al mondo, lo devo a lui.

Per quanto mi abbia distrutto, mi ha anche ricomposto e dato un senso.

Colin ci è riuscito, con determinazione, perseveranza, umiltà.

Tre anni di amore puro, ma anche i migliori cadono ed io ho avuto una fottuta paura di perderlo, questa sera, quando mi ha chiamato.

Se solo potessi dirlo a qualcuno …

Se solo potessi dirlo a tutti VOI …

MAYBE one day …


The end